L’epica nello Sport

Già, perché? Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges scrisse che i nordamericani suppliscono all’assenza di un’epica con la loro epica contemporanea perché sono nati troppo tardi, epica perfettamente fotografata ed immortalata da Hollywood. Insieme al cinema aggiungerei anche lo sport, un contenitore pressoché infinito di racconti sulle gesta dei grandi atleti americani, celebrati alla stregua di un dio greco o dell’antica tradizione romana.
Non c’è quindi da stupirsi di come ancora oggi si parli di giocatori lontani nel passato come Babe Ruth o Joe di Maggio, capaci di portare la loro fama anche nel Vecchio continente nonostante il Baseball non fosse uno sport seguitissimo, o Muhammad Ali , mai stato un semplice pugile; del fatto che durante gli anni novanta abbiamo ammirato un campione capace di percepire un salario, tra stipendio e sponsor, il cui ammontare era nettamente superiore a quello della Lega in cui giocava: il suo nome è Michael Jordan. Vivono e respirano una cultura tale da essere portati ad essere personaggi mediatici prima ancora che atleti. Loro ce l’hanno nel sangue. È quindi naturale vederli proiettati in una dimensione simile, quasi culminante nell’idolatria.

In Italia abbiamo a che fare con il “mito americano” sin dagli Anni Sessanta, ricordato come un periodo di benessere e floridità economica, in cui la cultura oltreoceanica attecchì le sue radici facendo sognare milioni di italiani; un sogno magnificamente raccontato da Alberto Sordi in Un Americano a Roma.
Ma c’è del nostro, eccome. Vedendola in chiave sportiva, la nostra storia è costellata di personaggi che furono capaci di raccontare il “sogno”, quello che ispira e fa strabuzzare gli occhi: dalle voci di Nicolò Carosio, Sandro Ciotti e Nando Martellini alle penne di Beppe Viola e dell’indimenticato Gianni Brera, che ancora oggi lascia ai suoi Senzabrera un vuoto incolmabile.
Vuoto, in parte o forse del tutto, colmato da un uomo che da un po’ di tempo a questa parte ha saputo resuscitare una visione profonda ed intima dello sport come mai nessuno ha saputo fare per anni,  raccontandola semplicemente con passione, sensibilità e tenacia: il suo nome è Federico Buffa. Storyteller eccezionale ma che ancora più eccezionalmente sta riscuotendo un successo incredibile, indice del fatto che un modo e un punto di vista come il suo nel parlare di sport ci mancava: se lo chiamaste in causa su questo preciso argomento, vi risponderebbe che “È un modo diverso di raccontare lo sport con un effetto dirompente molto superiore a quello che dovrebbe avere, perché allo sport è stata tolta una dignità che avrebbe intrinseca, sostituita da criteri più commerciali, è […] quindi sembra che sia una cosa bellissima, invece è una cosa del tutto normale perché questa dignità è stata maltrattata e lasciata in un cassetto di un comò del settecento”.

Un modo simile di raccontare sport, e mi riferisco in particolare a tutti quegli sport che non sono il calcio, giova in termini di attrattiva e seguito, perché è in grado di raccontare una realtà ben più ampia delle regole e dei tecnicismi, è l’humus su cui poggia un interesse che diventa facilmente passione; io stesso mi sono ritrovato più di una volta ad alzarmi alle quattro del mattino per guardare in diretta la Nba, perché mi è stata data l’opportunità di osservare un contesto a me sconosciuto da vicino. Giova persino a chi si avvicina allo sport per praticarlo o per seguirlo, a tutti coloro che bramano un esempio educativo, un’ ispirazione, capace di portare speranza e insegnamento nella vita, come forse solo lo sport sa fare. Non è solo il mio auspicio, ma quello di tanti.

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