Il termine Mindfulness ha origine nella cultura buddista, in quanto è la trasposizione occidentale di un termine in lingua Pali, “Sati”, che indica consapevolezza, ricordo, attenzione. Jon Kabat-Zinn, fondatore del Centre for Mindfulness all’Università del Massachusetts, che negli anni ’70 praticava già da tempo tecniche di meditazione, cominciò a chiedersi come introdurre queste tecniche meditative nella pratica clinica in modo laico e accessibile a tutti.

Il termine “Sati” fa riferimento ad uno stato di “presenza mentale”, che ci permette di vedere i fenomeni come realmente sono, distinguendoli dalle nostre proiezioni e distorsioni mentali. Secondo Kabat-Zinn, la Mindfulness potrebbe essere descritta come la “consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito, nel momento presente e non giudicante, allo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento”.

Nel parlare di Mindfulness non si può certo prescindere dallo stretto legame che esiste con la meditazione, in quanto non solo le pratiche tradizionali ma anche gli interventi moderni sono basati su essa. Non si tratta di una attività misteriosa, esoterica o mistica ma, come dice Kabat-Zinn, meditazione “vuol dire semplicemente essere presenti a se stessi, approfondire la propria autocoscienza”.

La meditazione implica in un certo modo un fermarsi, non fine a se stesso, non vuoto, ma un fermarsi per essere presenti a se stessi, essere testimoni di se stessi.

È molto difficile nel mondo attuale, così centrato sul valore dell’azione e del continuo progresso, apprezzare la non-attività, riconoscere una certa completezza al momento in sé, così come si presenta, senza alcun intervento. Il rischio di una vita sempre veloce e sempre finalizzata è che il coinvolgimento personale, l’avidità e la preoccupazione si inseriscano e distorcano il rapporto con il momento, il lavoro o la persona. La meditazione diventa quindi la pratica del “non-agire”, nel senso che crea l’occasione per comprendere che tutto è già completo, così come appare.

In un primo momento le tecniche di Mindfulness furono inserite nella pratica clinica come trattamento dei disturbi di depressione e ansia, ma già qualche anno dopo veniva utilizzata come trattamento e sostegno in molte altre patologie. Dagli anni ’90, in quanto specifica strategia per l’attenzione e la consapevolezza, la Mindfulness è diventata una tecnica di notevole interesse anche in ambito sportivo.

Infatti lo sport, così orientato alla performance, ha sempre richiesto il mantenimento costante dell’attenzione verso gli obiettivi senza “cadere nella trappola” di stimoli esterni; in questo senso una buona consapevolezza di sé e un’attitudine non giudicante sembrano migliorare molto la prestazione dell’atleta. Alcuni studi infatti hanno mostrato che gli atleti più predisposti al sentirsi “nel qui ed ora”, più “mindful”, sono maggiormente predisposti a vivere la tanto desiderata esperienza di flow (Kee, Wang, 2007). Il flow, o flusso ottimale, è uno stato di coscienza in cui l’individuo, l’atleta nel caso sportivo, si immerge e dedica completamente all’attività che sta svolgendo ed è talmente concentrato e sereno da quasi dimenticarsi di se stesso.

In particolare sembra che lo sviluppo e la pratica della mindfulness sia collegata positivamente ad alcuni aspetti del flow tra cui la chiarezza degli obiettivi, la concentrazione, un senso di potenza, di soddisfazione e di benessere che creano le condizioni per questa perdita di autoconsapevolezza.

All’inizio ero piuttosto scettico. Diciamo pure che l’idea stessa di starsene seduti a concentrarsi sul respiro mi pareva abbastanza buffa. Poi però col tempo ho capito che c’era dell’altro, che stava accadendo qualche cosa di davvero utile alla mia mente” Derrick Rose, New York Knicks

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