Presente e futuro della pallavolo italiana: Simone Giannelli.

Che cosa vuol dire giocarsi un oro olimpico a 20 anni?
Chiedetelo a Simone Giannelli, palleggiatore titolare della Trentino Volley (eletto Miglior palleggiatore della Champions League 2016) e della Nazionale italiana di pallavolo (miglior palleggiatore del Campionato Europeo nel 2015 e della World League nel 2016).
20 anni e non sentirli, verrebbe da dire, vista la naturalezza e la semplicità con la quale ha conquistato il ruolo da titolare in azzurro e con il proprio club.
La carriera di Giannelli, ad oggi, è quella di un predestinato, o per dirla alla Piccinini, del fuoriclasse assoluto.

Classe 1996, nel 2010 approda alla Trentino Volley e brucia le tappe delle giovanili, vincendo il campioanto Under-17 a Matera, nel 2013 fino alle prime convocazioni in Nazionale, nelle formazioni Under-19 e Under-20.
Nella stessa stagione della vittoria Under-17 viene aggregato alla prima squadra per qualche allenamento e per alcune partite, come riserva, fino alla svolta: l’alzatore titolare della Trentino Volley, Raphael Vieira De Oliveira si frattura il dito medio della mano destra durante gara-4 delle semifinali scudetto e Giannelli viene convocato per la finale, come secondo palleggiatore.
Primo titolo vinto, non da protagonista è vero, ma è solamente il preludio.

L’anno successivo arriva l’esordio vero e proprio in Serie A, a Ravenna, alla sola età di 17 anni e una manciata di mesi, stabilendo il record come giocatore più giovane ad esordire nella massima serie per il Trentino Volley; squadra della quale diviene membro stabile nella stagione successiva, quella della definitiva consacrazione: l’allenatore Stoytchev gli affida le chiavi del quintetto titolare nelle finali scudetto contro il Modena, in cui Giannelli risulta determinante per la conquista del titolo.
Seguono le prime convocazioni nella nazionale maggiore e il sogno di un oro olimpico a Rio.
Sogno che verrà infranto il 21 agosto scorso, quando al Maracanazinho gli Azzurri, nonostante Giannelli e il mostruoso “Zar” Ivan Zaytsev, cedono la medaglia più ambita ai padroni di casa.

Ciò che ha colpito della fin qui breve carriera “tra i grandi” è la straordinaria naturalezza con la quale Giannelli ha giocato tutte le partite decisive, sia in nazionale e con il Trentino.
Simone è arrivato alla pallavolo assaggiando qua e là, come si fa da bambini, un po’ tutti gli sport; innamorato del tennis (il padre fu un azzurro ai Mondiali per Veterani in Sudafrica e oro in un Europeo “over 45”) scelse la pallavolo seguendo le orme della sorella, che lo ispirò.
Simone è ora presente e futuro della Nazionale, il giocatore su cui costruire un ciclo che si spera sarà vincente già a partire dai prossimi impegni internazionali fino al sogno-ossessione dell’oro a Tokyo.

Naturalezza e semplicità, si diceva, quelle che solitamente definiscono il giocare di un ragazzino, definiscono anche lo stile di Giannelli, quasi non-curante del peso delle partite che disputa. Durante la finale contro il Brasile lo si poteva vedere incitare i propri compagni sorridendo, come se non fosse veramente importante, come se fosse un gioco.

O forse proprio perché era semplicemente un gioco.
“Questo sono io”, dichiarò in un’intervista dopo la sconfitta, “se ti diverti mentre giochi a pallavolo, giochi anche molto meglio. Ad un certo punto ho visto che la squadra era un po’ contratta, tirata. E ho cercato di fare qualcosa, di incitarli. Di dire che comunque anche se era una finale olimpica, era sempre pallavolo: non fisica nucleare. Bisognava godersela fino in fondo.”.

Forse è anche per questo che Simone ha bruciato le tappe, perché pur consapevole di essere ad un passo dal sogno che nemmeno l’Italia di Velasco è riuscita a coronare, giocava una finale olimpica divertendosi.
Nietzsche diceva che solo gli spiriti liberi possono danzare sugli abissi e ridere, e allora quel comportamento ci dice già tutto: siamo di fronte ad un ragazzo eccezionale.
Ma la sua strada, personale e sportiva, adesso è solo in salita. Adesso deve ancora dimostrare tutto, perchè il difficile non è giocare un olimpiade, ma giocarne 5, è difficile non fare una partita sensazionale ma mantenere costantemente le proprie prestazioni ad un livello sufficientemente alto.
Capita, è capitato e molto probabilmente capiterà ancora che un ragazzo così giovane, una volta arrivato ad un livello così importante perda stimoli e “fame” sportiva. Come se ogni sforzo e sacrificio avessero portato a quel punto e poi, basta. Come se l’obiettivo fosse finalmente raggiunto.
Ma i grandi sono grandi non solo perché sono fisicamente bravi, ma perché sono capaci di essere bravi più a lungo degli altri, per esempio, basti riflettere su Totti e Valentino Rossi, due “vecchietti” mostri sacri dello sport italiano.

Messi vinse il primo pallone d’Oro (il più grande riconoscimento calcistico individuale) a 22 anni, e ne vinse altri 4 dopo.
È la sfida di Simone Giannelli. Non può sentirsi arrivato.
Come Mentesport insegna da anni, la rovina o la gloria di un atleta, di qualsiasi livello, sono date esclusivamente dall’abilità mentale di ognuno di essere sempre al massimo delle proprie capacità. Si può nascere fenomeni, ma poi bisogna saper rimanere fenomeni.
Per restare dei fenomeni è fondamentale non sentirsi mai tali, sentire di aver da migliorare in qualche aspetto del proprio gioco, significa chiedere a se stessi sempre quel qualcosa in più che permette di non essere mai soddisfatti, di ricercare sempre la perfezione. Questo vuol dire aver sempre la voglia e la determinazione di migliorare, di crescere e di imparare.

La storia di Simone si intreccia per caratteristiche con quella di un altro predestinato del mondo calcistico che si è recentemente tinto di azzurro, il baby-portierone del Milan Donnarumma.
Uno nel calcio, l’altro nella pallavolo, sono attualmente l’esempio nitido attuale di come un ragazzo debba essere, come atleta, nello sport di massimo livello; sta a loro essere anche l’esempio di come poter continuare a restarci.

Il futuro di Simone è, sia metaforicamente che letteralmente, solamente nelle sue mani.

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