Qual è il suono di una sola mano che applaude? L’importanza del gruppo

Si dice che lo spogliatoio è l’anima della squadra.
Attraverso quella porta semplici individui diventano gruppo, si vestono di un colore, di un’identità. Dentro quelle mura si indossano le scarpe, le ginocchiere, tutti i materiali ed orpelli che rappresentano gli strumenti del mestiere. In questo spazio il giocatore dialoga, comunica con sguardi, atteggiamenti e respiri il suo voler essere parte della squadra. Se in campo il campione è tenuto a mostrare la sua competenza tecnica, è nello spogliatoio che può esprimere se stesso in relazione agli altri, chi gioca di più e chi meno. In questo spazio, il gruppo si compone di tanti rapporti individuali che si intersecano e diventano la solida rete che deve proteggere da eventuali cadute, dagli attacchi delle squadre avversarie, e ciò rappresenta la costante che accompagna importanti squadre di serie A come anche piccole squadre dilettantistiche.
Sono due dunque le reti: quella materiale e quella umana: quest’ultima mi piace pensare che sia estremamente protettiva a qualsiasi attacco.

Il gruppo squadra di uno sport, in questo caso mi riferisco alla pallavolo, è un team in cui inizialmente le atlete si ritrovano insieme per il solo motivo di essersi iscritte nella medesima società. E qui diventa dunque importante, la struttura relazionale del gruppo, la rete di comunicazione attuabile sui vari strati: tra figura e figura del gruppo. Tali rapporti, oltre che sul terreno di gioco, si evolvono soprattutto nello spogliatoio dove il confronto è costante e si lavora per una maggiore coesione, parlo di un grado di solidarietà tra i componenti del gruppo e di condivisione di ciò che alimenta il senso di appartenenza.

La sconfitta e la difficoltà nel superarla aggiunge significato al valore dello spogliatoio e si unisce alla simbologia che c’è dietro questo luogo fisico in cui si parla di problemi della squadra, ma non solo, si festeggiano le vittorie, si diventa confidenti ed amici, è quel locus amoenus dove ognuno può sentirsi libero di esprimersi, ciò che accade lì dentro rimane tra quelle mura. La sana vittoria in sé resta il fine ultimo di una squadra, mentre tutto il percorso che si costruisce per ottenerla passa attraverso un impegnativo lavoro di definizione del gruppo. Esiste, quindi, un’influenza molto forte tra spirito di squadra, senso di appartenenza e risultato della prestazione: la loro amalgama crea coesione e rende il gruppo squadra stabile, candidato dunque ad una grande prestazione.

La domanda che mi pongo da allenatrice è: quando l’allenatore deve entrare nello spogliatoio?
Secondo me non sempre! Il compito di divenire squadra in amicizia e serenità spetta principalmente ai componenti della squadra. Questo non vuol dire che l’allenatore se ne debba tirar fuori, ma lo spogliatoio è un luogo in cui i giocatori si sentono al sicuro, liberi di fare e dire ciò che vogliono: per un gruppo squadra di piccole atlete, a volte l’allenatore può limitare la spensieratezza delle più timide, che hanno il diritto di integrarsi senza sentirsi, seppur in senso buono, controllate da quella figura più grande che sempre trasmetterà la sua autorevolezza.

È un facilitatore del cambiamento una persona che stimola e indirizza le forze del singolo giocatore e lo aiuta a prendere consapevolezza delle sue potenzialità. Il coach indirizza la freccia della sua squadra verso un bersaglio preciso, insegna ai singoli membri come porsi a disposizione del gruppo lavorando su quelli che sono i punti di forza di ognuno.
Specialmente per le squadre di giovani atleti, credo sia necessario un processo di motivazione nell’alimentare un circolo virtuoso fatto di entusiasmo, mentalità positiva e vincente, e nell’evitare il processo opposto a seguito di insuccessi ripetuti nel tempo. Molti giocatori concentrano tempo ed energie sulle sconfitte, e purtroppo mortificano di più l’errore di quanto in realtà non gratifichi il punto fatto, si pone l’accento solo su ciò che si sarebbe potuto fare e non è stato fatto, su ciò che si sarebbe potuto ottenere e non si è, per qualche motivo, ottenuto.

Questa visione dell’errore comporta in sé altri errori: il giocatore inconsciamente continua a pensare e a rivivere insuccessi, accumula così ulteriore negatività e insicurezza, e in parte condiziona la sua mentalità anche in previsione futura; l’altro aspetto ulteriormente sfavorevole, è che l’atleta, ripercorrendo gli insuccessi, potrebbe attribuire il fallimento della squadra, inteso come una sconfitta, a se stesso, alla propria persona, alla propria capacità e non a quei comportamenti che invece sono stati la reale causa dell’accaduto.
Quasi sempre un allenatore è stato prima un giocatore, questo agevola la comprensione di tutte le dinamiche che si verificano in campo e dentro o fuori lo spogliatoio, permette di entrare facilmente in sintonia con il gruppo.

A questa figura non deve solo interessare l’analisi della causa dell’insuccesso, il suo ruolo speciale sta nell’affiancare ogni giocatore affinché si alleni e si abitui a creare i propri sentieri che lo conducano ad esprimere la sua prestazione ottimale: in sostanza, un coach con la C maiuscola deve fare in modo che l’atleta utilizzi il proprio fisico e la propria mente non come un freno, ma come un acceleratore di risultati personali.

!Più si accelera, più si impara ad amare la velocità. Vero è che se ti schianti fa male, ma andando più piano, l’ebbrezza è la stessa?

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