Muhammad Ali, non una semplice icona sportiva

Si sono celebrati ieri a Louisville i funerali con rito musulmano di Cassius Clay, meglio conosciuto come Muhammad Ali, il nome che si è dato quando si convertì alla religione musulmana.

Nell’ immaginario collettivo verrà ricordato come una delle più famose ed importanti icone del ventesimo secolo, non solo sportiva. Durante la sua vita sarà protagonista di numerose lotte e campagne per i diritti dei neri, in quel periodo largamente calpestati, per la sua conversione all’ Islam e per la pace contro la guerra: ha conosciuto la galera, essendosi rifiutato di prendere parte al servizio di leva e di andare a combattere in Vietnam.

Il momento della sua vita e della sua carriera che più rappresenta il suo carisma e la sua forza vitale non si può che identificarlo con il match del secolo: Muhammad Ali contro George Foreman, 30 ottobre 1974 a Kinshasa, nello Zaire (la regione riconosciuta come Congo).

Ma perché proprio nel Centro Africa? Il leader e dittatore efferato di quel periodo Mobutu (protagonista del mondiale di calcio in Germania nel 1974: ordinò alla nazionale dello Zaire qualificatasi per la fase finale, di perdere con massimo tre gol di scarto contro il Brasile nell’ultima partita del Girone, altrimenti avrebbe fatto uccidere i familiari dei giocatori), conscio dell’impatto politico e del prestigio che poteva avere una manifestazione simile nel suo paese, convinse il manager Don King ad organizzare e promuovere “The Rumble in the Jungle” (la rissa nella giungla).

Una manifestazione simile nascondeva un altro significato oltre a quello dell’immagine e dell’indipendenza: la rivendicazione del più grande massacro strappato dalle pagine di storia di cui sono stati protagonisti gli invasori colonialisti belgi: si calcola che nel periodo coloniale vennero trucidati ben dieci milioni di congolesi. Il momento più particolare della storia del colonialismo mondiale avvenne probabilmente qui: Lomunba, leader dell’indipendenza congolese e precedente al dittatore Motumbu, in risposta al re belga Baldovino, che decantava la genialità del suo prozio Lepoldo II, il primo ad invadere lo stato centroafricano, disse: ”Non saremo più le vostre scimmie”.

Il 30 giugno 1960 il Congo otterrà l’indipendenza (ribattezzata poi Zaire nel periodo di governo di Mobutu).

Un paese straziato dalle guerre, in cui Mohammad Alì voleva lanciare il suo grido di ribellione, e farsi portavoce ed icona dei fratelli africani e afroamericani perseguitati:

“Io non combatto per il mio prestigio ma per migliorare la vita dei miei fratelli più poveri, che vivono per strada in America, i neri che non hanno sussidi, che non hanno da mangiare, che non hanno coscienza di se stessi, che non hanno futuro. Voglio vincere il titolo per andare tra i rifiuti con gli alcolizzati, voglio stare in mezzo ai drogati, alle prostitute, voglio aiutare la gente. Anche con i documentari, i filmati sull’ Africa, voglio che li vedano da Louisville, ad Indianapolis, in Cincinnati. Percorrerò il Tennessee, la Florida ed il Mississippi, mostrerò agli africani d’America che le loro radici sono qui. Tu somigli ai neri del Mississippi, dell’Alabama, della Georgia. Loro non sanno niente di te, ne tu di loro. Dio mi ha prescelto, la boxe è solo il mezzo con cui racconterò l’Africa alla mia gente. Sono sicuro che non ne sanno niente, anch’io non ne sapevo niente. Farò conoscere l’Africa, i governi africani sanno che sto dalla loro parte. Sarò il ponte tra l’Africa e l’America. Ma è bello vincere, e io devo battere George Foreman”.

Per ottenere la possibilità di fare l’incontro, Muhammad Alì vinse a fatica due match con due avversari che Foreman mise KO in due riprese. Dopo la prigione ed un lungo periodo di sospensione della licenza, anche un po’ per l’età che era oltre i trenta, Alì era nella fase calante della sua carriera mentre Foreman era nel periodo migliore.

Però…c’è un però. Come ci racconta spesso il nostro Paolo Cozzi, “Preferisco essere al 100% mentalmente e non fisicamente al meglio, che il contrario”. Quel match è stato un’ esempio della veridicità di questa frase.

La strategia che elaborò insieme al suo manager la portò a compimento sul ring: per i primi round usò soltanto il destro, guardia alta, colpi precisi che andavano a segno al rene ed al fegato (sting like a bee); incassò tanto ma riuscì a scaricare gran parte dei colpi facendo leva sulle corde, fino ad arrivare ad affrontarlo a viso aperto. Per tutta la durata del match Foreman ci capì poco e nulla, la sua azione dirompente continuava a smorzarsi round dopo round. Dal pubblico partì il famoso coro “Alì Bumaye!” (“Ali, uccidilo”); dall’angolo della telecronaca si sentì udire dal primo telecronista: “Alì ha chiaramente centrato in questo momento, il momento chiave della sua vita”, l’altro telecronista aggiunse: ”Guardate che Alì sta per vincere il match che non poteva mai vincere!”Alì chiese al suo avversario: ”George, tutto qui quello che sai fare?” Leggenda narra che Foreman rispose: ”Temo di si”. Alì stava vincendo a livello psicologico un match in cui era dato per sicuro perdente, fino al fatidico ottavo round, quando Foreman cadde sotto i colpi del suo avversario.

Il film che narra questa incredibile battaglia, “When we were Kings”, uscì solo nel 1996 vincendo un oscar. Foreman, l’avversario che divenne suo grande amico, portò Ali martoriato dalla malattia sul palco, di fronte al tributo che tutti gli riconoscevano: l’uomo simbolo di una cultura, della pace, di una speranza, dei deboli, dei perseguitati e dei rinnegati. Non solo un’ icona sportiva.

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