Muhammad Ali compie 73 anni: gli auguri alla leggenda della boxe

“I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione’’. 

Questo è il pensiero che meglio riassume lo spirito di Muhammad Ali, leggenda vivente della boxe che oggi compie 73 anni.

Nato con il nome di battesimo Cassius Clay a Louisville, Kentucky, Ali mostra fin da ragazzino il talento smisurato che lo porterà fin sul tetto del mondo.

Vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma nel ’60 e, dopo l’entrata nel mondo del professionismo, si laurea campione del mondo a soli ventidue anni battendo il detentore Sonny Liston.

Da lì si susseguono una serie di sfide epiche con gli avversari di sempre: ‘Smokin Joe’ Frazier e quel Ken Norton che gli infliggerà la prima, dolorosa, battuta d’arresto.

Una corsa sfrenata fino ad arrivare all’apice della sua carriera: Kinshasa nel 1974, “the Rumble in the Jungle”.

Nell’angolo opposto del ring c’è George Foreman, campione texano, nero come lui ma considerato ‘l’amico dei bianchi’ e, quindi, un nemico. Per questo Ali viene accolto in Zaire come un salvatore dell’intero continente africano, ogni suo spostamento accompagnato da un grido di battaglia. ”Ali boma ye”, ”Ali uccidilo’’. Bollato come sfavorito dell’occasione, Ali sorprende tutti con tattica attendista prima mettere al tappeto Foreman con un sinistro-destro micidiale che zittisce scettici e detrattori.

Personaggio esuberante, Ali e’ stato in grado di provocare e far riflettere. Dentro, così come fuori dal ring, dove, dopo la conversione all’Islam e il rapporto di amicizia con Malcolm X, si eleva a simbolo della lotta per i diritti civili dei neri.

Con le sue campagne Ali assesta ‘colpi’ micidiali che contribuiscono a mettere alle corde i vecchi stereotipi dell’ America conservatrice.

Tanto che, secondo l’ex Presidente Bill Clinton, il pugile è stato l’uomo che più di tutti ha aperto la strada all’elezione del primo presidente degli Stati Uniti di colore, qualcosa di quasi impensabile fino a poco tempo fa.

Dell’ Ali ‘attivista’ si ricorda anche il rifiuto di impugnare le armi e combattere tra le fila dell’esercito americano in Vietnam. ‘Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro…’ Una frase simbolica del carattere graffiante di Ali, al quale stava stretto il perbenismo dell’America dell’epoca, ma che pagherà poi a caro prezzo: ritiro della licenza e ‘addio’ forzato, sebbene temporaneo, al mondo della boxe.

L’11 Dicembre 1981 è la data del suo ultimo match da professionista. Ali appare stanco, segnato nel fisico, e non riesce a tener testa a Trevor Berbick, dodici anni più giovane di lui. In quell’occasione il suo allenatore rivela per la prima volta che il campione porta da tempo i segni del morbo di Parkinson; la diagnosi ufficiale arriverà solo qualche anno più tardi. Combattivo come sempre, Ali non si nasconde ma si mette in prima linea lanciando campagne di sensibilizzazione.

Di lui non si può che ammirare la dignità nel mostrare al mondo la propria malattia, senza vergogna e timore. Tra le immagine più belle di Ali c’è quella delle Olimpiadi di Atlanta ’96, dove da ultimo tedoforo accende la fiaccola olimpica.

Nella memoria di tutti, però, Ali rimarrà sempre un totem dello sport che ha ispirato generazioni di giovani pugili, e non solo.

E non è un caso, quindi, che il suo 73esimo compleanno coincida con quella che si profila come un’altra epica lotta per il titolo dei pesi massimi. A Las Vegas sul ring di fronte al campione uscente Bermane Stiverne ci sarà Deontay Wilder, che ha giurato: “La corona di Ali sta per ritornare dove le appartiene”.

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