Lo Zen e l’arte del gioco del calcio. Individualità eliminate, forza del collettivo e concentrazione.

“Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui.
Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente.”
Tratto da “Ogni Maledetta Domenica”

Si apre con il calcio la parte sullo Zen dedicata allo sport.
Quelli che seguiranno nelle prossime settimane saranno una serie di spunti e riflessioni sull’applicabilità della filosofia Zen alla psicologia dello sport. Alcuni sport sono già stati classicamente associati allo Zen (la corsa, il tiro con l’arco, il tennis), per alcuni invece si tratterà della prima volta.
La prima puntata della rassegna “lo sport allo Zen” è dedicata al calcio, sia perchè è lo sport che pratico e secondariamente, e banalmente, è lo sport di squadra più diffuso e conosciuto. Parleremo di calcio ma sottintendiamo tutti gli sport in cui si fronteggiano due squadre.

La prima cosa da sottolineare è che il calcio è uno sport di squadra, gran bella scoperta! Eppure è proprio così, spesso ce lo si dimentica. In moltissime trasmissioni televisive si sente parlare di “giocatori che mancano”: all’Inter manca un difensore, al Milan un centrocampista e così via. Si parla di giocatori infortunati, gente fuori ruolo, attaccanti stanchi ma non si sottolinea mai abbastanza l’importanza del gruppo. Il supremo difensore della teoria del collettivo è Arrigo Sacchi: lui forse esagera, perchè il classico commento in ogni dopopartita è che “quella squadra non gioca come un collettivo, troppi solisti”.
Tuttavia, sebbene lo ripeta alla nausea, ha colto nel segno. Il calcio è uno sport di squadra, le individualità contano pochissimo. Nessun campione vince da solo, anche Maradona aveva bisogno di un portiere.

E allora cosa c’entra lo Zen? Lo zen in primo luogo c’entra “in generale” perchè insegna come affrontare un impegno sportivo qualsiasi, in tal caso, una partita di calcio.
In quei 90 minuti di gioco si trova tutto il mio mondo, dal momento che entro in campo al momento in cui esco. Ogni altra cosa deve essere lasciata fuori, i problemi a lavoro e gli esami ancora da dare sono dimenticati, la serata in discoteca è da cancellare, ogni altro pensiero che non riguardi ciò che sto andando a fare DEVE essere eliminato. Concentrazione totale sull’hic et nunc: da adesso io sono con il corpo e la mente nella partita. Questo è l’imperativo del giocatore.
E nel calcio si vince solo se anche tutti gli altri hanno chiaro in testa questo, una squadra ha uno scopo comune e una sola volontà.
Così come ogni parte del mio organismo mi permette di sopravvivere, ogni giocatore in ogni squadra ha il suo compito specifico. Tutti insieme, fanno un unico corpo. Se qualche parte del corpo è malfunzionante, l’organismo stesso arranca, si ammala, e in definitiva, muore.

Dicevamo nelle settimane scorse che fondamentale per lo Zen è l’eliminazione dell’idea dell’io. Nello Zen non ci sono più io-che-faccio-cose. Il mio me stesso e ciò che faccio costituiscono una unità inscindibile. Allora, nel calcio, io non solo “sono la partita che sto giocando” ma non sono più nemmeno io, l’ego è superato, annullato. Il calciatore di un gruppo vincente trascende se stesso, diventa parte di un qualcosa di altro.
Le grandi squadre in giro per il mondo, sono composte da giocatori ma contemporaneamente i giocatori al loro interno non esistono più. In definitiva, non si gioca più 11 contro 11 ma sempre 1 contro 1. Ecco perchè nel calcio non vince sempre chi è più bravo, ma chi sa essere squadra più degli altri.
Non è un caso che tutti i grandi giocatori sono coloro i quali hanno la capacità di porsi al servizio della squadra. Nel calcio da soli non si è nessuno, è un fatto incontrovertibile, “come la morte o le tasse”. Le squadre con i grandi campioni vincono solo se i grandi campioni si dimenticano di esserlo. Un esempio su tutti: Eto’o nell’Inter di Mourinho. Elogiato da tutti, definito come l’attaccante che era disposto a fare il terzino: esempio di umilità ed esempio di come tutte le vittorie precedenti contino poco meno di nulla.

Eccolo qui quindi lo Zen nel calcio, accettazione del presente come unico momento veramente importante ed eliminazione del proprio io, mettersi al servizio dei compagni e affidarsi al gruppo prima che a se stessi.

Forse qualcuno si aspettava qualcosa di più difficile, qualcosa di strano, di nuovo. Ebbene rimarrà deluso, il segreto è tutto qui. E’ troppo semplice? Assolutamente sì. E’ troppo facile? assolutamente no!
Accettare lo Zen nella propria vita comporta un rischio, o se ne viene catturati, o lo si scaccia via come una banalità senza senso.
Eppure, gli insegnamenti così semplici dello Zen possono cambiare veramente la vita: l’idea di poter veramente agire come se quello che stiamo facendo sia l’unica cosa che veramente conti è rivoluzionaria. Ogni volta è come nascere e morire, ogni azione (ogni partita, in questo caso) sono tutta la nostra vita di quel momento, allora viviamola e quando finisce, muoriamo e rinasciamo in quello che dovremo fare dopo; e così ogni volta, ogni giorno, in tutto ciò che quotidianamente ci accade di fare. Questo vuol dire veramente affidarsi completamente alla realtà, è l’unico modo per vivere veramente con la piena consapevolezza di noi e del nostro posto nel mondo. C’è forse qualcosa di più importante?

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