Perchè Baggio è stato il più grande di tutti.

Recentemente c’è stata la Notte degli Oscar, serata durante la quale vengono premiati i migliori fra gli addetti ai lavori del settore cinematografico.
Se si organizzasse la Notte degli Oscar del calcio italiano l’esito potrebbe non essere unanime: di grandi calciatori ce ne sono stati tanti…ma se smettiamo di pensare per qualche secondo, e lasciamo che i pensieri vaghino indisturbati, sentiremo lentamente salire nella mente un nome solo.
Sophia Loren aprirebbe la busta e urlerebbe nuovamente il suo meraviglioso: “Roberto!!!”.
Quando lo fece nel ’99 il Roberto in questione era Benigni ed eravamo veramente alla Notte degli Oscar; l’immaginaria Loren che aprirebbe l’immaginaria busta invece chiamerebbe sul palco il Divin-Codino: Roberto Baggio.
Non stiamo parlando a livello tecnico, sarebbe improponibile un paragone con gli altri grandi del nostro calcio.
Baggio vince su tutti per la passione che ha saputo suscitare nel cuore di ogni tifoso di calcio che abbia avuto la fortuna di vivere tra la fine degli anni 80 e i primi anni del nuovo millennio.
Forse questo punto di vista è parziale perché non tiene conto di tutta la generazione degli anni 60′, ma quello era un altro calcio, per i nostalgici della TV in bianco e nero possiamo dire che Baggio vince la statuetta come migliore calciatore italiano dell’era moderna. Così accontentiamo tutti.

Ma a ben vedere, Baggio è stato molto di più di un semplice calciatore, nell’immaginario collettivo è stato il calciatore dell’Italia: ha giocato nei 3 club italiani più prestigiosi oltre che nella Fiorentina, nel Bologna e nel Brescia ma nessuno mai, pensando a lui, si sente di definirlo un mercenario o uno che va cercando soldi.
Per definire Baggio si potrebbe parlare dei 205 gol in serie A, delle punizioni, del dribbling, del modo di toccare la palla e vedere il gioco, perché Baggio era bello da veder giocare: Daniele Adani direbbe che “sapeva giocare al calcio”. 
Io ho avuto la sfortuna di godermi solo gli ultimi anni della sua carriera calcistica e seppur tredicenne, il giorno dell’addio al calcio rimasi tutto il giorno con una sensazione di indefinita tristezza, come se si fosse improvvisamente rotto qualcosa. Come quando si finisce di legger un buon libro o di vedere un gran film, è come dare l’addio ad un vecchio amico che si trasferisce all’estero per sempre.

È difficile dire chi sia stato Roberto Baggio, ognuno di noi ha in mente un episodio che potrebbe definire “il calciatore Baggio”: è stato il gol alla Nigeria ad Usa 94? Il rigore sbagliato contro il Brasile? Lo stop al volo con dribbling incorporato contro la Juve? Il suo danzante codino? Baggio è stato tutto questo insieme e molto di più.
Ma Roberto Baggio è stato soprattutto sfortunato.
5 maggio 1985: Baggio milita nel Vicenza e contro il Rimini subisce il primo di una lunga serie di infortuni: rottura del crociato anteriore destro con interessamento del menisco.
All’infortunio, che ne compromise la carriera, seguì una profonda crisi spirituale che si concluse con la decisione di abbracciare definitivamente il buddhismo.
Intanto era già stato acquistato dalla Fiorentina, che sceglie di non recedere dal contratto ma di aspettare il ragazzo, avendo intuito che si stesse parlando di un talento puro; lo protegge, lo coccola e una volta guarito si gode lo spettacolo.
L’esordio in Serie A con la maglia viola arriverà nel settembre del 1986, 18 anni, 4 squadre, 205 gol e un pallone d’oro dopo Baggio saluterà in lacrime il calcio giocato in un caldo pomeriggio primaverile, durante l’ultima partita di quel campionato vinto dal Milan.
In mezzo ci sono stati 3 Mondiali, (unico calciatore italiano ad aver segnato in 3 edizioni diverse), un rigore maledetto in finale di Usa 94 e un Europeo (quello del 2004) ingiustamente visto dal divano di casa, Trapattoni non lo vedeva…
In tutto questo c’è stato un giocatore unico, emozionante. In un’intervista Mazzone (che lo ha avuto al Brescia) lo definirà un giocatore “infinito”: il primo a scendere in campo in allenamento e l’ultimo a volersene andare.
Forse è stato il suo amore totale, irrazionale, per quella palla rotonda che ha fatto di Baggio un calciatore “al di là” delle bandiere e dei colori delle squadre in cui ha giocato.
Quello di Baggio è stato un amore irrazionale per un motivo preciso, tutto risale a quel maledetto infortunio prima di andare alla Fiorentina: da lì in poi il Divin-Codino ha sempre giocato convivendo con il dolore.
È stata la sua fede buddhista che gli ha permesso di continuare comunque. Il buddhismo ci dice di prendere le cose così come vengono, insegna ad accettare gli avvenimenti della vita come componenti necessarie di un percorso più grande, spirituale, sulla via che conduce all’illuminazione e alla serenità.
Baggio giocando cercava questo e questo trasmetteva a chi aveva la fortuna di poterlo guardare. Era buddhista anche in campo, calciava quel pallone con la stessa gioia con la quale lo fanno i bambini al parco. Nel rettangolo verde non c’era spazio per le ansie, per il dolore, per le ginocchia scricchiolanti: c’erano solo lui, i compagni, gli avversari e la ferma volontà di continuare a giocare nonostante tutto.
Per questo Baggio è stato più di tutti il calciatore dell’Italia e degli italiani. Quasi come una sollevazione popolare alla fine del campionato 2003/2004 tutto il popolo calcistico italiano invocava il suoi nome fra i 23 agli Europei, ma Trapattoni negò a lui, e a noi, la possibilità di vederlo ancora un mese con le scarpette ai piedi.
Alla tristezza per il suo ritiro si aggiunse l’amaro in bocca per questa occasione mancata..

Nello Zen, che è una particolare variante giapponese del buddhismo indiano, c’è un termine per definire un particolare stato d’animo, che è quello che corrisponde all’illuminazione, all’entrata nel nirvana e all’eliminazione del dolore e della sofferenza.
Tale accadimento assolutamente fondamentale e decisivo è, secondo lo Zen, è sostanzialmente ineffabile, indescrivibile e si chiama satori.
Il satori è quell’evento che produce nel cuore e nello spirito dell’uomo un particolare sentimento di realizzazione definitiva, di benessere diffuso e intima gioia.
Ecco, Baggio è stato il satori del calcio italiano.
Nessuno come lui, fra i calciatori italiani, ha saputo coniugare in campo la gioia di giocare e la passione nel farlo, una passione che supera il fisico, supera l’età e il dolore.
Roberto definì se stesso con queste parole:

Io, tutta la mia carriera da professionista, l’ho giocata con una gamba e mezzo. Migliaia di ore aggiuntive per tenere vivo un arto che altrimenti si rimpicciolirebbe di giorno in giorno. Non sono mai stato bene del tutto, mai.
Se avessi giocato le partite solo quando mi sentivo al 100%, avremmo parlato di tre gare l’anno. Da quando il pubblico mi conosce convivo con il dolore. 220 punti e un ginocchio a orologeria.
Il mio dribbling migliore è stato questo: andare avanti, nonostante tutto. Fregandomene delle chiacchiere e ponendomi ogni giorno davanti nuovi obiettivi.

Questa è stata la grandezza di Baggio, una grandezza che la tecnica e la capacità di giocare a calcio non potranno mai eguagliare.
Prima di essere stato un ottimo giocatore Baggio è grandioso uomo, con una ferrea volontà ed una straordinaria capacità di sopportazione della sofferenza.
Si è arreso a 37 anni, quando l’età ormai lo mise davanti all’inevitabilità della sorte; e quando Baggio lasciò il campo in quel pomeriggio milanese un po’ tutti noi abbiamo perso qualcosa.
Cantava Cremonini che da “quando Baggio non gioca più non è più domenica…”

Le parole perfette per descrivere ciò che Baggio è stato ed ha rappresentato per il calcio italiano.

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