Matchpoint! Lo Zen e l’arte di giocare a tennis

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“Lo sport ha una cosa bellissima da insegnarvi e di cui vorrei che vi ricordaste: vi insegna che non importa se siete stati sconfitti o se avete vinto. Quello che conta è aver giocato bene, aver giocato totalmente, aver giocato intensamente, avercela messa tutta senza risparmiare le vostre energie.
Questo vuol dire essere veramente degli sportivi. L’altro può vincere, ma non c’è gelosia, potete congratularvi con lui e celebrare la sua vittoria. L’ unica cosa importante è non risparmiare le vostre energie e mettercela tutta in quello che fate.
Tutta la vostra vita dovrebbe essere vissuta così, giocosamente.”

Osho

Queste parole aprono il primo capitolo de “Lo Zen e l’arte di giocare a tennis”, di Agam Bernardini.
Per la verità, Osho centra il punto con così tanta forza che potremmo considerare chiusa l’uscita di questa settimana, dedicata per l’appunto al tennis.

Eppure, il libro di Bernardini offre una moltitudine così vasta di spunti che è bene parlarne.
Vediamo quindi in cosa consiste l’arte di giocare a tennis, secondo lo Zen.

Il libro è composto da 6 affascinanti capitoli, il primo dei quali si intitola “Lo zen, la mente e le emozioni”.
Bernardini ricorda come il tennis, dall’essere motivo di svago e distrazione, col passare del tempo diventò per lui sempre più causa di profonde frustrazioni e stress. Inizia tutto, e non solo nel caso di Bernardini, quando si cresce. Il gioco diventa una professione, diventa serio, diventa “vero” e allora bisogna iniziare a vincere.
Non si gioca nemmeno più per il bello di farlo ma per vincere, l’unica gioia “veniva dal vincere e dall’approvazione degli altri”.
Cosa è successo? Come avviene il passaggio?
“La mia mente e il mio ego avevano fatto ingresso nel tennis con risultati devastanti. Ero solo preoccupato di vincere”.
Ogni volta che si gioca, e più in generale, ogni volta che stiamo facendo qualcosa abbiamo l’istintiva volontà di uscire da noi stessi per riflettere su ciò che stiamo facendo. “Sto giocando bene, sto vincendo”, nel momento in cui lo pensiamo, abbiamo già sbagliato, non stiamo più giocando bene ma stiamo pensando al fatto che stiamo giocando bene. Non pensiamo più alla palla che ci arriva dall’avversario ma pensiamo a noi che stiamo giocando e che lo stiamo facendo bene: la palla è già arrivata, è già caduta ed abbiamo già perso il punto.

Tutto nasce dalla mente, che non è altro che un computer, e come tale deve risolvere problemi. Se non ci sono problemi, allora la mente se li crea da sola. Ma, “quando giochiamo a tennis non abbiamo bisogno della mente. Necessitiamo di uno stato di grande tranquillità e rilassatezza”.
La mente non è mai la nostra realtà. Non siamo la mente, non lo siamo mai stati. È solo una proiezione. Sempre Osho afferma: “La mente è come un robot. Va bene per ricordare le cose ma non è un modo di vedere la realtà”. Nel libro sono sottolineate una serie di caratteristiche che chi sta praticando sport deve possedere per essere al meglio delle proprie possibilità, sono stati mentali come la calma, l’assenza di pensieri, l’assenza di sforzo, la non serietà, l’attenzione, la capacità di adattarsi alle situazioni, il rilassamento.
Su ognuno di essi, e su altri non citati si potrebbero spendere fiumi di parole, come ottenerli, come mantenerli, ma non è possibile. Per ora basterà averli riportati.

Oltre alla falsa idea della mente dominatrice, c’è un altro aspetto oscuro dello Zen, che forse riuscirò a chiarire, almeno leggermente.
Si tratta del prestare attenzione al momento, che cosa diavolo vuol dire, cioè, che cosa vuol dire veramente?
L’esempio del libro è illuminante.
“Quando la palla, colpita dall’avversario, passa la rete e viene verso di voi, nel momento esatto in cui tocca il campo voi pronunciate “campo”. Deve esserci sintonia assoluta: il suono della voce e il suono della palla che rimbalza devono coincidere. “poi, quando la pallina inizia il suo rimbalzo verso l’alto voi vi preparate a colpirla e nel momento esatto in cui lo fate pronunciate “su”.
Benissimo. A cosa serve? Serve a guardare solo la pallina. Serve concentrazione perfetta per essere sicuri di dire ‘campo’ e ‘su’ nel momento esatto. Così facendo, ci dimentichiamo di tutto il resto: avversario, punteggio, pubblico. Siamo solo noi, la pallina e la racchetta.
È evidente che bisogna farlo spesso, ci vuole allenamento. Lo Zen non offre mai una formula magica.
E questo è solo uno degli esempi (il libro ne contiene molti altri) ma è molto istruttivo. Già perché nel tennis il segreto sta in quella sfera gialla. Il momento cruciale è l’impatto fra la racchetta e la palla, ma è anche il momento più difficile perché la mente, con la sua paura di sbagliare e con la sua tendenza a non essere mai veramente qui sta già pensando a dove mandarla, a cosa fare dopo, a come rispondere ad un probabile dritto se voi colpirete troppo piano. La mente non è lì con voi. Vuole già sapere se avete fatto punto, e non avete ancora colpito la palla!

Se è la mente che spesso ci ostacola così tanto, allora la domanda è: chi sono i veri avversari? Contro chi sto giocando veramente?
Non sempre si gioca contro l’avversario (e questo non solo a tennis). La maggior parte delle volte siamo noi i principali nemici. È dura da ammetterlo ma noi non possiamo fare nulla per cambiare o influenzare il nostro avversario. Possiamo sapere tutto di lui, colpi forti e debolezze, ma saremo sempre noi che scenderemo in campo a realizzare contromosse che riteniamo essere giuste.
A tal proposito l’eco di Velasco è evidente. Possiamo, e dobbiamo lavorare “solo su noi stessi, sulla nostra capacità di rimanere centrati, rilassati. Dobbiamo fare in modo di dare il meglio di noi e tentare di giocare il nostro miglior tennis anzichè cercare solamente di sconfiggere chi sta dall’altra parte del net”.
Ritorna il tema della mentalità vincente: la mentalità vincente è un atteggiamento, una particolare predisposizione dello spirito ad agire (nello sport) in un determinato modo. Non è una cosa facile, non è da tutti e ci vuole tempo per ottenerla.
Ma bisogna pur iniziare prima o poi.

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