(fonte immagine: https://www.gazzetta.it/Rugby/14-12-2016/rugby-follia-campo-placcata-arbitro-maria-beatrice-benvenuti-18020793626.shtml) 

 

Little girls with dreams become women with vision

Questo è il motto di Maria Beatrice Benvenuti, classe 1993, arbitra internazionale di rugby da oltre cinque anni. 

Lo sport della palla ovale ha sempre fatto parte della sua famiglia: dal padre dirigente sportivo, ai due fratelli giocatori; in un modo o nell’altro Maria Beatrice era parte di questo mondo ancora prima di saperlo. Un’estate era in vacanza al mare con la sua famiglia ed ha incontrato un arbitro di rugby a fine carriera – “l’unico che avesse mai dato un cartellino giallo a mio fratello”, ha detto sorridendo. Più lui parlava, più Maria Beatrice si convinceva di poterlo fare anche lei. A sedici anni appena compiuti si è iscritta al corso base di arbitri, ha superato un primo esame e dopo pochi mesi ha ricevuto la prima designazione nell’under 14. Da lì è stata tutta una scalata di successo fino ad arrivare all’Eccellenza, alla serie B ed A. 

Maria Beatrice parla sette lingue, ha lasciato la facoltà di Medicina inizialmente intrapresa, a causa dell’incompatibilità con la frequenza, e ha iniziato il percorso di Scienze Motorie, laureandosi con il massimo dei voti. “Ho scritto la mia tesi triennale sul volo verso Rio, stavo andando ad arbitrare alle Olimpiadi”.

Quando le viene fatta la domanda critica di come si è rapportata ad un ambiente così maschile ha risposto che è stato un grande percorso di crescita, ma che in fin dei conti non è mai stato un limite. “Il mio sogno è quello di entrare in campo e pensare che sugli spalti ci sia una piccola me che sogna di voler entrare in campo e sopratutto capisca che si può fare”. 

Maria Beatrice, sostenitrice dell’importanza dell’empatia, chiede spesso alle squadre che arbitrerà di allenarsi con loro, “cerco di rompere lo stereotipo, se mi alleno con loro non vuol dire che sono parte di loro, ma è un’occasione di scambio e di crescita. Se mi chiudo e non parlo con gli altri – come in qualsiasi contesto lavorativo – dall’altro lato ho la stessa risposta. Purtroppo fa parte della nostra cultura, vedere l’arbitro come una sorta di bestia nera: mi piace pensare di essere il giocatore in più, non qualcuno sopra il livello”. 

Il momento più difficile della sua carriera è stata l’aggressione subita in campo dal giocatore argentino Bruno Andres Doglioli, successivamente radiato: 120 kg di muscoli contro i 51 della venticinquenne romana. “Mi ha caricato a spalla chiusa tra scapola e collo, io mi sono rialzata e la prima sensazione che ho avuto è stata spaesamento: non avevo idea di dove fossi. Poi mi sono tranquillizzata e ho portato a termine la gara. Nello spogliatoio avevo la nausea ed ero piena di ematomi, ma non ho chiesto aiuto a nessuno, ho preso un treno per tornare a casa dai miei genitori e da lì è iniziato il mio incubo, la trafila dentro agli ospedali ed un anno di stop per recuperare”. Nonostante tutto, è sempre stata positiva, non ha mai pensato di smettere di arbitrare, non avrebbe mai accettato che fosse un gesto così codardo e vile a spegnere la fiamma della passione che ardeva in lei. All’apice della carriera, questo episodio la ha tramortita. Quando è arrivato il momento di indossare nuovamente gli scarpini e i calzettoni aveva paura, ecco perché ha ricominciato ad arbitrare dall’under 14: “perché i ragazzini giocano per giocare!”, voleva riprendere confidenza con il campo e sopratutto con se stessa, l’obiettivo principale, sin da subito, è stato ritrovare la sua serenità interiore, perché, al di là del danno fisico, la beffa più grande è stata a livello psicologico. Dopo i primi dieci minuti di paura però “sono rientrata nel mio mondo”, e da quella partita non ha più ripensato all’incidente. 

Maria Beatrice si augura di non essere un elemento sporadico all’interno di questo mondo maschilista, il problema grosso nella nostra società è il fatto che molto spesso le bambine pensano che non si possa fare, si fermano davanti a grandi muri che in realtà sono solo gradini. È vero, spesso ci si trova davanti portoni che non si aprono e non si apriranno, ma l’averci provato ha un altro sapore, e magari qualcuno dopo di noi riuscirà ad aprirli. “È un qualcosa che lei sogna e riesce a fare e allora perché non sognare di essere il dirigente di una società, il presidente della repubblica o di indossare scarpini e calzettoni ed infangarsi su un campo”. Come mai si dice ad una bambina “come sei carina con questo vestito” e mai “come sei forte”. È proprio questa linea di pensiero che ha dato a Maria Beatrice la forza di andare avanti e di andare oltre.

“La donna non deve imitare gli uomini, abbiamo tante belle caratteristiche già da noi”.

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