La subordinazione dell’Io alla squadra. Phil Jackson, il basket e lo Zen.

“Quello è il momento in cui mi sento vivo: sul campo da basket. Quando la partita si evolve, e il tempo rallenta, e io sperimento l’estatico sentimento di essere totalmente dentro l’azione. Un momento posso scherzare e subito dopo lanciare uno sguardo carico di dolore all’arbitro……. A quel punto capisci che il basket è un gioco, un viaggio, una danza – non un combattimento mortale. E’ proprio come la vita.”
Phil Jackson

Quando si parla di Phil Jackson si parla di un sacco di cose. Si parla di Michael Jordan, di Kobe, si parla di uno dei più grandi allenatori di sempre e soprattutto si parla di Zen.
Abbiamo già visto come lo Zen sia uno degli strumenti più efficaci per ottenere una nuova percezione di sè, con la quale poter migliorare se stessi sia nella vita quotidiana che nello sport.
Jackson è un fortissimo appassionato di Zen, e questo gli ha permesso di rivoluzionare il suo metodo di allenamento. Parlare di lui, come dei Grandi dello sport, non è mai facile.
Tuttavia, come spesso è giusto fare bisogna partire dall’inizio.

Il Phil Jackson giocatore era abbastanza mediocre. Il suo fisico ed il suo talento, quello espresso al college, in una squadra come New York, e nella NBA in generale, non era sufficiente a garantirgli una carriera di rilievo. Lo Zen e la meditazione furono determinanti per migliorare il suo approccio alle partite e a fare di lui un giocatore solido, almeno dal punto di vista mentale.

“Quello che offusca e condiziona la mente, secondo il buddismo, è il desiderio di uniformare la vita alla nostra visione di come le cose dovrebbero essere, in opposizione a come sono in realtà. Nel corso della vita di tutti i giorni passiamo la maggior parte del nostro tempo a concentrarci su noi stessi. Perchè mi è successo questo? Se solo riuscissi a fare più soldi… C’è qualcosa che potrebbe farmi stare meglio? I pensieri in sè non sono il vero problema, ciò che ci fa provare così tanta angoscia è il nostro disperato attaccamento a loro e la nostra resistenza verso ciò che sta accadendo.”

Con questi concetti in testa, inizia ala sua carriera da allenatore. Carriera che iniziò nel 1983, nei Patroons di Albany e già fin da subito i concetti fondamentali dello Zen si installano alla base del suo metodo d’allenamento. Uno su tutti: la distruzione dell’Io.

“Volevo creare una squadra nella quale l’altruismo fosse la forza trainante, il contrario della mentalità basata sull’Io che dominava il basket professionistico. Il mio scopo era quello di trovare un metodo che potesse dare potere a tutti nella squadra, non solo alle stelle, e che permettesse ai giocatori di crescere come individui nel momento in cui subordinavano loro stessi alla forza del gruppo.”
L’atmosfera che si viene a creare ad Albany è molto simile a quella di una grande famiglia, dove i giocatori si rispettano e giocano credendo in qualche cosa di più grande del loro ego: la squadra.

E infatti creò una macchina quasi perfetta. Il sistema funziona: nell’84 arriva il titolo CBA ed ii premio di allenatore dell’anno della lega. Lo Zen aveva già dato i suoi primi frutti.
Jackson, nel plasmare la squadra fece propri tre principi che furono del suo allenatore all’epoca dei Knicks: Red Holzman.

Lezione 1: Non lasciare che la rabbia annebbi la tua mente
Lezione 2: La consapevolezza è tutto
Lezione 3: Il potere del noi è superiore al potere dell’io.

La vera svolta fu applicare questo tipo di mentalità una volta passato all’NBA. Quando si trovò ad allenare un certo Micheal Jordan.
Si dice sempre che è più facile allenare squadre con fuoriclasse. Che si tratti di calcio, basket, pallavolo o qualsiasi altro sport. Sicuramente Bagni non era dispiaciuto di allenare Maradona, ma bisogna sempre inserirlo nel contesto della squadra.
Questo è il primo grande ostacolo di Phil Jackson in NBA, come allenatore dei Bulls.
Bisognava subordinare il singolo alla squadra. Mettere il talento di Michael al servizio del gruppo.
Fondamentale fu anche l’apporto di Tex Winter, che Jackson volle al suo fianco. Winter fu l’inventore dell’attacco a Triangolo. Un sistema che lo stesso Jackson definisce in questi termini: “Questo tipo di movimento richiede una completa coordinazione, con tutti i giocatori che pensano e si muovono all’unisono. Invece di seguire linee tratteggiate, loro reagiscono alla difesa, quindi ciascun giocatore deve essere completamente consapevole di ciò che sta accadendo sul campo. Eseguito nel modo corretto, il sistema è praticamente inarrestabile perchè non ci sono schemi predefiniti, solo una serie di opzioni possibili, così la difesa non è in grado di anticipare un certo passaggio perchè ci sono sempre passaggi alternativi.”

Ma tutto questo non è attuabile se non si convincono tutti i giocatori che il sistema era un bene per la squadra, ma che soprattutto lo era per loro. Chi avrebbe fatto capire a MJ, ed in seguito a Kobe, che negli ultimi possessi di una partita punto a punto dovevano affidarsi al Triangolo piuttosto che alle soluzioni personali? Solo un allenatore con un eccezionale carisma riesce a installare nei giocatori questo concetto. Il Vangelo secondo Phil Jackson recita un solo comandamento: “Sii al servizio della squadra!”.
Bisognava appunto che il gruppo si convincesse della correttezza del sistema: perchè il suo progetto andasse in porto aveva bisogno che il gruppo lo facesse proprio.
In questo sta la grandezza di Phil Jackson. Avere un’idea illuminante, e convincere i giocatori di questa idea. Far sì che essi si sacrifichino completamente e si affidino ad essa. Una volta ottenuto il consenso, la seconda mossa fu quella di lasciare pieni poteri alla squadra in modo che, di fatto, agisse da sola.
lasciarla libera di reagire e risolvere situazioni complesse in campo. Questo voleva anche dire lasciare loro la libertà di sbagliare.

“Se i giocatori leggono l’attacco, devono essere in grado di decidere da soli cosa fare. Questo non potrà mai accadere se si ostinano a cercare i miei consigli dalla panchina. Voglio che si stacchino da me per connettersi con i compagni e con la partita. Ogni gara è un enigma da risolvere e non ci sono risposte pronte sui manuali. I giocatori spesso gestiscono meglio il problema rispetto allo staff perchè vivono in prima persona l’azione e possono cogliere in modo istintivo i punti di forza o di debolezza degli avversari.”

Gettate queste premesse, i risultati di quella squadra sono sotto gli occhi di tutti. Tutti lavoravano insieme, come un sol uomo. Un’unica mente ed un unico corpo.

Il resto è cosa nota…

Il basket Zen, il singolo al servizio del gruppo è vincente 11 volte: 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998, 2000, 2001, 2002, 2009, 2010.

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