“Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”.

“Odio la camminata dal cerchio di centrocampo fino al dischetto, non la augurerei al mio peggior nemico. Ti divora l’anima”.

Steven Gerrard

Chiunque abbia mai giocato a calcio sa che poche cose possono far tremare gambe e cuore dei giocatori come l’idea di dover battere un calcio di rigore. Estrema punizione.
Così si definiva una volta il rigore.
In quel momento, e solo in quel momento, il calcio cessa di essere uno sport di squadra e si trasforma in un gioco a due, un duello mentale prima che sportivo, una vera e propria partita a scacchi.
Perché si segna un rigore con la testa (nel senso lato di “mente”) e quasi mai semplicemente calciando in avanti: battere un calcio di rigore è l’azione più semplice e allo stesso tempo tremendamente più difficile del calcio.

I calci di rigore, sono quelli che comunemente vengono assegnati durante la partita e sebbene si svolgano allo stesso modo, sono disciplinati dalla regola 14 del regolamento del Gioco del Calcio.

I rigori sono una tortura: da quando stabiliscono chi passa il turno nei tornei ad eliminazione diretta, e cioè a partire dal 1970 (fino a quella data in caso di pareggio la vincente veniva sorteggiata, come è accaduto all’Italia nell’Europeo del 1968, quando gli Azzurri raggiunsero la finale dopo aver pareggiato con l’URSS), molte partite decisive sono state risolte dalla famigerata lotteria dei rigori, citandone una a caso, quella valevole per la Coppa del Mondo 2006, che si tinse d’azzurro dopo che Grosso impallinò Barthez.
Che i rigori a fine partita siano un incubo se lo ricorda benissimo Gerrard che racconta, nella sua autobiografia, gli avvenimenti durante Inghilterra – Portogallo, quarti di finale proprio di quel mondiale.
La partita si era conclusa in parità, e già durante i tempi supplementare il centrocampista del Liverpool volava con la mente a quello che sarebbe successo se il risultato non fosse cambiato: “Per l’intera mezz’ora penso a una cosa sola, il rigore che avrei dovuto tirare se il pareggio non si fosse sbloccato. Il sudore comincia a calarmi dalla fronte a velocità doppia”.
Come finì?
Gerrard sbaglia il rigore. Inghilterra eliminata.
Questo episodio viene magistralmente raccontato da Domini Bliss su thesetpieces.com, allargando il discorso al pessimo rapporto fra gli inglesi e i rigori.
Già perché la cultura inglese ha un solo paradigma del rigore corretto: un tiro forte, in uno dei 4 angoli della porta. Giochetti, mezze rincorse, finte, sono trucchetti da “codardi”, secondo loro. Vado, tiro, segno. Semplice.

La riflessione riportata da Bliss permette allora di scandagliare meglio il vasto mondo del calcio di rigore e delle implicazioni che comporta.
Quali sono le dinamiche in atto in un calcio di rigore? Si possono individuare delle “regole” per il rigore perfetto? In altri termini, cosa vuol dire battere un calcio di rigore?
Il rigore all’inglese, per così dire, si potrebbe definire un rigore senza portiere.
Se entriamo nella mentalità anglosassone, che l’estremo difensore sia davanti a noi non ci interessa, se il tiro è deciso e ben angolato non c’è possibilità che il portiere lo prenda. Non mi interessa se prima ne ha parati quattro, non mi interessa nemmeno se ha parato tutti i rigori in carriera finora: lo devo tirare forte nell’angolino, basso o alto che sia.

Ma la storia del calcio ci dice che la mentalità inglese è solo una delle tante, esistono altri modi segnare dal dischetto.
Nel libro “12 yards: the art and psicology of the perfect penalty kick”, di Ben Lyttleton, vengono codificati i diversi metodi di calciare la massima punizione.
Quella inglese è la versione del rigore “indipendente dal portiere”, che contrasta nettamente con quella sudamericana ed europea, che è un’esecuzione che prima di tutto deve spiazzare il portiere.
Per far sì che ciò avvenga si può, sostanzialmente, inventare ogni genere di astuzia, purchè si rispetti il regolamento.
La regola è chiara: la rincorsa del giocatore non deve mai interrompersi.
Ma fra il movimento e l’immobilità ci sono moltissime altre varianti, si può rallentare la corsa, saltare, correre all’indietro, battere le mani: fintantochè non si sta fermi, vale qualsiasi cosa.

Ecco che allora la storia e i filmati ci hanno consegnato vere e proprie prodezze balistiche fra rincorse chilometriche, saltelli e finte di corpo come la genialata di Messi e Suarez, che batterono un rigore “a due”, imitando un mostro sacro come Cruijff e il suo Ajax (la regola dice che il pallone, in un rigore, deve essere calciato in avanti e non può essere toccato due volte consecutivamente da chi lo calcia, da lì l’idea di “passarla” ad un compagno, spiazzando inevitabilmente il portiere che non si aspetta una cosa del genere).
Ma avventurandoci ancor di più nel bizzarro, noi italiani non possiamo non ricordare la drammatica rincorsa di Zaza durante gli ultimi europei, con il conseguente errore.
Tutti, la sera stessa e il giorno dopo abbiamo sguainato le spade tacciando l’ex attaccante della Juve di essere un perfetto idiota.
Ma anche quella rincorsa, per quanto poco estetica possa essere stata, era uno modo che Zaza aveva escogitato per tentare di spiazzare quel gigante di Neuer.

La disputa fra inglesi e resto del mondo sul modo perfetto di battere un rigore è l’esempio classico per mostrare l’intensa sfida psicologica che si nasconde dietro l’arte della massima punizione.
Come detto in principio, raramente in un rigore sono i gioco le capacità tecniche, ma essenzialmente quelle mentali.
Da quando la palla viene posta sul dischetto si ingaggia un duello psicologico fra portiere e calciatore, chi lo vince, segna (o para), chi non è abbastanza forte, sbaglia.
Ecco, se torniamo alla distinzione inglesi-tutti gli altri abbiamo già qualche chiave di lettura interessante.
Quali sono le domande che ci sottoponiamo quando stiamo per calciare? A cosa dobbiamo pensare?
Essendo un duello, il pensiero oscilla fra due alternative: penso a dove voglio tirare io o a dove si butta il portiere? Nel caso della prima domanda, stiamo seguendo l’atteggiamento inglese, nel caso della seconda, siamo più “europei”. Si tratta, qualsiasi cosa scegliamo di pensare, comunque di un test psicologico.
Gli inglesi, e chiunque scelga di tirare “indipendentemente dal portiere”, scelgono di avere un problema in meno.
Davanti al dischetto non pensano a dove potrebbe buttarsi il portiere, ma solo a dove devono tirare loro.
Questo cosa vuol dire?
Vuol dire non curarsi minimamente di chi hanno di fronte (vedi Zaza con Neuer, che invece, ci ha pensato fin troppo).
Ma per essere in grado di fare questo bisogna avere una grandissima forza mentale, e una ancor più grande sicurezza dei propri mezzi. Tradotto in altri termini, non si è rigoristi per caso.
Se scelgo di non considerare mai il portiere deve in primo luogo essere in grado di farlo, aver così tanta sicurezza, essere così consapevole di me stesso che il portiere non lo vedo nemmeno.
Devo riprovato fino all’esaurimento a calciare i rigori in allenamento ed essere così pronto a calciare da immaginare di esser da solo, senza pubblico, arbitro, compagni e portiere avversario; solo io, la palla, e gli angoli della porta.
Se arriviamo a questo livello allora non ci spaventa nemmeno più il duello psicologico, non lo ingaggiamo nemmeno perché l’abbiamo già vinto in partenza.

Ma ci vuole la stessa forza mentale per calciare i rigori “dipendentemente” dal portiere.
Occorre lo stesso tipo di allenamento, occorre la stessa sicurezza, ma in questo caso noi accettiamo il duello. Guardiamo il portiere negli occhi e ci chiediamo se e come gestire la sua presenza: possiamo controllare il suo movimento? Possiamo indurlo a sbagliare, a compiere quel mezzo passo falso a destra o a sinistra?
Com’è evidente, qualsiasi tattica che possa riuscire nell’intento è ben accetta, e anzi, in questo caso chi è più furbo spesso ha la meglio.
Dudek, nell’incredibile notte della rimonta del Liverpool, durante la lotteria dei rigori ha ipnotizzato con i suoi movimenti Sheva e compagni, mostrandosi più preparato alla bagarre psicologica rispetto ai calciatori del Milan.
È sempre e comunque un gioco di nervi, in cui bisogna eliminare ogni pensiero e concentrarsi solamente sull’azione che stiamo per svolgere, sia che vogliamo tirare la classica legnata centrale sia che invece prendiamo la rincorsa da centrocampo.

Ma siccome è sempre in gioco la mente, non si può mai dire con assoluta certezza che non sbaglieremo mai un rigore.
È impossibile, non è una scienza perfetta, lo sforzo psicologico è troppo determinante.
Bisogna allenarsi a saperlo gestire, ad essere pronti ogni volta.
Citando esempi recentissimi, riguardate il volto di Perotti prima di siglare il definitivo 1-3 con i quale la Roma ha espugnato San Siro due giornate fa: volto impassibile, rincorsa spiazzante e tiro deciso. Esecuzione magistrale, duello mentale con Handanovic stravinto.
Quella è l’essenza del calcio di rigore, in cui c’è un po’ tutto, consapevolezza di sé, potenza, precisione e uno sguardo ipnotizzante.

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