“Mamma ma cosa succede se perdo?”

Questa settimana continuiamo a parlare del tema dei genitori nello sport, ma non solo! Questo articolo è infatti dedicato a tutti gli adulti che hanno un ruolo educativo rispetto ai bambini. Ci rivolgiamo quindi in particolare ai genitori ed agli allenatori.

Il titolo si riferisce a una scena vissuta settimana scorsa. Una bambina di 8 anni deve fare una gara di pattinaggio sul ghiaccio, arriva al palazzetto e vede una pista di pattinaggio bellissima. Automaticamente si agita all’idea di dover gareggiare lì perché associa la pista bella a una gara importante. Nello spogliatoio, mentre le viene messo il vestitino di gara, sempre agitata rivolge alla mamma un dubbio che l’attanaglia da quando è arrivata: “Mamma ma se arrivo ultima cosa succede?”. La madre, molto intelligentemente, risponde in tono sereno e con il sorriso: “Niente, festeggiamo!”. Allora la bambina, dopo averci pensato un attimo, le chiede: “E se arrivo prima cosa succede?” e la mamma dà una risposta ancora migliore: “Niente, festeggiamo!”. La bambina, grazie alle parole della madre, si tranquillizza e fa la sua gara, classificandosi né prima né ultima, ma felice di quello che ha fatto.

Crediamo che ognuno di noi riconosca la correttezza e la sensibilità delle risposte di quella madre: con quelle parole veicola il messaggio che è bene “fare sport” per il piacere di farlo e per il divertimento che genera, riconoscendone il valore fondamentale che esso rappresenta per la crescita dei bambini. Purtroppo, però, accade che quando il proprio figlio va male a una competizione, il genitore reagisce arrabbiandosi o rimanendo deluso. Allo stesso modo l’allenatore può arrabbiarsi se un proprio atleta fa una cattiva performance. Tutti hanno buoni propositi (come quelli di fare la dieta con l’arrivo dell’anno nuovo) ma pochi poi li mettono in pratica perché si lasciano sopraffare dalle proprie emozioni o dal fatto di avere delle aspettative di risultato che non vengono confermate.

Questo esempio serve per parlare del condizionamento classico teorizzato da Pavlov. Durante una serie di esperimenti sull’apparato gastrointestinale dei cani, lo studioso scoprì che se suonava un campanello prima di presentare del cibo al cane e ripeteva questa combinazione nel tempo, il cane associava il campanello al cibo e iniziava a salivare al semplice suono della campanella, anche in assenza di cibo. Pavlov dimostrò quindi che uno stimolo neutro, come il campanello, se ripetutamente associato a un altro stimolo, in questo caso il cibo, diventava rilevante per l’animale.

Gli esseri umani in certi versi funzionano allo stesso modo, soprattutto i bambini che non hanno ancora sviluppato il pensiero critico e astratto che compare attorno ai 12 anni (rif. Teoria dello sviluppo di Piaget). I fanciulli conoscono il mondo attraverso gli adulti che li circondano: in base alle reazioni dei genitori e degli allenatori imparano cosa è giusto e cosa è sbagliato, per cosa si viene sgridati e per cosa si viene lodati.

La bambina del racconto ha scoperto, grazie alle risposte della mamma, che non ci saranno per lei conseguenze negative in caso qualcosa vada storto e quindi non c’è nessun motivo per agitarsi prima di una gara!

… Ma cosa sarebbe successo se questa bambina fosse arrivata ultima e la mamma avesse reagito arrabbiandosi? La bambina avrebbe imparato dalla reazione della mamma che è male arrivare ultimi, anche se le era stato detto diversamente, e che quindi dovrà fare di tutto per evitare che ricapiti una cosa che rende triste chi le sta attorno e, di conseguenza, anche lei.

Tutto questo per riflettere sull’importanza delle reazioni che tutti hanno di fronte a una sconfitta o a un errore di un bambino.

Se siamo genitori o allenatori che reagiscono male di fronte agli errori o agli insuccessi sportivi dei propri figli o dei propri atleti, proviamo a cercare un modo alternativo e più adeguato per affrontarli, ricordandoci sempre che è solo sbagliando che si può migliorare e crescere!

Mentesport

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