Ma io non sono un pirla.

Real Madrid's new coach Jose Mourinho (C) gives instructions to players next to Karim Benzema (3rd L) during Real Madrid's first training session in Madrid July 16, 2010.   REUTERS/Andrea Comas (SPAIN - Tags: SPORT SOCCER)
Josè Mourinho (REUTERS/Andrea Comas)

Parlare di Josè Mourinho non è mai facile.
Noi lo abbiamo veramente conosciuto ci siamo rempiti la bocca di belle frasi su di lui da quando arrivò all’Inter, nel 2008.
Ma poi ogni volta che si finiva per parlare di lui si dicevano sempre le stesse cose, giuste, ma sempre quelle. Parlare di Mou a volte comporta il rischio di essere banali. Motivatore, carismatico, arrogante. Tutto vero, ma erano diventate quasi frasi fatte.
Ma lo Special One è tutto, fuorchè banale.
Forse il primo allenatore che coniuga perfettamente il ruolo tecnico con la dimensione mediatica che inevitabilmente è una componente chiave del calcio. Sa di dover interagire anche con la stampa e le tv, e infatti non parla mai a caso. Mai una frase di circostanza, mai un “il campionato è ancora lungo”. Sa sempre cosa dire, quando dirlo e perchè. Sa farsi amare e farsi odiare anche. Ma soprattutto sa vivere la squadra, sa entrarci dentro e diventarne il leader. Quando si vince è merito dei giocatori, se si perde è colpa sua. Le spalle più grandi del calcio moderno.
Vive nella squadra sempre, e vive la squadra a 360 gradi.
Spesso si tralascia l’aspetto tattico del suo lavoro per esaltare la sua straordinaria capacità di motivare i giocatori. Ma tatticamente Josè è quasi insuperabile. Quando allenava il Real Madrid perse in casa (1-0 contro il Gjion) la sua prima partita dopo 9 anni di imbattibilità casalinga. Si dice che il suo calcio è noioso? Forse, ma perchè non lascia nulla al caso. Ogni situazione di gioco è prevista e studiata. Ed è vincente. Un dato dell’anno scorso (da inizio carriera ad Aprile 2014) Mourinho aveva perso solo 9 volte dopo essere stato in vantaggio. In 457 partite ufficiali.

Ma di Mou si è sempre parlato per il suo eccezionale carisma. È dotato di una capacità che non si insegna e non si impara. Lui parla e i giocatori ascoltano. E lui parla in modo da entrarti in testa, se lui è il tuo allenatore per lui faresti ogni cosa. Un altro esempio, come vedremo Lunedì prossimo al nostro Open Day proprio incentrato sulla dimensione comunicativa dell’ allenatore verso i giocatori, che la capacità di rapportarsi con questi fa nettamente la differenza.

Deki Stankovic in un’intervista disse: “per lui saremmo andati in guerra”.
Pretende dai giocatori totale affidabilità, vuole che diano tutto per lui. E a proposito di questo fatto si è sempre citato l’esempio di Eto’o, che accettò di fare il terzino anche pur di vincere con l’Inter.
Ma Josè è anche l’allenatore che migliora i giocatori. Li migliora perché per lui farebbero di tutto appunto, e lui li fa rendere più di quanto siano in grado di dare in realtà: basta guardare il Diego Milito dell’anno del triplete. Il miglior Milito di sempre, nell’unico anno allenato da Mou.
Ma al di là di questo, di cui si è sempre detto scritto e parlato, c’è un aspetto che a volte passa in secondo piano. Josè Mourinho è incredibilmente sicuro di sé. Sa quello che vuole e come ottenerlo, e sa che lo otterrà. 64%, questa è la sua percentuale di vittorie da quando si sedette sulla panchina del Benfica. Conta solo vincere, e lui sa che vincerà.
Ha vinto ovunque, dopo il primo anno all’Inter, dopo lo scudetto vinto disse che comunque alla squadra mancava un trequartista vero. Comprò Sneijder, arrivò a Milano e lo fece esordire senza un allenamento, titolare nel derby. (4-0 per l’Inter).
Era l’anno del triplete. È questo che convince di Josè. Una sicurezza insuperabile che a volte sfocia nell’arroganza.
Quest’anno il Chelsea è in profonda crisi, ma dichiarò in un’intervista che nessun altro allenatore al mondo potrebbe, attualmente, fare meglio di quanto stia facendo lui. E che comunque il Chelsea non deve licenziarlo, arriveranno sicuramente tra le prime 4.
Se non allena la tua squadra lo odi, ma se tifi il club allenato da Mou lo adorerai alla follia. Nessun suo giocatore, NESSUNO, ha mai parlato male di lui. Mai.

C’è stata una partita, significativa per chi è interista ma soprattutto per capire chi sia Mourinho.
Ultima giornata d’andata, stagione 2009/2010. Inter-Siena. (Prima contro ultima).
Minuto 42, secondo tempo. Inter 2 – Siena 3. Mou in penuria di attaccanti aveva mandato in avanti Walter Samuel per giocare di sponda e cercare il pareggio. A quel minuto segnà Sneijder su punizione: 3-3. Samuel si gira verso la panchina come per dire “allora torno dietro!”; Mourinho replica: “dove stai andando?! Resta su che adesso la vinciamo”.
Al 47 minuto di gioco, passaggio di Pandev per Samuel (proprio lui!), in area di rigore, controllo e sinistro a incrociare che batte il portiere: 4-3.
Questo è Josè Mourinho.

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