Il professionismo sportivo negato alle donne. Il paradosso dello sport italiano.

Cosa vuol dire essere dei professionisti nello sport?
Una domanda apparentemente banale, ma non in Italia, che vive lo sport attraversata da un paradosso sensazionale.
Ci sono tanti modi per utilizzare questo termine, il pomo della discordia dello sport azzurro; dunque, in senso figurato, nel linguaggio comune, un professionista è quell’atleta che profonde molto impegno nella propria disciplina. Dedica gran parte della giornata ad allenarsi, mantiene una alimentazione corretta, dorme molto.
Un professionista esemplare! Quante volte è capitato di definire qualcuno in questa maniera.

Questo è quello che dice il volgo, in senso stretto invece il professionista è colui il quale “esercita una professione intellettuale, liberale, o comunque un’attività per cui occorre un titolo di studio qualificato”, come si può leggere su qualsiasi dizionario della lingua italiana. Nello sport, è professionista chi “pratica un’attività sportiva in modo esclusivo e continuativo per la quale viene retribuito”.
Tutti coloro che non sono professionisti vengono definiti dilettanti. I professionisti pertanto rappresentano l’élite dello sport, abitanti di quel mondo dorato dove ogni bambino sogna di entrare da grande; sotto di loro, lo strapiombo e l’immensa distesa di tutte quelle persone che praticano sport solamente per diletto.

A stare lì, naso all’insù cercando di imitare i maestri, ci siamo tutti noi che viviamo di sport, che lo amiamo, che ne parliamo e sul quale riflettiamo.
Fate finta che possiate guardarlo dall’alto, il mondo dei dilettanti: vedrete tutti i vostri compagni di squadra, vedrete gli avversari di domenica scorsa che erano particolarmente cattivi, vedrete l’assistente che vi ha interrogato la scorsa sessione che gioca a rugby; sono in tantissimi: maschi e femmine, giovani e adulti, pallavolisti e calciatori; e poi, guardando bene, se siete fortunati potrete vedere anche Federica Pellegrini.

Esattamente.
Non è un errore di scrittura, non è uno scherzo: Federica Pellegrini, per la legge italiana, pratica sport per diletto. Federica Pellegrini, per la legge italiana, è sullo stesso piano sportivo di chi gioca a calcio in piccoli campi di periferia in campionati organizzati dal C.S.I. (Centro sportivo italiano).
È una situazione ai limiti del paradosso che deve essere spiegata accuratamente. Perché il nome della Pellegrini è uno di quelli più altisonanti, ma nella sua stessa “condizione” ci sono tantissimi altri atleti di livello internazionale; per la precisione, tutti quelli che non praticano calcio, golf, basket o ciclismo in Italia non sono professionisti.
La legge che stabilisce i parametri del professionismo è del 1981, e dice che “sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal Coni per la distinzioni dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.
È il Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), insieme alle varie Federazioni Sportive, che decide che cosa distingua l’attività dilettantistica da quella professionistica.
E secondo il Coni, solo quattro sport hanno il diritto di fregiarsi del titolo di professionistici. Già di per sé, tutto ciò stupisce parecchio. Su quali basi uno sport è per dilettanti? Che conseguenze può avere questo fatto?
Come se non fosse abbastanza insolito, bisogna precisare con assoluta gravità che esiste una “discriminazione” ancora più grande nello sport italiano. Perché nel Bel Paese non solo ci sono solamente 4 sport professionistici contro i 56 per i dilettanti, ma “i quattro” sono riservati esclusivamente agli atleti maschili.
Diciamolo ancora più chiaramente: non ci sono donne professioniste nello sport italiano.
Come si diceva all’inizio: è paradossale.

Essere professionisti, come recita la legge, significa praticare sport a titolo oneroso.
Alle atlete italiane questa possibilità viene negata. Nella stragrande maggioranza dei casi un contratto “da dilettante” non prevede un vero e proprio stipendio, ma semmai un rimborso spese. Non è nemmeno prevista un’assicurazione sanitaria, e anche ci fosse, è assolutamente non paragonabile a quella degli atleti professionisti, al dilettante la sola scelta se sottoscriverne una privatamente. Questo implica che, in casi di infortuni (non proprio una rarità nello sport), spetta all’atleta dilettante l’onere di pagare visite, cure e riabilitazione. Tutto a suo carico, con tutele pari a zero.
Inoltre, per i dilettanti non è previsto il pagamento dei contributi pensionistici, né tantomeno esiste tutela in caso di invalidità.
Insomma dei precari, in tutti e per tutto, ma la gravità della situazione è ancora più evidente quando si considera il trattamento riservato alle donne.
Fintantoché la questione è solo sport professionistico vs. sport dilettantistico, allora la controversia rimane fastidiosa e singolare, ma forse tutto sommato ancora comprensibile.
Se però poi si riflette sul fatto che le donne sono considerate in senso aprioristico delle dilettanti allora le dinamiche in gioco si fanno più complesse; perché se è vero che ci sono sport professionistici e sport praticati “per divertimento”, è altrettanto vero che secondo il Coni nessuno sport femminile è sufficientemente importante per considerarlo professionistico.

Oltre al danno la beffa, insomma, perché le atlete italiane passano lo stesso tempo ad allenarsi dei loro colleghi maschi. Hanno le stesse ambizioni, compiono i medesimi sacrifici, soffrono per le sconfitte esattamente come i maschi; ma, sempre come dilettanti. L’esempio più evidente è il calcio.
Sappiamo tutti le cifre degli stipendi del mondo calcistico, Lionel Messi ha appena rinnovato il suo contratto che prevede una retribuzione di circa 39 milioni di euro l’anno. Ma senza scomodare gli dei, uno stipendio medio di qualsiasi giocatore di Serie A è almeno a 6 cifre. Sono numeri alti, tanti tanti soldi, un giro complessivo d’affari di miliardi. Lo stipendio più ricco di una calciatrice si aggira intorno ai 6mila euro al mese.
Una disparità mostruosa.

Ma possiamo ancora rincarare la dose.
Per i dilettanti, (maschi e femmine questa volta), esiste ancora il Vincolo sportivo, abolito per i professionisti con la legge 81/91. Il vincolo sportivo è quel vincolo che assegna alle società sportive il diritto esclusivo di disporre delle prestazioni agonistiche degli atleti dilettanti, così come di decidere dei trasferimenti degli atleti, senza che ci sia necessariamente il consenso degli stessi. Inoltre, e questo riguarda le donne, esistono ancora le cosiddette “clausole anti-gravidanza” nei contratti delle atlete.
Esse prevedono la rescissione del contratto in caso di maternità, sì, avete letto bene.
Lavinia Santucci, cestista classe 1985 racconta, durante il Meeting Nazionale dello Sport Femminile del settembre 2015 a Roma, che “Noi viviamo una vita sportiva identica a quella degli atleti maschi, ma i nostri contratti sono solo degli accordi privati, che non ci tutelano da nessun punto di vista. Io per esempio mi sono infortunata al ginocchio e mi sono dovuta operare e riabilitare: ho dovuto fare tutto da sola, perchè il mio contratto non mi dà un’assicurazione sanitaria. Inoltre è chiaramente specificato in questi accordi che sono due i motivi per cui possono cacciarti: se ti arrestano o se rimani incinta. Proprio la stessa cosa, vero? […] Questo deve cambiare, perchè non è una battaglia solo femminile: i diritti sono di tutti, e tutti devono impegnarsi per farli rispettare.”.

Caso simile quello di Tania di Mario, capitano del setterosa medaglia d’oro ad Atene 2004, che ha dovuto rinunciare ad avere un figlio per continuare a giocare. Per ovviare a questo stato di cose, a quella che si potrebbe tranquillamente definire una “discriminazione sportiva” nel corso degli anni le atlete italiane sono ricorse alla militarizzazione dello sport (nemmeno fossimo nell’Unione Sovietica). Far parte dei corpi militari offre tutte quelle tutele che il Coni nega, stipendi, maternità, tredicesima e quattordicesima: ma questa non può essere la soluzione, non deve essere la soluzione definitiva.
C
i si potrebbe interrogare sui motivi per i quali il Coni abbia stabilito che sono solamente 4 gli sport professionistici, non si avranno mai tutte le risposte, ma più di un indizio ci porta a considerare l’aspetto economico della vicenda. Gli sport dilettantistici non assicurano una solida quantità di introiti: intorno ad essi non circola una sufficiente quantità di denaro.
Ovviamente, lo stesso discorso vale per lo sport femminile.

Il calcio femminile non ha la stessa eco della Serie A, quindi non è professionismo.

Intanto, la Nazionale Maschile ha clamorosamente fallito la qualificazione ai prossimi Mondiali mentre le loro colleghe conducono da primatiste il loro girone, con 4 vittore su 4 incontri, 10 reti segnate e 0 subite.
Uno dei tanti paradossi nel nostro sport, che è fermo ad una mentalità di 40 anni fa, e soprattutto, molto indietro rispetto all’Unione Europea che si è mossa già da anni per chiedere ai suoi membri l’eliminazione della distinzione tra pratiche sportive maschili e femminili, è del giugno 2003 la risoluzione del Parlamento Europeo che, si legge: “sollecita gli Stati membri e il movimento sportivo a sopprimere la distinzione tra pratiche maschili e femminili nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello”.

Ma in Italia tutto tace. La Pellegrini vince medaglie d’oro ma solo “per diletto” e lo sport femminile è ancora, nell’immaginario collettivo e legislativo, considerato di livello molto più basso: quasi un non-sport. Nel 2015 le giocatrici della squadra di rugby femminile “All Reds Rugby Roma” attraverso una petizione (più di 28mila sostenitori) hanno chiesto al Coni, nella persona del presidente Malagò, di sanare una scissione che non ha ragione d’esistere, ponendo definitivamente fine alle diseguaglianze nello sport italiano. Primo, e finora unico, tentativo di superare uno status quo assurdo sia dal punto di vista legislativo ma soprattutto etico.
Se è vero che tutti i cittadini, come recita la Costituzione Italiana (art. 3) godono di pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge; è altrettanto vero, purtroppo, che nello sport tutto questo non avviene.

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