Nata per correre. La storia di Wilma Rudolph.

Questa settimana ricordiamo la storia di un’atleta statunitense che, nei suoi pochi anni di carriera, è entrata nella storia dell’atletica leggera.
È la storia di Wilma Glodean Rudolph, la ragazza di Clarksville che nelle Olimpiadi di Roma del 1960 ha portato a casa 3 medaglie d’oro.
Già di per sé un risultato del genere contiene qualcosa di eccezionale, se si pensa poi che vinse la gara dei 100 metri piani in 11 secondi netti l’impresa assume una dimensione eclatante: è un tempo pazzesco, considerando che all’epoca i metodi di allenamento erano piuttosto rudimentali e che la Rudolph aveva soli vent’anni; senza considerare che il record del mondo attuale è stato ottenuto dall’americana Florence Griffith-Joyner e resiste dal 1988 ed è di 10 secondi e 48 decimi: solamente 12 decimi di differenza, e la Rudolph corse quasi trent’anni prima.

Ma più di questo, ciò che colpisce della storia di Wilma Rudolph è quello che le è capitato prima di scegliere la carriera da velocista.
Nacque in una famiglia poverna del Tennesse, era la ventesima di ventidue fratelli e, quando a volte il destino si accanisce, contrasse dapprima la polmonite e la scarlattina (e queste due contemporaneamente) e, una volta ristabilita, la poliomelite, a 8 anni.
Di fatto, la sua gamba sinistra rimase paralizzata e per anni fu costretta a portare un apparecchio correttivo per camminare e, soprattutto, ad andare due volte a settimana all’ospedale per sottoporsi alle terapie necessarie: l’ospedale riservato ai neri (siamo negli Stati Uniti degli 50) era a più di ottanta chilometri dal paese in cui abitava. Tutto questo con la speranza, molto debole, di non perdere la gamba, con tutto quello che ne sarebbe conseguito (era la più piccola di una numerosa famiglia nera nell’America in cui il razzismo era la cultura dominante). Avrebbe significato non aver nessun tipo di speranza per una vita all’insegna almeno della normalità.

Ma, come la meravigliosa storia di Martina Caironi (nostra portabandiera alle paralimpiadi di Rio 2016) ci insegna, spesso queste difficoltà contengono i semi per crescere, per imparare la sofferenza e il sacrificio. Nella sua autobiografia descrisse così quel periodo: “penso di aver cominciato proprio allora a formarmi uno spirito competitivo… uno spirito che mi avrebbe poi fatto vincere nello sport”; perchè 4 anni di terapie dopo la 12enne Rudolph potè tornare a camminare normalmente e a dedicarsi al suo sport preferito: la pallacanestro, che praticava a scuola.
Fu proprio lì che venne notata per la sua corsa dall’allenatore di atletica, che la convinse a tentare con la velocità.
Fu un’intuizione geniale, perché 8 anni dopo la diagnosi della poliomelite e solamente 4 anni dopo esser tornata a camminare Wilma Rudolph partecitò alle Olimpiadi di Melbourne, dove vinse la medaglia di bronzo nella staffetta 4×100.
Ormai la strada era tracciata.

Si presentò da promessa e astro nascente dall’atletica a stelle e strisce nelle Olimpiadi successive e sbaragliò le concorrenti, ottenendo per la prima volta nella storia americana tre medaglie d’oro.
Migliorò, con le compagne, la prestazione nella staffetta dell’Olimpiade precedente vincendo l’oro e singolarmente vinse, la 200m correndo in 24 secondi esatti.
Ma furono i 100 metri il suo capolavoro, fu lì che dimostrò di essere di un livello superiore: dopo aver eguagliato il record mondiale correndo la semifinale in 11″3, vinse nettamente la finale in 11 secondi netti.
Tuttavia questo tempo non fu riconosciuto come nuovo record mondiale: il vento al momento della corsa soffiava a 2,75 metri al secondo, al di sopra dei 2 metri consentiti dal Comitato Olimpico affinché i risultati potessero essere conteggiati per i record del mondo.
Un risultato comunque mostruoso, che la Rudolph ottenne correndo con una caviglia slogata, (si era fatta male il giorno precedente alla gara inciampando in allenamento).

Era come Jesse Owens nel ’36 e come Usain Bolt: nata per correre. Una forza della natura che però ebbe la fugacità di un lampo perchè fu costretta a ritirarsi solamente due anni dopo Roma.
I motivi del ritiro sono due, il primo è legato al fatto che a quei tempi l’atletica non era uno sport che dava da vivere, e la sua estrazione sociale non le permetteva di sussistere solamente facendo atletica; il secondo motivo lo annunciò lei stessa, forse più orgogliosamente, quando rivelò di aver smesso perchè, non riusciva più “a pareggiare le cose migliori che ho fatto in passato”. Abbandonò la pista di atletica nel fiore dell’età: aveva 22 anni.

Quell’olimpiade però la consegnò alla storia, quando smise di correre diventò un’ambasciatrice onoraria degli Stati Uniti nell’Africa occidentale, oltre ad aver avviato una fondazione sportiva a suo nome.
Secondo Bob Kersee, il marito e allenatore di Jackie Joyner-Kersee – una delle atlete afroamericane più di successo della storia, vincitrice di due medaglie d’oro olimpiche nell’eptathlon , la Rudolph è stata la persona e l’atleta che ha avuto la maggior influenza sulla atlete americane.
Probabilmente lei ne era consapevole, perché una volta le fu chiesto un paragone fra lei e alcuni altri atleti. Rudolph si rifiutò di rispondere alla domanda, spiegando: “Sono egoista. Credo di essere stata di un altro pianeta, rispetto agli altri”.

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