L’ultima Haka. La storia di Jonah Lomu.

Lo sport è una metafora della vita. Si pratica sport e ci si allena esattamente come si vive, si gareggia e di disputano partite allo stesso modo in cui si affrontano problemi e ostacoli della vita.
Ne era perfettamente consapevole Nereo Rocco, che, parlando del calcio, formulò quella straordinaria frase, conosciuta come la Legge di Nereo Rocco, “In campo come nella vita” che rappresenta una delle più potenti e significative riflessioni dedicate allo sport, perchè contiene una verità universale, che va ben oltre le dinamiche del gioco del calcio.

La legge di Nereo Rocco sembra essere stata pensata delineando i tratti di quello che è generalmente riconosciuto come il più grande giocatore di rugby di tutti i tempi, morto lo scorso novembre: Jonah Lomu, il gigante della nazionale neozelandese, gli All Blacks.
La storia, umana e sportiva, di Lomu è una di quelle che insegnano molto, ma soprattutto, insegnano a vivere.
Oltre ad avere avuto un’infanzia terribile, a causa del padre alcolizzato, a 21 anni gli fu diagnosticata una sindrome nefrosica, una malattia genetica per la quale è necessario un trapianto di reni.

Un’intera carriera segnata da un problema, grave, che gli rese sempre più difficile allenarsi ed esprimersi con tutto il proprio potenziale.

Questo potenziale, quello che Lomu sapeva fare con la palla ovale fra le braccia, lo ha consegnato per sempre alla storia. Era un gigante, un colosso di 196 cm per 120 kg, ma sul campo era imprendibile, riusciva a sfrecciare sotto i 10 secondi e mezzo sui 100 metri.
Con un fisico del genere, animato da una determinazione eccezionale, Lomu bruciò le tappe, e nel 1994 con pochissimi incontri ufficiali di club alle spalle, fu convocato negli All Blacks, divenendo il più giovane debuttante neozelandese ( a 19 anni, un mese e 14 giorni) in un test match, il 26 giugno contro la Francia.
Fu però l’anno seguente che Lomu entrò di diritto nella storia di questo sport, fu convocato per la Coppa del Mondo di rugby 1995 in Sudafrica, manifestazione che segnava il rientro nelle grandi competizioni internazionali degli Springbok (la locale Nazionale di rugby) dopo la fine dell’apartheid.

L’inizio del torneo fu all’insegna della normalità, segnando i suoi primi punti già all’esordio contro l’Irlanda; fu durante la semifinale, contro l’Inghilterra, che Lomu salì definitivamente alla ribalta garantendo ai suoi compagni il biglietto per la finale del mondiale, contro i padroni di casa.
In quella partita realizzò quattro mete, era una macchina.
Quando partiva, era, di fatto, inarrestabile. Jonah volava: angoli di corsa devastanti, cambi di passo impensabili. Accarezzava l’erba con la leggerezza del vento.
E’ stato un prodigio di agilità e coordinazione, tanto che una compagnia petrolifera mise, dopo la semifinale, una “taglia” di 5mila dollari per il primo giocatore del Sud Africa che fosse riuscito a placcarlo.
La storia di quella competizione viene  meravigliosamente raccontata da Clint Eastwood nel film Invictus, e nonostante Lomu, gli All Blacks dovetterno inchinarsi ai padroni di casa; ma ormai il mito di Jonah Lomu era esploso, e le sue straordinarie prestazioni a quel mondiale contribuirono ad una svolta epocale per la storia del rugby: dopo il 1995 si aprirono le porte del professionismo.
Il magnate della tivù australiano Rupert Murdoch, incantato da Lomu e dal rugby, decise di avviare uno dei più colossali investimenti nella storia della sport mettendo sotto contratto per 10 anni le federazioni di Nuova Zelanda, Sud Africa e Australia con una spesa di 550 milioni di dollari per creare il torneo TriNations.

Fu proprio nel biennio successivo al mondiale che Lomu apprese della propria condizione fisica, e apprese anche che la sua carriera, e la sua vita, si erano trasformate in una corsa a tempo, prima o poi, non ci sarebbe stato più niente, nessun terzo tempo, nessuna mischia, nessuna meta: solo lui, la dialisi e la necessità del trapianto,
Non si fermò mai, nonostante questa consapevolezza.
Il suo medico e amico disse, parlando di lui: “Fa paura pensare a cosa sarebbe potuto diventare se non avesse avuto per gran parte della sua carriera questo grave problema a frenarlo”; perchè la malattia era grave ed era fondamentale tenerla sotto controllo, non gli permise di allenarsi con costanza per i quattro anni fra il mondiale del ’95 e quello del ’99, e questo influì non poco sulle sue prestazioni, con la diretta conseguenza che anche la Nuova Zelanda nel ’99 non riuscì ad andare oltre il quarto posto: la carriera di un atleta che esplose in maniera devastante solamente quattro anni prima stava già iniziando la sua parabola discendente, molto prima del tempo.

Le condizioni di salute si deteriorarono gravemente nel corso degli anni successivi, nel 2003 la situazione era contemporaneamente drammatica e commovente.
Lomu giocava per gli Hurricanes, club professionistico di Wellington; durante il Super 12, l’allenatore lo sostituisce a metà partita. Qualcosa in lui non va più come prima, i reni non rispondono. All’ inizio del match sta bene, ma poi, dopo uno sforzo eccessivo, uno scatto, un placcaggio rotto (di placcaggi subìti non se ne parla), fa sempre più fatica a recuperare. Perfino tornare nella sua posizione gli costa una fatica tremenda.
Tana Umaga, capitano degli All Blacks e degli Hurricanes, la squadra di Jonah disse: “Durante il Super 12 del 2003 nessuno di noi era al corrente delle sue reali condizioni. Non ha mai fatto pesare i suoi problemi di salute, è sempre stato così. Come capitano qualche volta ci andavo giù pesante con lui. ‘Dai, Jonah – gli dicevo – abbiamo bisogno di te, io ho bisogno di te’. Quando scoprii quanto fosse malato mi sentii un verme. Gli telefonai per dirgli quanto mi dispiacesse, che non avrei dovuto chiedergli di più quando doveva sopportare tutto quel peso enorme. ‘Tana, non c’è problema’, mi rispose.”.
Nessun problema.

Eppure il problema c’era. Il livello normale dell’emoglobina oscilla fra i 135 e i 180 milligrammi per millilitro: nel 2001 e nel 2002 il livello di Jonah è già fra il 90 e i 95; nel 2003 scende a 68. E quello, il 2003, è l’anno della coppa del mondo in Australia.
Ma lui non la può giocare, è costretto a sospendere l’attività sportiva per entrare in dialisi: 3 sedute a settimana. Sarebbero presto diventate 5.
Il mondo del rugby, commosso, si mobilita, molti arrivarono a offrirsi volontari per il trapianto, ormai divenuto necessario per rimanere in vita.
La storia sembrò avere il suo lieto fine l’anno successivo, quando nel 2004, gli fu possibile sottoporsi all’operazione di trapianto, grazie alla donazione di un rene da parte del suo amico e speaker radiofonico Grant Kereama.

Nonostante un rene nuovo, trapiantato con una tecnica innovativa per proteggere il nuovo organo nella parte inferiore della gabbia toracica, Lomu era, ovviamente, lontanissimo dallo stato di grazia dei mondiali sudafricani, ma non pensò di smettere.
Non trovando un contratto serio in patria firmò un accordo con la franchise gallese di Celtic League dei Cardiff Blues; il fisico però non era più dalla sua parte, la commovente lontana copia di Jonah Lomu concluse la sua avventura in Francia in seguito ad un infortunio alla caviglia.
Qualche mese più tardi, a settembre, tornò in Nuova Zelanda per disputare il campionato provinciale nazionale con North Harbour,ma dopo solo tre incontri il club rese noto di non averne più bisogno perché puntava sui giovani, offrendogli un ruolo da tecnico che Lomu non accettò.

Prese così la decisione che nessun sportivo vorrebbe mai prendere: si ritirò dalle competizioni. Era il 2007. In quello stesso anno fu ammesso nell’ International Rugby Hall of Fame.
Ma pur di continuare a giocare, a sentire il profumo del campo, Lomu era disposto a tutto e due anni dopo il ritiro firmò un contratto per un club francese di Fédérale 1 (la terza divisione nazionale), il Marseille-Vitrolles.
Era però il canto del cigno, il ritorno non durò che una stagione, nel corso della quale disputò solo sette incontri; al termine del campionato giunse il ritiro definitivo.

Dati alla mano, al momento della sua ultima partita internazionale (2002) Lomu era il terzo miglior realizzatore di mete per gli All Blacks, 37, dopo Christian Cullen e Jeff Wilson; in seguito fu superato da Doug Howlett e Joe Rokocoko. Appartiene invece a lui il record di mete realizzate nella Coppa del Mondo, 15 in undici incontri nelle edizioni 1995 e 1999, record eguagliato solamente l’anno scorso da Bryan Habana.
La vita di Jonah Lomu si concluse come lui sapeva che si sarebbe dovuta concludere, tragicamente: nell’ottobre del 2011 gli fu reso noto che il rene trapiantato sette anni prima stava dando cenni di cedimento; entrò nuovamente in dialisi e intraprese una terapia conservativa dell’organo, ma appena quattro mesi più tardi, a febbraio 2012, i sanitari gli comunicarono la necessità di un nuovo trapianto, per il quale tuttavia non fu mai reperito un donatore.

La mattina del 18 novembre successivo subì un arresto cardiaco. Morì all’età di 40 anni.
Agli appassionati di rugby resta il ricordo di quella straordinaria progressione e fisico, a chi ama lo sport resta l’esempio di un uomo che ci ha insegnato ad andare avanti sempre e comunque, nonostante tutto.

La legge di Nereo Rocco ha trovato un esempio perfetto della sua verità…in campo come nella vita. Questo fu Jonah Lomu.

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