Ogni anno migliaia di giovani abbandonano l’attività sportiva, ma difficilmente questo avviene perché è nata in loro una nuova passione alla quale desiderano dedicare tempo. I giovani abbandonano lo sport perché non sono soddisfatti, non riescono a placare quei bisogni che li avevano in principio spinti ad intraprendere una tale attività. Drop-out letteralmente vuol dire cadere fuori, ritirarsi.

Da ricerche si evince che circa il 20% dei maschi e il 40% delle femmine interrompe prematuramente e bruscamente l’attività agonistica. La fascia di età più a rischio è quella tra i 15 e i 17 anni, ma, detto ciò, quali sono le cause che accelerano l’abbandono dello sport? Alcuni lasciano una disciplina agonistica per passare ad una non, altri cambiano sport, ma gran parte delle ricerche si sono concentrate sul problema di fondo: cioè il totale abbandono.

Lo sport rappresenta un contesto in cui è possibile apprendere nuove competenze, divenire autonomi e consapevoli delle proprie capacità, mettersi in gioco e imparare a collaborare con gli altri, rispettare le regole, l’avversario e, non da ultimo, l’arbitro. Nonostante i benefici siano riconosciuti, vi è una diminuzione della pratica già in età evolutiva. I motivi possono essere la difficoltà a conciliare scuola ed allenamenti, altri il disaccordo con l’allenatore, la mancanza di divertimento e le scarse possibilità di successo. L’abbandono dell’attività sportiva viene in genere collegato ai processi motivazionali, considerando il calo di motivazione come fattore scatenante per lasciare l’attività, a volte anche con una diminuzione della fiducia nelle proprie capacità e quasi con un senso di fallimento individuale. La percezione di competenza può anche modificarsi nel tempo in base alla situazione che il giocatore sta passando: ad esempio, dopo un infortunio anche un atleta con elevate abilità può non sentirsi del tutto sicuro; o anche, in una squadra di buon livello un ragazzo dotato che viene lasciato spesso in panchina può avere la sensazione di non possedere un livello adeguato di abilità. L’allenatore può giocare un ruolo attivo nel coinvolgimento motivazionale, costruendo un certo clima educativo e dirigendo positivamente la percezione degli allievi. Quando un allenatore interagisce con i suoi giocatori, sia in allenamento che in partita, mette in atto i comportamenti che ritiene più adeguati ed usa un certo tipo di comunicazione: può dare importanza soprattutto ai ragazzi migliori, innervosirsi con chi sbaglia, sottolineare i miglioramenti individuali e del gruppo, incoraggiare chi vede in difficoltà, utilizzare la competizione fra atleti come stimolo, organizzare gruppi di lavoro prevalentemente per livello, reagire in modo pacato o brusco di fronte ad un insuccesso o ad una sconfitta, in uno sport di squadra far giocare tutti o soprattutto i migliori. In genere, gli allenatori che forniscono pressione, aspettative irrealistiche, mancanza di empatia, mancanza di fiducia nell’atleta, sfoderando uno stile autocratico e atteggiamenti negativi, aumentano le motivazioni per l’abbandono. Affrontando il tema della motivazione è comunque necessario pensare anche al ruolo dei genitori, che incidono sul modo in cui i ragazzi interpretano le esperienze non solo sportive. Purtroppo, con gli attuali modelli culturali trasmessi, è frequente incontrare genitori che esortano il figlio non tanto a fare del proprio meglio, magari accettandone anche qualche limite o difficoltà, ma soprattutto a fare meglio di altri, a superare un compagno, obbligando il figlio ad un confronto continuo con qualcun altro. Nello sport, il modo in cui i genitori reagiscono a vittorie e sconfitte manda forti messaggi ai ragazzi sul valore attribuito all’esperienza sportiva e al figlio stesso come persona. I genitori devono cercare di distinguere tra le proprie motivazioni e quelle del figlio, ci sono molte ragioni per cui fa loro piacere che i figli pratichino uno sport, magari essi stessi sono stati ex atleti e vogliono che anche i propri figli vivano l’esperienza agonistica. Essi però devono considerare che la motivazione è individuale e che la loro può non coincidere con quella dei figli. Infine, i genitori dovrebbero poi essere consapevoli che essi rappresentano modelli di ruolo e di comportamento; nel processo educativo un aspetto importante è la coerenza fra quello che gli adulti chiedono ai ragazzi ed i loro propri comportamenti: se c’è coerenza, il messaggio educativo passa in modo limpido, ma se c’è discordanza fra ciò che si dice e come ci si atteggia, l’aspetto comportamentale diventa predominante. I genitori rappresentano dei modelli di comportamenti critici, come quelli legati all’autocontrollo, alla gestione della frustrazione o ad aspetti di etica. In genere, gli studi che esaminano i comportamenti genitoriali hanno scoperto che il sostegno, l’incoraggiamento, il coinvolgimento e la soddisfazione del genitore provocano nel bambino un aumento della sensazione di divertimento e della loro motivazione intrinseca. Al contrario, le elevate pressione dei genitori, le grandi aspettative e le critiche con il conseguente poco sostegno diminuiscono la sensazione di godimento, provocano ansia e abbandono. Dal punto di vista motivazionale non va trascurata nemmeno l’influenza che i compagni possono avere in proposito. Durante gli allenamenti e le competizioni, i ragazzi e le ragazze interagiscono molto tra di loro, vivono relazioni significative, dai compagni ricavano informazioni importanti sul proprio livello di abilità e competenza. Inoltre, man mano che i ragazzi crescono, il giudizio dei compagni acquista progressivamente maggior peso nella valutazione di aspetti di sé, quale, ad esempio, la competenza motoria. È dunque importante che anche i ragazzi acquisiscano consapevolezza del’impatto che i propri atteggiamenti possono avere, riflettano sulle reazioni nei momenti emotivamente carichi e sugli effetti che commenti e critiche possono avere sugli altri.

Smith nel 2003 ha suggerito che le relazioni tra coetanei giocano un ruolo importante nello sport giovanile. Se il ragazzo ha un rapporto positivo con i propri compagni, questo rapporto rafforzerà il loro piacere e il loro impegno per l’attività, al contrario, se il giovane è in conflitto, l’impegno e la motivazione diminuiranno. Altri studi hanno evidenziato come la partecipazione insieme ai migliori amici porta ad un aumento dell’impegno e del coinvolgimento sportivo.

Il fenomeno dell’abbandono sportivo è purtroppo un dato di fatto e non è sempre facile interpretarlo, ad ogni modo, è importante esaminare il problema alla radice e cercare di prevenirlo. Incoraggiamo gli atleti a non smettere, a non abbandonare lo sport, a fare della voglia di giocare il doping del vero campione.

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