I disturbi del comportamento alimentare sono complessi, multidimensionali e multi-determinati; e chi lavora con bambini e ragazzi in ambito sportivo (quindi coinvolgendo la relazione con il corpo) ne fa esperienza spesso.

La classificazione dei disturbi alimentari secondo il DSM comprende anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbi alimentari non altrimenti specificati. Alcuni studiosi hanno aggiunto negli ultimi anni anche l’anoressia atletica, come forma di disturbo che si discosta dalle tre classiche categorie ed è caratteristica degli sportivi, soprattutto agonisti. In realtà questa nuova diagnosi non è ancora stata completamente accettata dalla comunità scientifica internazionale ed è ancora in corso un acceso dibattito. Quello su cui comunque non ci sono dubbi, è che nell’ambito sportivo sia presente e forte una tendenza allo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare. A tal proposito la letteratura ci concede qualche informazione rispetto ai rischi associati al genere, al ruolo del peso, alle pressioni degli allenatori, alla taglia, alla forma, alle aspettative, all’attività agonistica etc. E’ però importante ricordare che questi disturbi, anche in ambito sportivo, non sono alterazioni puramente fisiologiche o fisiopatologiche, ma neanche dovute solo a fattori psicologici o sociali: sono multidimensionali e multifattoriali.

Nello sportivo dunque secondo gli esperti si creano dinamiche leggermente differenti: ad esempio la riduzione della massa corporea e la perdita di massa grassa, tipiche anche delle altre due patologie, in questo caso hanno come scopo il miglioramento della performance. Inoltre, la forma del corpo diventa in genere rilevante nel confronto con gli altri, soprattutto con gli altri atleti di successo. La perdita di massa corporea porta ad avere quindi un fisico magro e sottile, ma spesso non dipende solo dalla bassa quantità di energia assimilata ma anche dall’elevata intensità dalle sessioni di allenamento; queste però alla lunga potrebbero diventare causa di continue e cicliche perdite di peso seguite da un successivo aumento. In genere questi disturbi si risolvono al termine dell’attività agonistica, ma tralasciando certi fattori il rischio è facilitare lo sviluppo di un’anoressia nervosa conclamata. Anche perché in ogni caso, anche quando si parla di “anoressia atletica”, essa non è considerabile come esclusivamente causata da fattori esogeni (lo sport in questo caso).

Insegno ginnastica artistica da vari anni ormai ma questo argomento porta sempre con sé tante problematiche. L’evoluzione di sport come la ginnastica, il pattinaggio artistico, la danza (e tanti altri sport) porta a chiedere ad atleti di 11/12 anni di imparare a mantenere il proprio corpo in condizioni ottimali, quindi non più di sentirlo e di viverlo ma di controllarlo fin da subito. Ciò crea un vortice di baby fenomeni, di atleti giovanissime che ottengono in un primo momento risultati strabilianti e che poi scompaiono; credo che questo meccanismo purtroppo sia ancora in proporzione molto più diffuso rispetto agli esempi di longevità.

È il caso, ad esempio, di Katelyn Ohashi, una delle più grandi promesse che la ginnastica statunitense e mondiale abbia mai avuto. Il 24 agosto ha pubblicato su un blog alcune pagine del suo diario in cui racconta alcuni momenti della sua malattia, quando sente il grasso crescerle sulle gambe, quando si costringe a durissimi allenamenti notturni, come cercava di misurarsi le cosce con le mani, quando comincia a sentire molta fame e allora prende in considerazione la bulimia, quanto è umiliante essere cacciata dalla palestra perché troppo pesante (https://behindthemadnesssite.wordpress.com/2017/08/24/dear-standards/).  La sua carriera così è finita perché il suo corpo è diventato qualcosa di pesante, di cui era difficile prendersi cura, perché nessuno le ha detto che andava bene così com’era, perché non è riuscita a vedere nessun’altra via d’uscita.

Sempre di pochi giorni fa la notizia che Yulia Lipnitskaya lascia il pattinaggio proprio per problemi di anoressia. Yulia oggi ha solo 19 anni e tre anni fa incantava tutto il mondo alle olimpiadi di Sochi per le sue qualità tecniche e artistiche. Dopo un paio di stagioni di successo e riconoscimento, Yulia incappa in una serie di infortuni, all’anca prima e alla schiena poi. Comincia così anche una lotta con il peso, con continui aumenti e cali. In un intervista su un sito russo rilasciata l’anno dopo le olimpiadi, quando aveva 16 anni, Yulia parla e racconta di un’incredibile pressione, di una sensazione di non-libertà e di sentirsi continuamente osservata e controllata. Racconta di come ha sempre cercato di dare il massimo e di lavorare con impegno, ma di rendersi conto di non poter assecondare i desideri di tutti. Così anche il pattinaggio di figura si conferma come uno di quegli sport che sforna baby fenomeni e che poi però brucia molto in fretta i propri talenti.

Non insegno a così alti livelli ma seguo ragazzine che comunque si allenano 10/12 ore alla settimana e penso spesso a come trasmettere una certa serenità nel rapporto con il proprio corpo, nel trovare appunto il modo giusto di viverlo e sentirlo e non di controllarlo. Mi chiedo però quale sia il modo giusto per parlare con ragazzine di una certa età e spiegare che un certo aumento di peso (magari anche solo legato al loro sviluppo) può diventare pericoloso, perché cresce il rischio di infortuni e ci si può fare male. Quanto è alto il rischio che un comunicazione come questa venga fraintesa, se consideriamo la società di oggi?  A maggior ragione se teniamo conto di alcune caratteristiche psicologiche tipiche dell’adolescente, come il senso di vergogna, come un certo comportamento trionfale ma anche ingenuo, con un certo senso di inadeguatezza tipico della fase adolescenziale? È vero che questa età è cruciale per il successo sportivo di queste atlete, ma quanto siamo davvero disposti a sacrificare di loro e di noi per questo?

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