Neuroni specchio, le fondamenta dell’Imagery

Perché l’Imagery e le tecniche di visualizzazione, rilassamento o concentrazione se apprese e ripetute costantemente fino ad utilizzarle con padronanza ci permettono efficacemente di affrontare la gara al meglio della nostra condizione? L’efficacia di queste tecniche è data dai Neuroni Specchio, che come disse il neuroscienziato Ramachandran “sono per la Psicologia quello che il DNA è stato per la Biologia”.

Più di 20 anni fa un gruppo di neuroscienziati guidati da Giacomo Rizzolatti fecero una scoperta curiosa: all’Università di Parma stavano conducendo uno studio sul sistema motorio delle scimmie. Giocando con loro ed offrendogli del cibo monitorarono le aree del loro cervello ed i neuroni che si attivavano di volta in volta. Si accorsero che in alcuni situazioni c’erano neuroni che si attivavano sia quando erano le scimmie a prendere in mano un oggetto sia quando impugnava l’oggetto lo sperimentatore: scoprirono dei neuroni motori che si attivano sia quando uno fa un’azione, sia quando uno vede una persona fare quel azione.

Fu così che si cominciò a studiare la modalità con cui noi comprendiamo ed entriamo in empatia con le altre persone, scoprendo che i neuroni specchio non solo sono presenti in aree motorie, ma anche in aree emozionali ed in quelle chiamate “vitality forms” o piccoli gesti sociali, inserendo così il meccanismo dei neuroni specchio in un contesto globale: un uomo al bancone di un bar prende in mano un boccale di birra. Semplicemente guardando il modo in cui lo afferra è possibile capire se sta per bere, per brindare o magari ha intenzione di lanciarlo. Non sappiamo i motivi dei vari possibili comportamenti perché questo dipende dalle nostre capacità logiche, ma capiamo che azione stia svolgendo. Come dice Rizzolatti in una recente intervista a WIRED “certamente con il sistema mirror non si spiega tutto, infatti, interviene il secondo meccanismo logico-inferenziale.”

Ma qual è l’applicazione nel campo della psicologia dello sport?

La Teoria dei Neuroni Specchio è la base scientifica su cui si basa il Motor imagery, o immagine motoria, uno strumento centrale dell’allenamento sportivo che viene definito da Moran (2012) e collaboratori “una capacità cognitiva che permette un’esperienza motoria in assenza di alcuna attivazione muscolare”. Come afferma Rizzolatti  durante un’ intervista con Luca Mazzucchelli:

“Il meccanismo è fatto per capire gli altri, quindi per vedere gli altri fare delle azioni, però il meccanismo interno è omologo a quando io penso un’azione. Il concetto introdotto da Jeannerod, della Motor Imagery, sostiene che io posso immaginare me stesso giocare a tennis ed in quel momento si attivano gli stessi neuroni di quando io vedo giocare Federer”.

Le aree di applicazione nel contesto sportivo sono principalmente tre:

Recupero infortuni: nel periodo di convalescenza, le tecniche di imagery e di allenamento mentale, permettono all’atleta di visualizzarsi in situazioni di gara o di allenamento, mantenendo alto l’umore e la motivazione, fondamentali per affrontare con positività e resilienza il periodo di stop forzato. Tali tecniche sono efficaci anche per una migliore ripresa fisica dall’ infortunio: attraverso la visualizzazione del movimento corretto, ora limitato o compromesso, il recupero organico viene velocizzato. Infine la visualizzazione è funzionale alla gestione del dolore e al suo controllo poiché permettono una distrazione allontanando la mente dalla sensazione spiacevole.

Gesto tecnico: Contestualizziamo per un momento questo aspetto nel basket. Ci sono due giocatori NBA che mostrano in maniera chiara la loro bravura nel tiro libero e da tre. Il primo, Klay Thompson, in un celebre video girato poco tempo fa mise otto triple su dieci al buio dimostrando la formidabile capacità del suo cervello nel riconoscere la sua posizione rispetto al canestro in brevissimo tempo (anticipando l’oscuramento delle luci che avveniva appena prima il compagno gli passasse la palla) e dimostrando una velocità di posizionamento nettamente più rapida della media. Il secondo non può che essere Michael Jordan; durante una partita contro i Denver Nuggets, decise di scommettere con un avversario, il centro Dikembe Mutombo, che avrebbe segnato un tiro libero ad occhi chiusi, ovviamente il numero gli riuscì e voltandosi verso l’ avversario gli disse:  ”Benvenuto nel NBA!”.

Capacità simili sono la conseguenza di anni di allenamento. Nel basket così come nel tiro con l’arco, nel calcio di punizione, nel tennis o nella pallavolo la perfezione del gesto si raggiunge con tanto tempo e lavoro, ma questo lavoro risulta più efficace se accompagnato da tecniche di Imagery che permettono di allenare il gesto anche senza che questo sia compiuto riducendo sensibilmente i tempi di raggiungimento dell’obiettivo.

Ottimizzazione della performance: Dalla preparazione in allenamento, al momento prima fino al vero e proprio momento della gara questi esercizi permettono all’atleta di essere e sentirsi pronto, potendo puntare alla prestazione ottimale: tutto questo avviene proprio attraverso un percorso che tramite le immagini mentali permettono all’atleta “quasi” di vivere in prima persona la gara ancora prima di viverla! Non ci credete? Ecco due esempi di che cosa significa visualizzare immagini di una gara e saper padroneggiare questa tecnica:

Rush è il film che nel 2013 ha raccontato la storica rivalità tra Nicky Lauda e James Hunt. Proprio James Hunt è il protagonista dell’episodio che ci interessa: sdraiato in soggiorno su di un tappeto, ad occhi chiusi ripercorre le curve del circuito in cui andrà a correre la sua prossima gara proprio come se la stesse vivendo. Nello specifico James si aiuta elencando a voce tutti i movimenti ed i passaggi mentre li sta compiendo con mani e piedi man mano che supera curve e rettilinei (dai un’occhiata al video).

Il secondo esempio, manco a dirlo, riguarda ancora “His Airness” Jordan, probabilmente l’atleta con la forza mentale più imponente che abbiamo mai visto fino ad ora. E’ il 1997. Finale NBA gara-5 contro Utah Jazz. Michael è ridotto ad uno straccio per via di un’intossicazione alimentare causata da una pizza mangiata la sera prima. Si trova seduto a bordo campo con un asciugamano sulla testa, fermo immobile. Federico Buffa racconterà di trovarsi proprio lì in quel episodio, e dopo aver guardato Jordan da vicino si girò verso il suo collega facendo un gesto come per dire “Si va beh..e questo come fa ad entrare in campo…”. Michael Jordan, a detta di Phil Jackson, il suo storico allenatore, ha disputato quella sera la miglior partita della sua vita. Ma come diavolo ha fatto? Ecco il racconto di Federico Buffa tratto da “Federico Buffa racconta Michael Jordan”:

”Jordan in una scala da 1 a 20 probabilmente ha a disposizione 3 di livello di energia. Quindi dalle 3 di pomeriggio fino alle 7, memorizza ogni singolo movimento che dovrà effettuare, in modo che quando dovrà giocare, avrà come un copione che avrà inserito nel proprio file interiore, che eseguirà(..) E’ evidente che essere un grande talento o un grande atleta serve fino ad un certo punto, ma da lì in poi conta la testa, e come Michael, di teste così non me sono mai passate.”

Stupefacente vero? La nostra mente ha delle capacità davvero incredibili se solo queste venissero messe alla prova attraverso allenamento e tecniche efficaci. Potremmo stare ore a parlare di questo argomento applicato a case study e consigli concreti ed è proprio per questo che siamo a disposizione per approfondimenti e chiarimenti su questo tema. Scriveteci!

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