Il problema del dualismo mente-corpo si è presentato nella storia della psicologia in una duplice versione, sia come il corpo influenzi e medi la creazione di rappresentazioni mentali sia come i pensieri influenzino il corpo. È dalla fine dell’800 che si comincia ad affermare con forza l’unità tra mente e corpo, grazie anche agli studi e alle valutazioni psichiatriche sui fenomeni isterici. Con la Psicoanalisi all’io psichico è poi riconosciuta anche un’entità corporea: l’essere umano nella sua totalità è da considerare come un’unità psicofisica.

D’altra parte non si può dimenticare, nel trattare il corpo e la mente, l’aspetto relazionale. Considerare il corpo solo dal punto di vista ontologico vorrebbe dire studiarne solo l’aspetto oggettivo, senza considerare il significato che si può costruire di esso; vuol dire anche rischiare di considerare il corpo come un’entità separata e distinta dall’ambiente e dalle relazioni. Il corpo genera e crea senso proprio grazie al fatto che possiede una certa fisicità, una certa materia in relazione con l’altro.

Le attuali teorie psicologiche considerano lo sviluppo umano come prodotto dell’interazione tra fattori innati e fattori acquisiti con l’esperienza. Uno dei più importanti sviluppi nel campo della psicologia moderna è rappresentato infatti dal crescente riconoscimento dell’importanza del contributo dei fattori genetici. La genetica ricopre un ruolo centrale per la psicologia, anche perché spesso è essa stessa a fornire la migliore prova dell’importanza dei fattori ambientali intesi in senso ampio, come le relazioni interpersonali e le esperienze di vita.

Uno dei punti di forza delle neuroscienze oggi è proprio l’aver dimostrato che il culturale non può essere pensato senza il biologico, e il cerebrale non esiste e non può essere pensato senza tener conto del condizionamento ambientale.  Così la netta separazione tra mente e cervello è stata abolita a favore di una complessa architettura comune, che crea infinite combinazioni tra i geni e l’ambiente. Bisogna quindi prendere in considerazione nuovi processi di costruzione di ciò che è cerebrale, che tengano conto sia della genetica sia dell’esperienza (Dehaene, 2009).

Ed è qui che ritroviamo l’aspetto sportivo, che è diventato negli ultimi anni un fattore fondamentale della riabilitazione e del benessere anche dei pazienti psichiatrici. Praticare sport in senso ampio infatti permette di sperimentare varie situazioni: l’incontro, la relazione, il dopo-partita, le regole, la collaborazione con altri, il gruppo etc. Permette anche di uscire dai classici limiti della relazione operatore-utente, in quanto si instaura un rapporto di parità in cui l’obiettivo non è più solo dare e ricevere, ma “fare insieme” qualcosa. La pratica sportiva permette quindi sia di sentire, attraverso il movimento, l’unità (l’integrità) costante tra mente e corpo sia di fare esperienza di uno stato di soddisfazione generale che può aiutare molto il contenimento degli stati emotivi.

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