Lo Zen e la Pallavolo. Velasco, la cultura degli alibi e l’accettazione della realtà.

La seconda uscita dello Sport allo Zen è dedicata alla pallavolo.
Per scrivere della pallavolo, oltre che servirmi di alcuni principi dello Zen, non ho potuto non considerare le parole e gli insegnamenti di un personaggio che ha in un certo senso rivoluzionato sia la pallavolo sia l’idea stessa dello sport: Julio Velasco.

Su internet è possibile trovare molti video in cui Velasco discute e mostra i cardini del proprio pensiero, oltre che a consigliare di guardali, sarà su di essi che si basa “Lo Zen e la pallavolo”.

Quello che è considerato il cavallo di battaglia di Velasco è quello che lui stesso chiama la “cultura degli alibi”, attraverso di essa egli ha radicalmente modificato il modo di intendere la pallavolo nel nostro paese, e questo ha permesso che la nazionale maschile, definita “la generazione dei fenomeni”, vincesse dal 1989 al 1996 (quando Velasco lasciò le redini della squadra) 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella World League. La maggior parte delle parole di Velasco che citerò sono prese dalla conferenza di Berlino del 2000, in cui espose la sua “cultura degli alibi”.

“Se capisci, le cose sono così come sono
Se non capisci, le cose sono così come sono”
detto Zen

In primo luogo quello che Velasco ha sempre insegnato, il pilastro della propria visione del mondo, è che “la realtà è quello che è, non come voglio che io sia”. Questa è una affermazione impregnata di Zen: le cose sono come sono. Né più nè meno. Questo vuol dire che prendersela con la realtà perché non si vince o perché non si riesce a fare qualcosa è un atteggiamento da perdenti.
Se la realtà non è modificabile, e quella palla arriva troppo lontano o troppo vicino alla rete per schiacciare bene, allora lo schiacciatore non può trattarla come se la palla fosse alzata bene: deve adattarsi a quella palla ed agire di conseguenza. Questo implica dinamicità di pensiero e azione, saper cogliere in quel momento cosa è meglio fare o non fare.

Da questo aspetto non si può prescindere. Ma possiamo anche parlare più in generale, Velasco non vuole “accettare il perché una cosa non si può fare che non sia per la propria responsabilità”, cioè, non accettare dai propri giocatori la frase “non posso farlo questo perché..” se il “perché” non c’entra con loro. Se sbaglio, e se secondo me ho sbagliato perché non sono abituato a giocare alle 10 del mattino o perché i fari della palestra sono troppo forti e mi abbagliano, allora sto cercando alibi, sto allontanandomi dalla mia responsabilità.

In definitiva, entro i limiti della fisica e del campo in cui gioco, io sono completamente responsabile dell’esito della partita. Questo comporta immediatamente un altro assunto importante: “l’idea della perfezione è un’idea da perdenti”. Tutti sanno che se si è perfetti si vince, è una tautologia!
Quello che bisogna insegnare è come si vince anche se non si è perfetti, soprattutto perché NON si è mai perfetti. “Io voglio schiacciatori che schiaccino bene palle alzate male, perché quelle alzate bene le schiacceranno benissimo”, afferma Velasco.
Se non si è perfetti, allora vuol dire che si commettono errori, è un fatto del quale bisogna tenerne conto: gli errori vengono commessi, tutti sbagliano!
Allora, cosa fare di fronte ad un errore? In primis, non reagire ad esso.
Il ricevitore spara in tribuna una battuta lenta? Tutti hanno visto che è colpa sua, lui soprattutto lo sa, ebbene: non fare niente, non dire niente. Comportarsi esattamente come se nulla fosse accaduto. Oltre che a destabilizzare l’avversario (“questi sbagliano e non fanno una piega??!”) tale atteggiamento aiuta perché permette alla squadra di pensare subito alla palla successiva, al momento dopo. Si vive la partita come insegna lo Zen: azione dopo azione.
Completamente immersi nel presente, si gioca un palla alla volta.

L’errore è ineliminabile, ma non vuol dire che bisogna arrendersi al fatalismo, al classico “è andata così”. Per combattere gli errori (perché è vero che se ne commettono ma è anche vero che è meglio commetterne meno possibile) Velasco dice che bisogna scegliere cosa si può sbagliare. “Possiamo permetterci di alzare troppo vicino a rete ma non possiamo permetterci di alzare troppo lontano da rete, perché così facendo regaliamo palla agli altri”, questo è un esempio.
Ma nonostante ciò, i giocatori possono sbagliare, e qualora venga male l’alzata, di chi è la colpa? Velasco parla dell’inevitabile scarica-barile fra i compagni: lo schiacciatore sbaglia perché la palla è alzata male, si lamenta con alzatore che risentito chiede al ricevitore di ricevere meglio, il ricevitore si gira e non vede nessuno.. può forse chiedere agli avversari di battere più piano?
In definitiva, la colpa non è mai da attribuire a qualcuno, perché se il ricevitore riceve male, l’alzatore deve adattarsi a quella palla lenta e alzare meglio che può, e così via. Non importa chi commette l’errore, l’azione è comunque passata, è finita. Si pensa a quella successiva. L’ imperativo è dimenticare l’azione precedente, soprattutto quando non si è più in battuta.

Sapersi adattare alla realtà implica una serie di postulati che devono essere accettati.
Il primo è che possiamo di cambiare noi stessi, il modo di giocare, il modo di allenarsi, il modo stesso di vivere la partita. Per fare ciò occorre determinazione ma soprattutto fiducia.
Fiducia in se stessi, fiducia nei proprio compagni, fiducia nel mister. Giocare in una squadra, dice Velasco, vuol dire stabilire dei ruoli, sapere chi fa cosa e quando: vuol dire avere una tattica. Senza questo non si va veramente da nessuna parte.
La fiducia nella propria capacità di migliorarsi apre la strada a nuove prospettive.
Insegna a prendere confidenza con gli errori, in questo senso Velasco paragona la realtà a un Pc: il Pc è di fatto perfetto, non commette errori. La realtà ovviamente non è perfetta, ma non è modificabile, è appunto “quella che è”. Se sbaglio con il pc, sarò sicuramente io ad aver sbagliato qualcosa, nessuno di noi penserebbe mai che è stato progettato male il computer; ergo, so che devo provare in un altro modo. Se sbaglio la battuta, non è certamente perché la rete è troppo alta o la palla sgonfia, lo sapevo anche prima di battere che la palla non era come al solito: ergo, devo provare in un altro modo!
Ecco che l’errore da qualcosa dal quale non possiamo prescindere diventa quasi fondamentale: diventa parte integrante del percorso per imparare.
Qui ritorniamo al discorso di prima, avere una mentalità vincente non vuol dire non commettere errori, significa prendere atto di essi e di lavorare per eliminarli.
Qui c’è ancora un forte richiamo allo Zen, l’allenamento e la determinazione non portano alla perfezione, semplicemente migliorano l’atleta. Quando si parlava dell’agire Zen si parlava dell’azione naturale, spontanea, che non è “fare le cose a caso”, ma fare le cose nel modo migliore. Velasco non dice altro che questo: data una determinata situazione, il giocatore deve adattarsi ad essa e scegliere l’azione migliore per quella situazione. Azione che è inevitabilmente diversa di volta in volta.

Verso la fine della conferenza, Velasco parla delle tre partite che le sue squadre imparano a giocare.
La prima partita è contro i propri difetti e i propri limiti. Bisogna prendere coscienza che di limiti e difetti siamo pieni ed è pieno il mondo, la squadra vincente sa mascherarli e combatterli.
La seconda partita è contro le difficoltà. La difficoltà è vista come un impedimento, come quel “qualcosa” che mi impedisce di giocare come so e come voglio. Ebbene, una partita in cui non ci sono difficoltà è una partita che non esisterà mai, alle difficoltà ci si oppone adattandosi a loro.
Vincendo le prime due partite inizia la terza, che è contro gli avversari. Se il processo di miglioramento è stato seguito, la vittoria in questa terza prova sarà sicuramente più facile. Ma non è sicura, non lo è mai.
Perché le cose possono andare male, e non solo nello sport, e delle volte, se una cosa va male, è semplicemente perché è andata male. Perché così come esisto io, esiste la mia squadra ma soprattutto esistono gli altri. La vera mentalità vincente consiste nel prendere atto che delle volte si perde perché gli altri sono stati più bravi di noi.

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