Michele, Leader e Gregario, Uomo e Corridore

“Sai cos’è? E’ che alla fine alla bici fai lo sbaglio di volerle bene, nonostante tutte le fatiche che ti fa patire. Ne sei innamorato e questo ti costringe a soffrirci sopra”.

Sono passati poco più di due mesi dalla scomparsa di Michele Scarponi. Ricordo che mi colpì un commento che mi fece interessare alla sua vicenda personale e professionale: non capivo come facesse un ciclista per di più gregario ad essere l’idolo di un bambino di otto anni (la sorella maggiore mi disse:” E’ l’idolo di Tommasino nel ciclismo, non so bene perché ma lo nomina sempre!”).

Fu così che mi appassionai alla sua storia, e volli provare ad identificare a freddo che cosa lo rendesse così unico, senza cavalcare le grandi onde emotive che hanno accompagnato il cordoglio di tanti al momento della tragedia e durante il Giro d’Italia. Ed è per questo motivo che questo articolo è stato scritto mesi dopo.

Michele insegna cosa sia la Leadership.

Passato da ciclista talentuoso e completo a gregario dopo anni perché il passo non è più quello di una volta, si è saputo mettere a disposizione dei più forti e veloci (prima Nibali e poi Aru), supportandoli da grande capitano qual era e permettendogli di vincere. Ne è un esempio la tappa del Pinerolo-Risuol. Sulle cime delle Dolomiti Nibali era palesemente in ritardo sul leader della corsa. Scarponi, che si trovava nel gruppo di testa e poteva puntare alla gloria decise di aspettarlo per lanciarlo fino all’arrivo, a quaranta secondi da quel Chavez che il giorno dopo non riuscì a conservare il suo vantaggio, perdendo la maglia rosa proprio in favore di Nibali: “Potevo vincere la tappa, ma Vincenzo può vincere il Giro e tutto il resto a cospetto di questo non conta”.

Insegna inoltre ad essere sempre se stessi.

L’aspetto che più colpiva i suoi compagni di squadra e addetti ai lavori era il suo grande umorismo che mostrava senza alcun tipo di remora a tutti quanti. In un mondo come quello del ciclismo fatto a detta di molti di serietà e musoneria, il suo sorriso e le sue battute di spirito erano manna dal cielo.

“Sono partito gregario, poi mi hanno dato la libertà di provarci, sono diventato capitano, ora sono tornato gregario. Meglio così, se no sai che palle fare sempre la stessa cosa”, disse prima del Giro d’Italia del 2014, quando lo chiamarono nella squadra dell’Astana con Fabio Aru e Vincenzo Nibali al Tour. “Sono un vecchietto ormai, ma anche generoso, risparmio allo stato una pensione”.

Altro famosa particolarità era la presenza del suo immancabile pappagallo Frankje, con cui era solito allenarsi a Filottrano.

Resilienza e capacità di adattamento.

In carriera ha una trentina di corse vinte e tra queste un Giro d’Italia (quello del 2011, anche se a distanza di mesi dal podio di Milano, a causa della squalifica di Alberto Contador), tre tappe alla corsa Rosa, una Tirreno-Adriatico. Il suo periodo più cupo lo ha avuto nel 2006, quando trasferitosi in Spagna fu coinvolto in un grande caso di doping che lo tenne lontano dalle corse per 18 mesi. Il ritorno alle corse non fu dei più facili, ma il grande cambiamento che lo riportò ad alti livelli fu la scelta di continuare a correre come Gregario dietro a Nibali e supportando il giovane Aru. Probabilmente la svolta più importante della sua carriera.

Michele è stato il più grande gregario della storia del ciclismo proprio perchè era molto di più umanamente e professionalmente. Tanto da essere insostituibile. Non è un caso che il suo team abbia gareggiato al giro d’Italia con un corridore in meno.

 

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