Educhiamo i giovani sportivi a dare il massimo, non a partecipare

“L’importante nella vita non è solo vincere ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”

Così il barone De Coubertin, citando l’arcivescovo della Pennsylvania Talbot, lasciò la sua impronta sui Giochi Olimpici Moderni che si basano ancora oggi su solidarietà, amicizia, impegno, lealtà, coraggio e pace.

Queste parole risuonano in tutti i campi sportivi, palestre, palazzetti e piscine da parte di genitori, nonni, accompagnatori e anche qualche allenatore, soprattutto rivolte agli sconfitti della gara.

Fino a qui tutti d’accordo, chi direbbe mai ad un bambino che l’importante è vincere??

Spesso, se ci riflettiamo però queste parole vengono parafrasate in “l’importante non è vincere ma partecipare”.

Detta così, soprattutto ad un atleta che si approccia allo sport, potrebbe innescare un boomerang di comportamenti pre gara, soprattutto in allenamento, e post gara, soprattutto dopo la sconfitta, lontano dall’effettivo scopo dello sport praticato.

Questo non vuol dire che si faccia sport o si avvicinino i figli allo sport per creare un universo di campioni o nel caso opposto di falliti, assolutamente il contrario.

Partendo dal vero significato di sport (sport=divertimento), non dobbiamo però mettere in secondo piano l’impegno, il rispetto dei compagni, dell’allenatore, della società in cui si pratica e soprattutto il rispetto per se stessi.

L’atleta deve allenarsi e scendere in campo con l’obiettivo di dare il massimo per vincere, gioire della vittoria senza denigrare l’avversario o accettare la sconfitta consapevole di aver dato il massimo.

Semplificando il significato delle parole di De Coubertin, si potrebbero creare atleti che si “accontentano” del risultato in favore della partecipazione alla competizione o peggio, non danno il massimo perché la sconfitta non è messa nello stesso piano della vittoria: se si vince siamo campioni, se si perde l’importante è aver partecipato.

Enzo Ferrari disse: “il secondo non è altro che il primo degli sconfitti”, aveva poi così torto?

Nello sport ad alto livello assolutamente no, anche perché gli atleti sono dei professionisti che fanno dello sport un vero e proprio lavoro e sia la notorietà che gli ingaggi variano molto in base al risultato.

La differenza con lo sport amatoriale e giovanile sta forse nel far comprendere il vero significato di vittoria: per alcuni potrebbe essere la salvezza, il raggiungimento di un determinato tempo o punteggio. L’allenatore deve pretendere il massimo in modo da raggiungere l’obiettivo più alto possibile, qualunque esso sia, il fallimento dell’obiettivo è da considerarsi come una sconfitta, mentre il raggiungimento o il superamento dell’obiettivo è in ogni caso una vittoria anche se lontano dal podio.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *