Lo Sport a Milano: Rocco e i suoi fratelli

Milano, capoluogo lombardo e secondo comune italiano per numero di abitanti, vanta nello sport professionistico di 131 scudetti, di cui il 52% derivanti dagli sport di maggiore interesse nazionale (calcio e basket), una percentuale molto alta considerando che la restante torta è divisibile in cinque diverse discipline, le stesse che in tutto lo stivale non riescono a suscitare l’attenzione di media e investitori.

Sotto la Madonnina il calcio è lo sport dominante: A.C. Milan e F.C. Internazionale Milano hanno un valore di mercato rispettivamente di 244 mln e 160 mln, cifre da capogiro che riescono ad attirare investitori e sponsor. Nota positiva anche per il Basket, la società Pallacanestro Olimpia Milano dal 2008 di proprietà del gruppo Armani ha effettuato molti investimenti, magari non ottenendo sempre il massimo risultato, in questi 8 anni tante finali scudetto, uno scudetto (il 26°) e una Coppa Italia. La crescita del movimento basket italiano ha attirato l’attenzione di investitori americani, che vorrebbero riportare il derby meneghino nella massima divisione.

La situazione degli sport “minori” in Italia è preoccupante, paragonabile alla fuga di cervelli. Le squadre top level cercano rifugio politico-sportivo in altre federazioni: ultimo esempio è la richiesta del Ritter Sport, società di Hockey su ghiaccio di Renon (Bolzano), d’iscrizione al prossimo campionato di massima divisione austriaco, già accaduto con l’Hockey Club Bolzano nel 2013. Diverso l’atteggiamento del club meneghino, il presidente ha deciso di ripartire dalla Serie B, con il progetto Milano 2016: “un grido di chiamata alle Istituzioni e agli imprenditori Milanesi e lombardi, a non lasciarci soli”, per far crescere il patrimonio delle giovanili e un po’ come protesta perché il campionato di Serie A è “attualmente non praticabile”.

Le società di sport di nicchia hanno bisogno di investitori e sponsor per il proprio sostentamento, e la situazione economica del paese non aiuta. Problema per le aziende milanesi che non hanno un elevato attaccamento sportivo. In passato abbiamo assistito a vittorie in “piazze” relativamente grandi, grazie all’aiuto economico di imprese locali (diventate poi multinazionali). Come la famiglia Benetton sponsor di Volley, Rugby e Pallacanestro Treviso (29 scudetti totali), Panini a Modena, Foppapedretti a Bergamo, Scavolini a Pesaro.

Ora prendiamo in esame il caso (o caos) Volley Milano: nel 1999 viene fondato il club, da una scissione del Volley Gonzaga (due volte campione del Mondo), riparte dalla Serie A2, ed ottiene subito la promozione in A1, nella massima divisione gioca 3 anni a buoni livelli e nel 2003 viene ceduto il titolo sportivo al Volley Piacenza, scompare per 7 anni per poi riacquistare il titolo sportivo dall’US ProVictoria Monza, riparte dalla serie A2, nel 2014 vince il playoff per la promozione e torna in massima serie e in tutto questo miscuglio nel 2012 sposta la sede di gioco a Monza. Quanto ne può risentire il tifoso che occasionalmente si appassiona ad uno sport “nuovo”, se dopo un periodo di tempo la squadra scompare o cambia città? Interessante l’idea invece di creare un consorzio tra società (sei al momento).

La crescita di una società sportiva è direttamente proporzionale agli investimenti (blasone, strutture, settore giovanile), questo attirerebbe sponsor, attenzione da parte dei media e voglia da parte delle nuove generazioni di approcciarsi allo sport in questione. La mentalità deve essere sempre vincente, nei professionisti non basta più partecipare.

INVESTIRE è la parola d’ordine.

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