Lo Zen e il tiro con l’arco. L’azione senza azione.

(besport.com)
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Parte prima. La respirazione e il tiro.

“Lo Zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel è il libro diventato un must di tutti quelli appassionati di Zen che vogliono farsi un’idea precisa di quello che lo Zen insegna.
Affrontarlo in questo articolo è stata un’impresa molto complessa, e ne parlerò in due uscite distinte, tanto è denso di contenuti.
Herrigel è stato professore di filosofia, pertanto la sua esperienza dello Zen è l’esperienza di un occidentale, ci permette di avvicinarci a quel mondo con parole più familiari.
Herrigel insegnò filosofia in Giappone, e colse l’occasione per farsi addestrare da uno dei più grandi maestri del paese. La sua esperienza è per l’appunto raccontata nel libro.
Se fino ad ora ho usato lo Zen per spiegare e migliorare l’approccio ad alcuni sport, con il tiro con l’arco farò il percorso inverso: userò tale disciplina per spiegare lo Zen.
Il libro è tremendamente affascinante. Chiunque nutra una piccola scintilla di curiosità-zen deve leggerlo.

“l’uomo è un essere pensante ma le sue grandi opere vengono compiute quando non calcola e non pensa”.

In primo luogo, chiunque si aspetti che il libro insegni a tirare con l’arco e basta sbaglia totalmente previsione. “ci si attenderà una descrizione del modo particolare con cui oggi si pratica in Giappone il tiro con l’arco come sport nazionale? Nulla di più errato”.
Il giapponese intende il tiro con l’arco come un rito. La capacità di tirare con l’arco è raggiunta con esercizi spirituali che vogliono colpire un bersaglio spirituale: l’arciere così facendo arriva a cogliere se stesso.L’uomo che è stato trasformato dallo Zen conduce un’esistenza troppo convincente perché passi inavvertita, in questo senso il tiro con l’arco è una propedeutica allo Zen.
Iniziamo il cammino insieme a Herrigel e alle sue parole…

“Che la via dell’arte senz’arte non sia facile me ne resi conto subito alla prima lezione”.

In primo luogo, il maestro sottolinea che è importante la forma dell’arco, che se teso al massimo allora esso racchiude in se il Tutto, ecco perché è così fondamentale imparare a tenderlo nel modo giusto. Già, ma cosa vuol dire? Quanto mai può essere difficile tendere un’arco?
Il fatto immediatamente sconvolgente è che tendere la corda dell’arco non deve comportare nessun sforzo fisico. Il maestro, per dare una dimostrazione “incoccò una freccia e tese l’arco, rimase in tensione e…finalmente tirò.” Tutti i movimenti non solo erano bellissimi, armoniosi, ma soprattutto erano straordinariamente agevoli. La corda del tiro con l’arco non è fatta per rafforzare i muscoli. Le mani devono compiere il lavoro, le braccia e le spalle devono restare rilassate come se non partecipino all’azione.
Inutile dire che all’inizio questo è impossibile da compiere, sia per Herrigel che per chiunque voglia impratichirsi di tale arte. Normalmente, durante la tensione le braccia si fanno pesanti, le spalle dolgono, come si fa a tendere l’arco restando rilassati? Per quanto Herrigel ci provasse, sforzandosi di seguire il maestro, falliva miseramente.
Il primo grande problema che lo impedisce è la respirazione. Viene sempre compiuta in modo erroneo, non connettendola ai movimenti della tensione dell’arco.
Afferrare l’arco, incoccare la freccia, sollevare l’arco, tenderlo e restare nella massima tensione e finalmente tirare, queste sono le fasi salienti. “ciascuna di esse veniva avviata con l’ispirazione e terminata con l’espirazione.” Così facendo la respirazione entra naturalmente nel processo, anzi, intreccia e lega insieme tutti questi atti.
Ma sarebbe troppo facile se fosse tutto qui il segreto.
Se ci limitiamo (come faceva Herrigel) a seguire queste istruzioni, concentrandoci sulle istruzioni, l’esito non cambia. Proprio perché ci sforziamo a farlo bene che non riusciamo a farlo bene, “è appunto perché lei si sforza, perché lei ci pensa che non ci riesce”.
Tuttavia è possibile abbandonare la mente, dopo molti tentativi si può imparare ad agire senza sforzi, e allora Herrigel rivela che “riuscivo a perdermi nella respirazione così tanto che avevo la sensazione di non essere io a respirare ma di essere respirato, riuscivo a tendere l’arco e mantenerlo teso molto più a lungo, eppure non avevo idea di come facessi”. Tutto avveniva per Herrigel in maniera spontanea.
Ma allora perché il maestro non spiegò subito come respirare correttamente con la scomposizione delle fasi? Perché sarebbero state solamente istruzioni impartite, non capite veramente. Se la prima lezione fosse stata “la corretta respirazione” Herrigel non avrebbe mai potuto attribuire ad essa un ruolo così decisivo. Tutti i suoi tentativi dovevano naufragare per poter essere veramente aiutato.

Il passo successivo è il tiro.
E’  intuitivo pensare che così come la respirazione anche il tiro di un maestro Zen avviene naturalmente, come se fosse la cosa più facile del mondo. La naturalezza di azioni del genere è sconvolgente, e tutto l’Oriente è particolarmente sensibile all’agevolezza con la quale si esegue un atto di forza.
Con il tiro vero e proprio entriamo nel vivo dello zen. Gli insucessi di Herrigel in merito a questa fase erano stati ampiamente previsti dal maestro, insuccessi che accadevano perchè egli pensava(ancora una volta!!) a ciò che stava per fare. “Non pensi a quello che deve fare! non rifletta. il colpo fila liscio solo se soprende il tiratore stesso.”
Questo vuol dire che si sbaglierà sempre se si vorrà decidere di tirare la freccia (ma possiamo pensare di estendere questo discorso a tutto ciò che ci capita di fare: se decidiamo di agire, inun certo senso falliamo sempre), non bisogna aprire la mano con intenzione. quello che bisogna fare è lasciare che la freccia parta da sola, tendere l’arco finchè la freccia non esca lei stessa dalla corda.  Decidere di voler tirare la freccia sarebbe come voler controllare ogni respiro dei nostri polmoni: ci paralizzeremmo, nel tentativo stupido di imbrigliare un processo che è naturale.
Ma allora come si fa? le parole riportate da Herrigel sono illuminanti: “bisogna tenere la corda tesa come un bambino piccolo tiene un dito che gli si porge.” La mente del bambino non ha concetti, non sta pensando “sto tenendo il dito”, lo tiene e basta, e quando è il momento di lasciarlo non pensa “adesso lascio il dito per prendere qualcos’altro”, lo fa e basta.  Senza riflettere e senza esitare.

Invece Herrigel si sforza di provocare cambiamento in uno stato di cose (la corda tesa con la freccia incoccata) che è destinato a modificarsi da solo, la freccia che parte è un accadimento indipendente da chi tende l’arco. Sotto questo punto di vista è fondamentale tornare bambini, quando agiamo senza pensare di agire. Lo facciamo e basta. “la vera arte è senza scopo, senza intenzione!”. Mentre noi, che pretendiamo di voler controllare tutto con il nostro cervello, più vorremo scagliare la freccia tanto meno riusciremo a farlo.
Come si esce da questa impasse? Cosa diavolo significa “agire senza agire”? Bisogna saper imparare la giusta attesa, il momente giusto.
E lo si impara solamente staccandosi da se stessi, lasciandosi dietro tanto decisamente noi stessi e tutto ciò che è nostro. Dobbiamo spogliarci intenzionalmente di ogni nostra intenzione.

Ma cosa vuol dire?…

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