Non sono solo le medaglie a luccicare ai giochi olimpici di Pyeonchang, a risplendere sotto le luci dei riflettori sono anche alcune incredibili storie di atleti. Storie di resilienza.

Le ultime Olimpiadi, così come molte altre storie sportive, ci hanno insegnato cos’ è la resilienza. Michela Moioli vince nello snowboard, dopo un bronzo sfumato alle precedenti Olimpiadi di Sochi causato da una rovinosa caduta sul finale che le procurò la rottura del legamento e numerosi mesi di stop e di recupero.

Sofia Goggia e la straordinaria vittoria nella libera di Pyeonchang. La fenice bergamasca, dal 2011 al 2015 continuamente tormentata da infortuni al ginocchio che la fanno cadere e rialzarsi, ogni volta più forte di prima fino a portarla a realizzare il suo sogno d’infanzia.

Mark McMorris, snowboarder canadese vince il bronzo nelle scorse Olimpiadi. A febbraio 2016 fu costretto a uno stop di 8 mesi per un femore rotto, rientrò e dopo poche settimane, si ritrovò nuovamente in ospedale con 16 ossa rotte. Riprense ad allenarsi a marzo 2017 e la storia si chiuse con il terzo gradino del podio a Pyeonchang.

Cosa insegnano queste storie? Anche quando si è toccato il fondo è sempre possibile risalire. Il termine resilienza ha un’origine latina, nel verbo resilire ed indicava l’azione dei marinari che, con barca rovesciata, cercavano di risalirvi.

Insomma questo termine indica la capacità umana di resistere, far fronte e autoripararsi di fronte a un danno o ad una difficoltà, riorganizzando positivamente la propria vita tanto da riuscirne rafforzati. Le persone resilienti sono coloro che con grinta, perseveranza e visione positiva, affrontano l’evento problematico con il forte desiderio di recuperare la propria vita o darle un nuovo indirizzo. Sofia, Michela e Mark sono degli esempi. Atleti che non hanno mai smesso di lottare, che hanno vissuto ogni giorno dell’infortunio come fossero giardinieri che coltivavano con cura la propria pianticella della motivazione durante un inverno rigido, con la convinzione che la primavera sarebbe arrivata presto e la pianticella avrebbe ritrovato tutta la sua forza.

La resilienza non è una capacità che si ha o non si ha; alla resilienza si educa e la resilienza si allena, proprio come un muscolo. L’educazione alla resilienza è educare alla fatica, a capire che per raggiungere degli obiettivi occorre sudare; ma è anche educare a ricevere no, a gestire quella frustrazione che arriva da una privazione o un divieto, capace di smuovere le risorse umane e di attivare risorse di resilienza. L’allenamento alla resilienza passa attraverso l’esperienza, con un atteggiamento mentale capace di accettare una situazione difficile, capace di voler trovare delle alternative possibili, capace di avere speranza e forza di volontà. 

Gli eventi sportivi, vissuti dal vivo o in forma mediata, possono insegnare molto. Andare oltre il luccicore delle medaglie e conoscere le storie di chi quelle medaglie o quelle sfide le ha conquistate, può dare un importante valore aggiunto alla propria crescita personale.

Mentesport

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