Premessa Prima

Ci sono due difficoltà che incontriamo quando affrontiamo un discorso sullo Zen.

La prima riguarda la natura estremamente sfuggevole di questa singolare disciplina: lo Zen si caratterizza in primo luogo come un’esperienza personale. Come si fa a presentare un’esperienza personale in modo tale da essere veramente comprensibile da altri? Lo Zen può essere studiato, forse spiegato, ma esso è in definitiva qualcosa che facciamo noi in prima persona.

La seconda difficoltà è dettata dalla nostra condizione storica e culturale di uomini occidentali. Perché lo Zen è una pratica e una visione della vita che non appartiene a nessuna categoria formale del pensiero occidentale. Non è un religione, non è una filosofia e non è, in fin dei conti, nemmeno una psicologia. È quello che in Cina e in India è conosciuto come “Via di liberazione”.

Uno dei più grandi scogli che lo Zen deve superare è il PENSIERO CONCETTUALE.

Il mondo occidentale si è fatto paladino della conoscenza per astrazione, per concetti; una conoscenza del genere ci dà una traduzione una-cosa-alla-volta di una realtà in cui le cose accadono tutte-in-una volta.

Che i concetti e le parole siano fondamentali per farsi capire è fuori di dubbio, il limite sta nel pensare che le definizioni che disponiamo esauriscano la cosa stessa e in qualche modo ne prendano il posto.

La vita è un flusso, incessante e costante, di cose che accadono, poter pensare di tenerle tutte insieme cogliendole singolarmente è impossibile, è complicato come provare a tagliare una bistecca con un cucchiaio.
E’ abbastanza singolare poi notare che la vita stessa non procede così, noi potremmo a malapena vivere qualche istante se provassimo a controllare ogni respiro, ogni movimento dei muscoli.

Il nostro corpo funziona benissimo senza che noi ce ne rendiamo conto, è una perfetta macchina in cui tutto avviene in maniera naturale, così come l’estate prende il posto della primavera e viene seguita dall’autunno. Lo Zen insegna a prendere atto di questo, il tutto sta nel capire come viene effettuato questo insegnamento.

Lo Zen insegna che pensare la realtà una-cosa-alla-volta è un ostacolo alla comprensione piena del mondo.
Lo scopo finale dello Zen, e verrà ulteriormente preso in considerazione in seguito, è il raggiungimento di un nuovo stato mentale, il termine tecnico è satori (illuminazione). Il satori coincide con l’acquisizione di un nuovo punto di vista dal quale poter riconsiderare se stessi e la realtà che ci circonda. Il satori, è questo è fondamentale, si raggiunge esclusivamente da soli, esistono maestri Zen che possono servire da guida, ma essi sono esclusivamente zattere che devono essere abbandonate al momento giusto. Nello Zen ci si salva da soli, solo così la trasformazione può essere definitiva e completa.

“Se non lo trovi in te stesso, dove andrai a cercarlo?”

Alan Watts

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