“Non c’è più il Ciclismo di una volta!”

Eddy Merckx (archivio.panorama.it)
Eddy Merckx (archivio.panorama.it)

In occasione della ricorrenza delle vittorie al Giro d’Italia di Fausto Coppi e di Eddy Merckx rispettivamente nel 1940 e nel 1973, l’intento è quello di provare a raccontare l’evoluzione e le differenze tra il ciclismo di oggi e quello considerato dalla maggioranza il ciclismo dolce, poetico ed avvincente del secolo scorso; quello che risultò essere per un periodo l’incontrastato sport nazionale del nostro paese.

“Ormai non c’è più il ciclismo di una volta!”. Può capitare spesso di sentire una frase del genere sentendo parlare appassionati e sportivi che c’erano, che hanno vissuto e respirato quell’aria. Il commento che più mi ha colpito ha una forma del genere:”Non lo seguo più da quando vedo in televisione ciclisti che procedono compatti in gruppo lungo le salite, anche quelle più aspre. Ma come è possibile??! Come si fa a stare a ruota in salita?! In salita chi più ne ha più va!” Senza saltare a conclusioni o interpretazioni affrettate, sicuramente lo spettro del doping che aleggia su questo sport da anni, a volte in maniera consistente, accompagnato dai recenti sospetti sulle biciclette truccate, sono gravi danni alla bellezza ed alla reputazione di questo mondo.

Il ciclismo in bianco e nero era rappresentato da grandi uomini, atleti che hanno fatto della loro storia un mito. Il paragone con oggi, a livello di risonanza mediatica, può essere fatto solo con le gesta dell’indimenticato Marco Pantani, capace di fermare un paese intero con le sue fughe in solitaria. L’ultimo sussulto che personalmente ebbi in termini di emozioni, risale alla mitica vittoria nella tormenta di neve di Vincenzo Nibali due anni fa sulle Tre cime del Lavaredo.

Ma la dimensione che questo sport ebbe soprattutto nella prima metà del ‘900, non può essere descritta solo in termini sportivi: c’era Armando Cougnet, giornalista, direttore della Gazzetta dello Sport e primo organizzatore del Giro d’Italia, insieme a Vincenzo Torriani, patron del Giro dal 1949 al ’92, che come dice Adriano De Zan fecero del ciclismo “un dolce racconto mediatico che ha fatto leva sulla fantasia del narratore e di chi ne ha fruito”.

C’era un giro, che come sostiene lo storico Mimmo Franzinelli era lo specchio degli italiani perchè:

Raccontava la questione meridionale :”I primi Giri si sono dimostrati un disastro appena giunti a sud di Roma, a causa dello stato delle strade…Impressionante quanto, a cinquant’anni da Garibaldi (il primo Giro è del 1909), l’Italia funzionasse ancora a due velocità sotto l’aspetto della mobilità: non per nulla la bicicletta era assai scarsamente rappresentata nel Sud e bassissimo era il numero dei ciclisti meridionali..”.

Ha contribuito ad unificare l’isola:”I fatti dicono che il Giro è stata l’unica manifestazione sportiva autenticamente “nazionale” del primo cinquantennio dell’Unità; persino il calcio si sviluppava su campionati regionali. La bici ha offerto un senso d’identità nazionale, lasciando però al tempo stesso libera di esprimersi l’Italia delle fazioni e dei campanili, che poteva identificarsi nei vari campioni contrapposti..”.

Era popolare e del popolo, e cozzava con la politica ed i poteri forti:”Mussolini si dava l’immagine di grande sportivo e riceveva a Palazzo Venezia atleti di ogni genere, ma mai ciclisti. Forse anche perché rappresentavano un mondo che non si lasciava addomesticare facilmente, come le masse radunate negli stadi. O forse perché il corridore è sporco, sudato, mentre nel fascismo l’unico individuo ammissibile era un vincente solare, sorridente, che non mostrava la fatica”.

A proposito della figura del ciclista sporco, alla mano, provinciale e non personaggio ammiccante; un altro aspetto in contrasto con il mondo odierno, è quello che in uno spunto che ho trovato, spulciando per il Web, viene definito “la deriva fighetta” in termini di look, di negozi che lasciano più spazio all’immagine ed al design rispetto alle classiche botteghe in cui regnava un caos ordinato e tanta sostanza.

Il racconto sul ciclismo non finisce mai, non è mai completo e mai potrà esserlo. Lascia spazio a numerose interpretazioni ed opinioni ma una cosa è certa: il mondo cambia, si evolve, diventa modernità e globalizzazione, ma difficilmente potrà mai cambiare uno sport che porta con sè una tradizione ed un’identità così radicata.

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