(Fonte Foto: Oasport.it)

“Sono un perfezionista, rigoroso nei dettagli.
Sin da piccolo mi sono nutrito di sfide. Il nuoto segue la mia indole, è uno sport individualista, non saprei stare in squadra.
Voglio primeggiare.”

Con queste parole si descrive una delle stelle dello sport italiano, il ventitreenne Gregorio Paltrinieri. L’anno che sta per concludersi è stato l’anno della sua definitiva consacrazione.
Che l’italia e il nuoto fossero “legati” non è una novità, per anni il podio delle Olimpiadi e dei Mondiali di nuoto è stato occupato da quel mostro sacro che risponde al nome di Federica Pellegrini. Se la Pellegrini è la massima espressione del nuoto femminile italiano, Paltrinieri rappresenta da qualche anno a questa parte la polarità opposta, la versione Yang del nuoto italiano.
Come i predestinati, Paltrinieri nell’acqua ci è nato, e non solo in senso figurato.

Per tutti i mesi della gestazione i feti vivono immersi totalmente nel liquido amniotico, che protegge i bambini da traumi e da infezioni, serve ad attutire i suoni esterni e ad aiutare il normale sviluppo del bambino. Per nove mesi, l’essere umano vive nell’acqua.
Paltrinieri ha continuato a viverci anche dopo, e anche questa non è retorica perchè
già all’età di tre mesi i genitori (il padre è un ex-nuotatore agonista di medio livello) lo iscrissero ai primi corsi di acquaticità.
“Greg”, come lo chiamano gli amici, crebbe, di fatto, nuotando. Letteralmente.
Spesso le decisioni che prendono i nostri genitori quando siamo molto piccoli sono determinanti per il nostro futuro, cosa sarebbe successo se la madre del piccolo Johan Cruijff avesse insistito affinchè suo figlio terminasse gli studi e si dimenticasse del calcio?
Non sarebbe mai esista la leggenda del numero 14, né tantomeno il calcio totale e il guardiolismo. Come si dice, sliding doors.

Gregorio Paltrinieri deve ringraziare i suoi genitori, e lo sport italiano deve farlo insieme a lui, perché a cominciare dalle prime bracciate da neonato lui dalla piscina non se n’è mai andato.
Da piccolo il cuore di Paltrinieri batteva anche per il basket però.
In una sua intervista, comparsa sul sito del Corriere, Greg afferma, su suo padre e la sua adolescenza: “Mi ha buttato in acqua a tre mesi, per molto tempo le mie giornate avevano una gerarchia, quella di mamma: prima lo studio, poi il basket. Dopo il nuoto. Lo studio, ammetto, è stato il lasciapassare per il nuoto. A scuola volevano farmi entrare nella squadra di pallacanestro: non mi sarebbe dispiaciuto. Se ho rinunciato al basket è colpa di mio padre. Se ho scelto il nuoto è merito di mio padre.”
Chissà cosa sarebbe successo se invece avesse scelto il basket..

Ma così non è stato, Gregorio sarebbe diventato un nuotatore professionista, pungolato dal padre che lo sfidava; da ex nuotatore nutriva la speranza che anche il figlio seguisse le sue orme, che potesse affermarsi ad un livello più alto.
“Facciamo una gara?”, gli diceva.
..e non lo lasciava mai vincere.
Lo spirito e l’agonismo di Paltrinieri si sono formati in quegli anni, gli anni dei preparativi, prima di spiccare il grande balzo.

Che avvenne gradualmente, a cominciare dal 2011.
Greg aveva 16 anni e vinse i 1500 m stile libero alla quarantottesima edizione del trofeo “Sette colli” con un tempo (15’04”90) che gli permise di realizzare la quarta miglior prestazione italiana di sempre.
L’eccellente tempo del
ragazzo di Carpi non venne ignorato dalla FIN, la Federazione Italiana Nuoto, che volle a tutti i costi che Paltrinieri gareggiasse ai Mondiali di Nuoto di Shangai, nonostante la partecipazione dell’atleta fosse stata già programmata sia per gli Europei che per i Mondiali della categoria juniores.
Non si tirò indietro e partecipò a tutto ciò che il palinsesto internazionale stava offrendo.
Dal 29 giugno al 10 Luglio Paltrinieri gareggiò ai Campionati Europei di Belgrado, dove vinse il suo primo oro, nella “sua” gara, i 1500 m stile. Andò peggio sulla breve distanza, riuscendo a salire sul gradino più basso del podio negli 800 m.
Terminati gli Europei, volò in Cina per i Mondiali “dei grandi”, forse troppo acerbo ancora, perché si fermò alle batterie: 19° posto. Nemmeno due settimane dopo era di nuovo in acqua, in Perù, per i Mondiali juniores.
Altre due medaglie: argento (1500 m) e bronzo (800 m). Un vero e proprio battesimo del fuoco.

Da quell’estate di sei anni fa Gregorio Paltrinieri non si fermò più.
Nel 2012 arrivarono i suoi primi Giochi Olimpici (Londra, 5°) e poi i Mondiali in vasca corta di Istanbul (Argento nei 1500 m). Poi ancora due medaglie agli Europei ungheresi, a Debrecen e poi un altro oro nei 1500 m stile in Francia, agli Europei in vasca corta di Chartres. L’anno successivo, il 2013, fu l’ultimo anno “di rodaggio”: sesto posto negli 800 stile ai Mondiali di Barcellona e solo medaglia di bronzo nei 1500; chiuse infine l’anno con un deludente ottavo posto agli Europei di Herning, in Danimarca. Nei 1500, la sua gara.
Dopo quella prestazione scattò qualcosa, il ragazzo lasciò il posto all’uomo perché a partire dai Mondiali di Doha del 2014 Paltrinieri decise di non scendere mai più dal podio. Un’escalation continua.

La sua carriera è la perfetta metafora della sua disciplina.
I 1500 m non sono come i 200 (il regno della Pellegrini, per intenderci). I 1500 m sono una gara più lunga, più dispendiosa, dove la partenza non risulta così decisiva. Bisogna dosare maggiormente le forze, nei 1500; bracciata dopo bracciata, per tutti quei 14 minuti, bisogna aumentare le bracciate gradualmente, fino allo strappo decisivo, alla fuga dagli avversari. È un gara dove conta conoscere il proprio corpo, le proprie risorse; sapere quando è il momento per allungare, per dare fondo all’ultima briciola di fatica. La carriera di Paltrinieri iniziò presto, si mostrò al mondo come una grande promessa e lentamente si affermò come tale. Dal 2014 Paltrinieri, nei 1500 stile, divenne il fuoriclasse assoluto. Con la sola eccezione dell’argento in Canada (2016) Paltrinieri è sempre arrivato a toccare il bordo vasca prima degli altri. Sempre. Dopo il record mondiale degli Europei in Israele del 2015 la consacrazione definitiva avvenne alle Olimpiadi di Rio: medaglia d’oro.  Il nuoto italiano aveva trovato la sua nuova stella. Paltrinieri era sul tetto del mondo.

In tre anni, dal 2014 al 2017 Paltrinieri ha vinto 15 medaglie. Sul podio in ogni competizione, e sul gradino più alto per ben 12 volte su 15 disponibili. Un solo bronzo.
Una macchina.
La pecca dell’unico bronzo è proprio di quest’anno, durante i Mondiali di Budapest, negli 800 m. Dopo quel bronzo, sono arrivate quattro medaglie d’oro consecutive, quella nei 1500 m in Ungheria e i tre ori delle Universiadi di Taipei.
Uno di questi ori però appartiene ad una nuova disciplina per Greg, qualcosa di più dispendioso dei “soliti” 1500 metri stile.
Sì perchè Paltrinieri a Taiwan si è consacrato Re anche della 10 km in acque libere, chiudendo il cerchio e regalandosi una nuova soddisfazione.
Vittoria che apre le porte a nuove strade, nuove sfide.

Sempre nell’intervista, in cui parla anche del suo libro (“Il peso dell’acqua”, Mondadori) Paltrinieri dice di se stesso che “fare qualcosa di impossibile è sempre stato il mio sogno”.
Quel qualcosa di impossibile ha un nome, un nome ben preciso: Tokio 2020. Le prossime Olimpiadi.
Ci andrà per gareggiare anche nelle acque libere, sulla scia delle Universiadi: “Gareggiare nelle due discipline a Tokio 2020: nessuno ha mai vinto entrambe”.
Questo è il nuovo obiettivo di Paltrinieri, da raggiungere nello stesso modo in cui ha raggiunto tutti gli altri: una bracciata dopo l’altra, più veloce di tutti gli altri.

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