Lo Zen e il tiro con l’arco. Frecce, bersagli e liberazione dall’Io.

(agileforest.com)
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Parte seconda. Scompare il bersaglio

“quella liberazione da se stessi di cui aveva parlato il Maestro non si trovava sulla via che conduce al vuoto, al distacco?”

Con questa domanda si apre la seconda parte sul tiro con l’arco.
Siamo ancora nella impasse di attendere senza intenzioni lo scoccare della freccia al momento giusto.
“Mi sforzavo di aspettare fino a che la tensione si compisse e allo stesso tempo si sciogliesse nel colpo, eppure ogni colpo falliva: desiderato, provocato, deviato.”
Allora il punto sta nel cogliere quel momento in cui dal rilassamento fisico si passa al rilassamento psichico-spirituale.
I corretti esercizi di respirazione portano ad avere la capacità di tendere l’arco senza sforzo. Respirando bene si è completamente rilassati, ma sempre e solo fisicamente.
Il rilassamento deve avvenire anche nello spirito, al fine di rendere lo spirito non solo mobile, ma libero. Per ottenere ciò la sola respirazione non basta più, dobbiamo ritrarci da tutti i legami, bisogna abbandonare totalmente l’Io: “così che l’anima si trovi nella piena potenza della sua ineffabile origine”.
La respirazione corretta non è altro che il sostegno all’anima. Tanto più ci si concentra sulla respirazione, tanto più si smorzano gli stimoli esterni. Ad un certo punto “si sa e si sente solo che si respira, e per liberarsi da questa sensazione non serve più nessun atto di volontà: la respirazione si rallenta da sola ed ha bisogno di sempre meno fiato e, finalmente, si sottrae interamente all’attenzione”.
E allora immediatamente subentrano stati d’animo, sentimenti che non avevamo previsto che minacciano questo momentaneo stato di inconturbabilità, sentiamo che la nostra attenzione si dirige su altro. In quel preciso momento lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di accogliere con serenità ciò che si presenta alla nostra coscienza, come se fossimo spettatori passivi di uno spettacolo che in fondo non ci interessa un granchè. Solo così si raggiunge lo stato di abbandono necessario.
Quello raggiunto in questo modo è uno stato totalmente libero da intenzioni in cui non si pensa più, non si desidera nulla di definito. Questo stato è definito “spirituale”.
In questo stato lo spirito è ovunque, come l’acqua che riempie un lago ma che è sempre pronta a defluirne. Questa condizione è la condizione originaria, e il suo emblema è il cerchio vuoto: il simbolo dello Zen. Questo è il maldestro tentativo di descrivere a parole qualcosa di praticamente ineffabile, così come il satori è incomunicabile, il raggiungimento di questo stato è incomprensibile da chi non l’ha già sperimentato.

Ma allora cosa è servito esercitarsi con l’arco  prima, e fallire poi?
Prima di provocare il giusto cambiamento nello spirito era fondamentale esercitarsi perché solo così è possibile fondere gli esercizi abituali con l’arco e lo stato “spirituale”. Solo imparando mnemonicamente le azioni e successivamente collegarle con la respirazione e il distacco è possibile veramente liberarsi dei legami e continuare a usare l’arco.
Ma Herrigel, e noi con lui siamo ancora ben lontani da quel momento. Il grosso del lavoro deve essere ancora compiuto.
Con i continui insegnamenti il Maestro conduceva Herrigel attraverso se stesso. Come da una candela accesa se ne accende un’altra, un maestro trasmette lo spirito della vera arte da cuore a cuore.
Con la corretta respirazione e il faticoso distaccamento dall’Io si penetra in una fase del tiro con l’arco che non ha quasi più nulla a che fare con il tiro con l’arco, si parla di “Grande Dottrina” del tiro con l’arco. Qualcosa di più simile ad un rito sacro che a uno sport.
Ma l’attesa che la freccia lasciasse da sola l’arco era qualcosa di troppo dispendioso, troppo faticoso.

“smetta di pensare al momento del tiro, non potrà che fallire!”
“non posso fare altrimenti, la tensione diventa troppo dolorosa”
“lo è perché lei non si ancora distaccato da se. Lasci che la tensione raggiunga il suo limite, così il colpo si staccherà dall’arciere come la neve dalla foglia di bambù, senza che ci pensi”.
Ma ancora Herrigel non riusciva ad attendere tranquillamente che il colpo partisse.
Troppo legato al ragionamento, troppo legato all’idea di essere lui l’autore del colpo Herrigel domandava al Maestro: “come può partire il colpo se non lo tiro io?”. La risposta è che la freccia semplicemente si tira. Quando sarà il momento.
“aspetti pazientemente quel che viene e come viene”.

E proprio allora avvenne il cambiamento.
“riunciai a chiedere, e più volentieri di tutto avrei anche rinunciato ai miei soliti esercizi. Vivevo alla giornata, sbrigavo bene o male il mio lavoro e infine non mi preoccupai neppure più del fatto che mi fosse diventato indifferente tutto ciò a cui mi ero applicato con tanta costanza”.
Ecco che un giorno, dopo un tiro, il Maestro si inchinò profondamente e disse: “proprio ora si è tirato”. Era finalmente successo: la freccia era partita senza che Herrigel avesse intenzione di scagliarla. “questa vola lei si è tenuto nella massima tensione nel completo oblio di se e delle sue intenzioni, ed ecco che il colpo si è staccato da lei come un frutto maturo. Adesso continui ad esercitarsi come se non fosse accaduto nulla”.
È proprio qui il segreto? Nel momento esatto in cui Herrigel aveva, dentro di se, rinunciato, il colpo è partito. Proprio quando non si da alla freccia nessuna importanza, la freccia si stacca da sola. Non appena si smette di pensare al tiro, alla freccia, a noi che tendiamo alla freccia, a noi che non riusciamo ad aspettare che la freccia parta, proprio allora la freccia è partita. Così come si fa uscire l’oca dalla bottiglia stretta, si lascia che la freccia scocchi semplicemente dimenticandoci di essa.
La cosa più singolare di tutte è che non c’è nessuna differenza, apparentemente, fra tiri corretti e tiri difettosi. “ma la differenza qualitativa è così grande che non può sfuggire a chi l’ha sperimentata una volta”.
A questo punto, il fatto che la freccia colpisca o meno il bersaglio passa in secondo piano. Si può diventare maestri d’arco anche se non tutti i colpi fanno centro.
Ed è qui la cosa sconvolgente, perlomeno per noi Occidentali. Si pensa sempre di dover praticare sport con il fine di vincere, di ottenere risultati concreti e tangibili. Tutta la nostra cultura è fondata su questo. Ma nessuno ha mai posto l’accento sullo spirito, su ciò che sta dentro l’atleta.
Ciò che sta alla base del tiro con l’arco non è il voler colpire il bersaglio. Si può benissimo essere cecchini infallibili ma non aver raggiunto nessun equilbrio spirituale dal punto di vista Zen.

Il vero bersaglio della “Grande Dottrina” del tiro con l’arco è l’arciere stesso.
Con queste ultime considerazioni si chiude il racconto di questo meraviglioso libro.
Il fatto che ci sia qualcosa da colpire poco importa. Una volta impostato correttamente, il tiro con l’arco è un lavoro tutto spirituale. Sono io che respiro o è esso che respira me? Sono io che tendo l’arco o è l’arco che mi trae alla massima tensione? Sono io che colpisco il bersaglio? Ma qual’è il bersaglio? Sono domande che persono di senso.
Arco, freccia, bersaglio e Io si intrecciano tra loro in modo che non si possa più separarli. E anche il bisogno di separarli è scomparso. Si diventa un tutt’uno: io sono arco bersaglio e freccia, e loro sono me. Questo traguardo è stato raggiunto da Herrigel in 5 anni.

“perchè non appena tendo l’arco e tiro, tutto diventa così chiaro e naturale, così ridicolmente semplice..
“proprio ora”, mi interruppe il maestro, “la corda dell’arco l’ha trapassata da parte a parte”.

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