Personalità ingombranti e ambizioni: il fondamentale rapporto tra Phil Jackson e Kobe Bryant.

Come si fa ad allenare i migliori? Che tipo di stimoli e motivazioni vanno date a chi può diventare il più forte di tutti?
Il ruolo dell’allenatore è uno di quelli più affascinanti e complessi nella storia dello sport, sia che si tratti di sport individuali o di squadra.
Se si è l’allenatore di Federer, o della Pellegrini, bisogna saper trovare sempre nuovi obiettivi, infondere nell’atleta la voglia di alzare il proprio livello agonistico ad ogni allenamento, ad ogni competizione, ed è un lavoro strettamente personale, una relazione a due.

Ma se si allena una squadra, allora si tratta di una relazione uno a molti, e tutto diventa più complesso perché le dinamiche di un gruppo sono più articolate, bisogna avere in mente il disegno completo e prendere in considerazione ogni giocatore; si deve essere in grado di valorizzare il singolo e così facendo si può far crescere contemporaneamente la squadra intera, unendo gli interessi e gli scopi individuali sotto l’insegna di un obiettivo comune.
Ma se, e così si torna alla domanda iniziale, nella squadra che si sta allenando gioca anche il migliore di tutti, le cose iniziano a farsi decisamente complicate; se poi, oltre a questo, si è anche l’allenatore migliore di tutti allora la miscela può avere effetti esplosivi.

Questo è il caso di Phil Jackson, “Coach Zen”, il miglior allenatore di sempre della storia dell’ NBA.
Jackson, nel corso della sua carriera, si è trovato nella particolarissima situazione di dover allenare il mostro sacro della pallacanestro americana, Michael Jordan e quello che viene considerato il suo erede più legittimo, Kobe Bryant, che ha appena chiuso la sua avventura in NBA.
È proprio il rapporto con quest’ultimo che è stato quello più complesso da gestire.

Il Mamba e Coach Zen hanno vinto insieme 5 titoli, e la figura di Phil Jackson è indubbiamente quella che ha segnato di più la carriera di Kobe Bryant, fondamentali l’uno all’altro, e altrettanto ingombranti l’uno per l’altro; è una cosa inevitabile, quando si trovano a coesistere due personalità così forti e carismatiche.
Da una parte l’allenatore che aveva rivoluzionato il gioco del basket, l’allenatore di Michael Jordan, dall’altra quello che si stava preparando a seguire le orme del 23 di Chicago; il primo, animato dalla voglia di ricreare una macchina perfetta come i Bulls, il secondo totalmente pervaso dall’intenzione di assumere su di sé l’etichetta di stella NBA.
Quando si scontrano due forze così potenti, il risultato è sempre incerto e i primi anni del rapporto Jackson-Bryant è interamente segnato da antipatie, disaccordi e incomprensioni reciproche.

In una serie di interviste Jackson dichiarò “Ah, il mio caro amico Kobe Bryant…sì, ho spesso percepito il suo odio”.
Un odio quasi totalmente legato a motivi tattici, dal momento che Kobe voleva più libertà di gioco, mentre Jackson pretendeva che fosse più disciplinato, e questa è, parole di Coach Zen stesso, “una normale causa di frizione fra allenatori e giocatori a tutti i livelli di competizione”.
Successe qualcosa di simile, si dice, fra Cuper e Ronaldo, ai tempi dell’Inter. E l’esito fu decisamente infausto, perlomeno per i tifosi dell’Inter, dal momento che videro andar via il loro più forte giocatore.

Questo sembrò accadere anche ai Lakers, quando nel 2004 Jackson se ne andò e il rapporto con Kobe sembrò giungere al punto di non ritorno, (Jackson in un libro, “L’ultima Stagione”, definì Kobe come “inallenabile”).
In più, nel libro, Jackson sottolineò come avesse espressamente chiesto di cedere il Mamba e che non sarebbe tornato ad allenare se ci fosse stato ancora lui perché “è una persona troppo complicata, non andremo mai d’accordo”.
Insomma, i tre titoli conquistati prima della rottura non bastarono a creare un efficiente sodalizio.
Come spesso accade, entrambi avevano ragione ed entrambi erano in errore; perché da una parte c’era Kobe che, a detta di Jackson stesso, “non aveva la minima intenzione di ascoltare altri, non accettava suggerimenti di persone con più esperienza di lui”; dall’altra Coach Zen doveva capire che, da un fenomeno dello sport, è lecito pretendere il minimo livello di “omogeneità” al gruppo, e poi bisogna lasciare che si esprima seguendo il proprio istinto e il proprio gioco.
La bravura sta nel trovare il giusto compromesso, non bisogna né lasciare che sia anarchico ma nemmeno pensare che sia uguale a tutti gli altri. Ai tempi dell’impero Romano, a questo proposito, si parlava di primus inter pares, che significa “primo tra i pari”, per designare la figura dell’imperatore.
Così, in ogni squadra c’è un primus inter pares, e Kobe era quello dei Lakers.

Nessun uomo è un’isola e a maggior ragione nessuno lo è in una squadra, Maradona aveva avuto bisogno di altri 10 giocatori per vincere il Mondiale.
Ma nel 2004 né Kobe né Jackson avevano ancora compreso la fisionomia del loro rapporto, e da qui la scelta di Jackson di abbandonare la squadra.
Quando ormai sembrò che il giocattolo si fosse rotto, che le strade dei due fossero divenute due rette parallele ecco il colpo di scena; come se fosse la sceneggiatura di un film, Jakcson tornò ai Lakers, meno di un anno dopo.
Serviva forse un momento di rottura per comprendere l’effettiva realtà dei fatti, viste da vicino le cose non sono mai come sono realmente, quei mesi separati servirono ad entrambi per comprendere l’uno le ragioni dell’altro.
Kobe comprese di dover mettersi di più al servizio della squadra, comprese che Jackson non voleva nascondere il suo talento ma valorizzarlo, tempo dopo dichiarò in un’intervista a CQ che Jackson fu una componente essenziale della sua crescita come giocatore: “ero troppo selvaggio, un po’ del suo modo di fare serviva per addomesticarmi”.
Quando un giocatore arriva a questa verità allora è veramente diventato un campione, non nella tecnica ma nella mente e nel cuore.
Kobe e Coach Zen non erano stupidi, sapevano che era necessario per la squadra trovare un terreno comune sul quale dialogare e lavorare; entrambi fecero un passo indietro: Jackson diede a Kobe più licenza per “fare le sue cose” (parole di Jackson stesso) a patto che Il Mamba rimanesse dentro al contesto generale del Triangolo.
Da parte sua il Mamba affidò anima e corpo al maestro Zen: vinsero altri due titoli.
Il resto è storia, solo in NBA Kobe ha realizzato 39.283 punti (terzo migliore di sempre), 5 anelli vinti, 2 ori olimpici ma soprattutto si è guadagnato l’entrata all’Olimpo dello sport mondiale.

Ma se Kobe Bryant è diventato quello che è stato, oltre che se stesso deve indubbiamente ringraziare Phil Jackson.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *