Lasciatele correre!

Il rapporto delle donne con l’automobilismo è da sempre risultato essere complicato. Non perché queste non abbiano le abilità, ma perché hanno da sempre dovuto fare i conti con i pregiudizi di questo sport, probabilmente il contesto più maschilista che c’è. Due sono gli esempi in questo senso che descrivono il clima che si respira quando si tocca questo tasto: era il 1958 e la pioniera delle pilote donne in Formula 1 Maria Teresa De Filippis non riuscendo a qualificarsi al Gran Premio a Reims, dovette incassare questo commento dal giudice: ”L’unico casco che una donna deve mettersi è quello del parrucchiere”. La cosa non fece più di tanto scalpore trattandosi degli anni ’50, ma anche al giorno d’oggi le opinioni non sembrano essere cambiate, come testimonia una recente dichiarazione di Bernie Ecclestone in merito alle donne in Formula 1: «Se esistesse qualcuna con certe capacità, non verrebbe presa sul serio e non troverebbe mai una vettura in grado di essere competitiva. C’è stata una ragazza che ha gareggiato in GP3 (Carmen Jordan), quindi non è che non sia mai accaduto».

Più che l’abilità sembra un problema di rispetto verso pilotesse che vogliono gareggiare avendo le stesse opportunità degli uomini. In tanti anni di storia della Formula 1 solo 5 donne sono riuscite ad ottenere il pass per entrare in una scuderia di F1 e qualificarsi ad una gara: La De Filippis con la Maserati, Maria Grazia Lombardi detta Lella con la Brabham-Cosworth, Divina Galica con la Surtees-Cosworth, Desirè Wilson con la Williams, Giovanna Amati con una Brabham. Tra queste solo Lella riuscì a tagliare il traguardo in zona punti il 20 luglio 1974 nel Gran Premio di Gran Bretagna (conquistò mezzo punto perché in quella gara diverse macchine si ritirarono e così i giudici decisero di dimezzare i punteggi dei classificati).

L’anno scorso Susie Wolff, ex collaudatrice della Williams, ha lanciato la campagna Dare to Be different allo scopo di tutelare e difendere tutte le pilote donne che vogliono correre senza discriminazioni: «Non si tratta di trovare il prossimo campione del mondo al femminile: la ragazza più eccezionale avrà una borsa di studio nel karting. L’obiettivo è costruire una comunità online di donne di tutto il mondo, unite da una passione condivisa, e aiutarle a diventare il futuro di questo sport». Dare To Be Different si è tradotto l’anno scorso in cinque eventi in tutto il Regno Unito: «vogliamo rompere gli schemi e frantumare la percezione di uno sport dominato dagli uomini».

Proprio in tema di abilità, tralasciando per un momento il mondo della Formula 1 ed ampliandolo a quello dell’automobilismo, non si può non parlare di Michela Cerruti, considerata una delle migliori pilotesse d’Europa, se non la migliore del 2015.

Il Successo che la consacrò a livello internazionale arrivò nel 2011, lo racconta lei stessa in un’intervista a RedBull: “A Monza, nell’International Superstars Series, la vittoria che mi ha lanciato nel motorsport. Fu una vittoria choc perché ero donna, giovanissima (23 anni), con poca esperienza contro avversari che avevano anche 20 anni di gare alle spalle, alcuni dei quali pure in Formula 1. Per di più su una pista leggendaria come Monza e davanti a 30 mila spettatori. Per molti è stato choccante perché l’anno prima il mio miglior risultato era stato un settimo posto.”

Nel 2012 si tolse altre soddisfazioni ma dovette fare i conti con il pregiudizio citato precedentemente da Bernie Ecclestone:” Era il Campionato Italiano GT e in coppia con Edoardo Liberati ci siamo messi tutti dietro al Mugello, guidando una Bmw Z4 GT3 della Roal Motorsport. Una bella soddisfazione ma l’anno dopo scelsi di correre senza un compagno per tacitare le voci di chi mi addossava la colpa in caso di sconfitta e invece pensava che non influissi in caso di successo. Feci questa scommessa con Roberto Ravaglia che si dimostrò vincente, perché sono riuscita a vincere ad Imola.”

Nel 2015 arriva sesta alla 24 Ore del Nurburgring e sempre su quel circuito nel Campionato Endurance Vln porta a casa la prima vittoria dopo 9 anni con il team Walkenhorst e Michela è la prima donna del Vln a vincere una gara in 39 anni.

Il mondo femminile nell’automobilismo probabilmente non ha una risonananza mediatica fortissima, ma sicuramente suscita grande curiosità ed interesse: è proprio per questo che Matteo Rovere ha girato il film “Veloce come il Vento”, che racconta la storia di Giulia, giovane pilotessa nel mondo del Gran Turismo che deve fare i conti con difficoltà e pregiudizi. Questo film, che vuole essere un omaggio a tutte le pilotesse, è stato ispirato proprio da Michela, che in un’intervista a Panorama racconta: ”L’essere Donna in questo mondo vuol dire essere un po’ speciale, vuol dire essere casi unici, c’è questa attenzione sempre a quello che la donna fa in pista, la tendenza a considerare la donna meno brava in macchina, quindi questo ovviamente ci mette sempre un po’ di pressione, e c’è anche dell’attenzione dal punto di vista negativo perché appena sbagli sono tutti pronti a dire che non sei buona e devi cambiare sport. Per fortuna ormai abbiamo dimostrato più e più volte che non è così. Quando ho vinto le mie gare li ho messi dietro tutti si sono arrabbiati tanto, ma per me è stata una grande soddisfazione”.

E’ proprio così. Un pregiudizio rimane tale e può accadere che non muti nonostante l’evidenza. L’evidenza è che non esistono motivi validi per cui si possa impedire ad una donna di esprimere la propria passione per i motori e correre.

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