(Fonte immagine: Sky Sport)

Perché, durante Fiorentina – Atalanta, Federico Chiesa non ha detto niente?

Siamo alla settima giornata di campionato, allo stadio Artemio Franchi si sfidano Fiorentina ed Atalanta e, tra i giocatori in maglia viola, spicca uno dei talenti più cristallini della nostra Nazionale: Federico Chiesa. Tutta Italia fa il tifo per lui, consapevole che possa rappresentare un’occasione di rinascita per gli azzurri di Mancini. Ma, il 30 settembre 2018, qualcosa s’incrina. Il giovane giocatore viola entra in area di rigore con una progressione palla al piede e, dopo un contatto quasi inesistente, si lascia andare in una caduta che porta l’arbitro a fischiare immediatamente il calcio di rigore perla Fiorentina. Da lì in poi, solo critiche per il giocatore, reo di aver simulato il contatto in area.

Ma perché Chiesa non ha detto niente?

La questione è molto complessa ed ha radici profonde in un sistema sportivo diseducativo, fin dal principio. Quando un grande campione, davanti a milioni di spettatori, commette un illecito sportivo (sia questo una simulazione, una gara truccata, l’utilizzo di sostanze dopanti o quant’altro) tutto il mondo grida allo scandalo. Veniamo schifati da questa situazione e chiediamo a gran voce provvedimenti gravi, sostenendo come tutto ciò rovini l’immagine dello sport. Il problema, però, è che continuiamo a focalizzare la nostra attenzione sul’esito di questo processo e mai sulla sua origine. In altre parole, ci scandalizziamo per il comportamento scorretto ma non ci chiediamo il perché.

Perché nessuno (o quasi) dice mai niente?

Bisogna cominciare a guardare nei settori giovanili, osservare i bambini e, soprattutto, chi li educa (perché prima di tutto si tratta di educatori e solo in un secondo momento ha senso parlare di allenatori). Proviamo a porci un dubbio: non è che siamo noi “addetti ai lavori” che spingiamo questi ragazzi all’antisportività? Il fatto è che quasi mai lo facciamo direttamente, ma sempre in maniera indiretta, così da superare, inconsapevolmente, le resistenze etiche dei bambini/ragazzi.

“Se bari ti voglio bene”

Esasperato, ok, ma il concetto che spesso passiamo è questo: “se bari ti voglio bene“. Se i bambini giocano molto bene e perdono, l’allenatore cosa fa? Spesso reagisce riprendendoli per la sconfitta, punendoli (“allenamento senza la partitella, così imparate!“) ponendo l’attenzione sul risultato e non sulla prestazione, sul processo. Da piccoli, è bene che imparino a giocare bene, piuttosto che vincere. E quando i bambini giocano male e vincono? Tante volte capita di sentire allenatori complimentarsi, magari anche premiando i giovani giocatori con pacchetti di figurine o altro. E allora, dopo un gol di mano, un bambino di 10 anni cosa può pensare? Potrebbe valutare le conseguenze di una sua eventuale ammissione: “se dico di aver fatto gol di mano e perdiamo, il mister non ci premia e magari al prossimo allenamento non ci divertiamo nemmeno” e ancora “se invece non dico niente, vinciamo la partita ed il mister ci regala le figurine!“. Come pensate che reagirebbe il 90% dei bambini? Naturalmente, opterebbe per la seconda opzione. Non dire di aver fatto gol di mano significherebbe non venire puniti, scegliendo, quindi, il male minore.

Siamo noi a dover cambiare

Ma la colpa, naturalmente, non è del bambino, ma di chi lo ha educato, indirettamente, a comportamenti antisportivi. Non stupiamoci se Federico Chiesa non ha detto niente, ormai per gli adulti siamo già in ritardo. Sconvolgiamoci quando vediamo un allenatore punire o premiare i propri bambini per il risultato e non per la prestazione, quando sentiamo dare maggior importanza a quello che viene ottenuto e non al come viene ottenuto, quando ci rendiamo conto di dare valore al risultato, anziché al bambino. Come diceva Horst Wein (ideatore della cantera del Barcellona) “Un allenatore che vince tanto con i giovani non ha lavorato per il loro futuro, ma per il proprio”  e, aggiungiamo noi, non ha lavorato nemmeno per il futuro del sistema sportivo della propria Nazione.

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