Premessa Seconda

Che cos’è lo Zen?

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.

Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».

«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza».

Zen è una parola giapponese, traduzione del termine sanscrito dhyana che vuol dire meditazione. Ma la traduzione più corretta del termine “Zen” è ‘illuminazione’.

E l’illuminazione è lo scopo ultimo dello Zen: l’uomo deve essere portato ad un nuovo stato di coscienza, a quello che è definito satori. L’acquisto acquisizione di un diverso punto di vista.

Storicamente lo Zen nasce dal buddhismo indiano ma poi si allontana da questa sua origine religiosa/filosofica e si afferma gradualmente come una filosofia pratica della vita.

In comune con il buddhismo lo Zen ha lo scopo, ma diverso è il metodo. Lo Zen è totalmente immerso nella quotidianità delle azioni umane, l’illuminazione è raggiungibile hic et nunc. Ma in che modo?

In primo luogo, lo Zen rifiuta qualsiasi tipo di elaborazione concettuale, ed è per questo che è così difficile afferrarlo, l’unico suo interesse è la comprensione diretta della vita.

Inoltre vuole farci venire in contatto con l’interna vitalità del nostro essere, permette, in un certo senso, di farci trovare la nostra precisa posizione nel mondo. Ci ridà il pieno possesso di noi stessi.

Per questo, teoreticamente parlando, lo Zen non è sottoscrivibile nella categoria delle filosofie, nemmeno delle religioni. Nello Zen non c’è spazio alcuno per il raziocinio, che è visto come una facoltà dannosa. “Non si può trovare una soluzione razionale perché la fonte del problema è la razionalità stessa”. Scriveva R.Pirsig ne “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.

L’intelletto è utile quando funge da intermediario, ma se l’uomo vuole cogliere l’essenza ultima della vita ed ottenere un’esistenza pienamente appagante deve abbandonare le strutture della mente.

Finora non sono entrato nel dettaglio, mi sono limitato a citare alcuni spunti che verranno approfonditi in seguito. È opportuno, prima di continuare, comprendere che siamo di fronte ad un unicum nella storia del pensiero. È talmente bizzarro e contemporaneamente affascinante che non mi aspetto che chiunque legga ne rimanga entusiasta; ma se qualcuno avrà sentito accendersi la scintilla della curiosità dentro di se allora una parte del mio compito sarà stata realizzata. A chiunque voglia capire di più, a chiunque voglia sapere come lo Zen ci permetta di stare “in mezzo al temporale senza bagnarci” viene rivolto l’invito a continuare a seguire le prossime pubblicazioni.

Questo non è stato che l’inizio del percorso verso il satori. Abbiamo iniziato a svuotare la tazza, provvederemo successivamente a riempirla.

In definitiva, e per concludere, si potrebbe rendere doverosa una domanda: perché studiare lo Zen? Di fatto, a cosa serve?

La risposta non proviene dalle mie parole ma da un libro, “101 storie Zen”. Qualsiasi commento ulteriore risulterà superfluo.

È stato detto che se si ha lo Zen nella propria vita, non si ha più nessuna paura, nessun dubbio, nessun desiderio superfluo. Non si è turbati né da atteggiamenti ingenerosi né da azioni egoistiche. Si serve l’umanità umilmente, attuando con misericordia la propria presenza in questo mondo e osservando la propria fine come un petalo che cade da un fiore. Sereni, si gode la vita in beata tranquillità.”

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