Perché in fondo non è mai colpa nostra…

Italpress.com Foto: Daniele Buffa
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Giugno 2014, Campionati del Mondo di Calcio…il “Mondiale dei Mondiali“, così come lo definisce Sky. D’altronde si gioca in Brasile, la terra dove il calcio è vita, dove nel 1950 molte persone hanno deciso di togliersi la vita per aver perso un mondiale in casa. La terra che ha regalato i natali a Pelè, Didì, Vavà, Garrincha, Ronaldo, Romario, Ronaldinho, Roberto Carlos e ora Neymar…gente che con il calcio ha fatto o sta facendo la storia. Non ce ne voglia l’Inghilterra o la nostra stessa Nazione, ma il Brasile è indubbiamente la patria del calcio, inteso come stile di vita e passione.

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Noi Italiani, però, non siamo molto da meno. Il calcio, d’altronde, l’abbiamo rivoluzionato, l’abbiamo fatto nostro e l’abbiamo espresso così bene da essere la seconda Nazionale con più Mondiali vinti (4), secondi solo al, guarda un po’, Brasile. Il calcio per noi è quotidianità, è lo sport più seguito, più praticato, più parlato…già, il calcio è lo sport più parlato… e siamo tutti un po’ allenatori quando si parla di quel pallone, ma non è questo il punto di oggi. 

Oggi, dopo un’eliminazione scottante, dopo la seconda eliminazione consecutiva ai gironi di un Mondiale, vogliamo riflettere su un nostro assetto mentale, un modo di interpretare il mondo tipico di noi Italiani (che poi sia tipico anche di altri Popoli non è nostro interesse, oggi vogliamo guardare solo in casa nostra): gli alibi. Ebbene sì! Alibi, scuse, il “colpevole” a tutti i costi, questo è il modo più facile per affrontare un evento negativo. D’altronde è sempre difficile riconoscere un fallimento, perciò tendiamo a negare la responsabilità degli insuccessi per preservare la nostra autostima e la nostra immagine. Abbiamo perso? Siamo fuori dai gironi? Colpa di Prandelli, che non ha convocato Rossi, colpa di Balotelli, che non ha fatto 5 gol, colpa dell’arbitro…colpa del caldo! Del caldo?? Evidentemente faceva caldo solo per gli azzurri, questione di microclima. Oppure possiamo dire che loro siano più abituati di noi a queste temperature, peccato che, ad esempio, Cavani giochi in Francia e Suarez in Inghilterra, due paesi tropicali, insomma…

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Allora se non è il caldo, è l’arbitro! Espulsione ingiusta (e siamo d’accordo) per Marchisio ed espulsione mancata per Suarez. Vero, verissimo, ma a cosa serve? Se cerchiamo la colpa altrove, ci sediamo. Ci diciamo “è inutile impegnarsi, tanto l’arbitro non me la farà mai vincere”. Allora diamo la colpa ai nostri compagni, o al mister. Chi corre di meno, chi doveva correre di più, chi doveva segnare, “ah se ci fosse stato Destro”, “non doveva mettere Cassano”, eccetera, eccetera… cerchiamo il colpevole, ci fa stare meglio. Non è un fallimento collettivo, ma il fallimento di un singolo che ha portato con sé nel baratro il resto del gruppo! Non è più facile così? Eliminiamo quel singolo e tutto andrà a meraviglia…peccato poi che le cose non vadano sempre così.

Siamo fatti così, spieghiamo gli insuccessi facendo ricorso a cause esterne ed i successi avvalendoci di cause interne (pensiamo a dopo la partita con l’Inghilterra: eravamo “fortissimi”, “insuperabili”, etc.). Ecco allora che parlare dell’arbitro, delle convocazioni mancate, del tempo, delle decisioni della FIFA, sono tutti modi di aggrapparsi ad alibi. Ci fanno stare meglio, danno un illusorio ordine alle cose. Ma le cose sono andate così, nulla può cambiarle e riguardare venti volte l’azione del gol per incolpare Bonucci non modificherà il risultato…

Tra qualche giorno, a freddo, bisognerà rimboccarsi le maniche e ripartire, tutti. Come Nazione e come Nazionale, senza cercare delle belle scuse sulle quali adagiarsi…

Ment&Sport

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