Realtà virtuale al servizio degli atleti: visori, mental coach e tanto altro

Non è nuova la notizia che i ciclisti ricorrano ai video di YouTube e alle panoramiche di Google Street View per studiare i percorsi gara dal divano di casa loro. Questo è ciò che la scienza definisce allenamento mentale che precede le prove atletiche. Dalla realtà aumentata a quella virtuale, il passo è molto piccolo: sperimentare i tracciati a distanza, muoversi tra buche e pietre, osservare nello specifico i dettagli del terreno. Tutto questo è possibile grazie alla tecnologia e, più specificamente, a un’applicazione: la WrappingReality, ideata e messa a punto da una start up italiana che opera in campo internazionale, e che ha accompagnato la Nazionale azzurra di mountain bike, durante i Mondiali del 2016. Per uno sportivo professionista, inserirsi in una realtà a 360 gradi che simula universalmente il percorso di una gara, è un vantaggio in termini di visualizzazione mentale e di sensazioni positive, perchè il percorso da affrontare non è più del tutto nuovo come quando questo tipo di tecnologia era inesistente. Con specifici visori, che reagiscono ai movimenti della testa, si vive una videostory immersiva che consente, nel caso della mountain bike, di eseguire una ricognizione fedele al millimetro, tuffandosi in velocità tra sassi, radici e buche.

Alle Olimpiadi di Rio, sono stati impiegati i metodi di realtà virtuale per la preparazione degli atleti. Quest’ultimi hanno potuto vedere in anteprima la pista, provare i movimenti sul terreno di gioco, scegliere anticipatamente le decisioni da prendere senza realmente entrare in campo. In un articolo su Wired, è riportata la storia dei Mastini di Dallas, ai quali spetta il merito di essere stata la prima squadra professionistica a usare dei caschetti virtuali per allenarsi per affinare la pratica e tutelare l’incolumità degli atleti.

In altri termini permettendo il perfezionamento degli schemi di gioco, senza che i campioni ci rimettano l’osso del collo. (Wired).

La realtà virtuale è sicuramente una delle applicazioni più utili per condurre un allenamento senza rischio di infortuni, specialmente negli sport di contatto, dove è più che preferibile evitare di farsi male prima di una gara.

Per un mental coach sportivo, sperimentare nuovi metodi di allenamento è segno di evoluzione professionale. Non solo in ambito fisico, ma anche psicologico, inizierà più tranquillo la gara chi ha già visto il percorso o anche solo chi ha le condizioni fisiche ottimali proprio perché ha potuto evitare infortuni all’allenamento precedente il match. Oggi vince chi sbaglia di meno, grazie proprio a una visualizzazione anticipata dell’avversario o a strategie per coglierlo in fallo. Dunque la realtà virtuale è utile al mental coach per mostrare agli atleti anche delle situazioni particolari di stress. L’utilizzo di sistemi ad alta fedeltà virtuale dà la possibilità di visualizzare in maniera realistica gli ambienti sportivi in 3D, simulare tanto pubblico sugli spalti, ricreare situazioni chiave così da sollecitare l’atleta a sostenere la pressione emotiva, come in uno stadio vero e proprio, dove l’energia negativa di centomila spettatori che fischiano potrebbe far saltare del tutto l’equilibrio mentale di un giocatore di qualsiasi sport e età.

Le chicche finali vengono direttamente dagli Stati Uniti che fanno la voce grossa in argomento, perché oltre alla realtà virtuale dei visori, hanno a disposizione anche Halo. Sono cuffie che l’atleta indossa e servono a stimolare il cervello. Sull’archetto, queste cuffie hanno delle punte di schiuma che trasmettono scosse elettriche alla corteccia motoria di chi le indossa, quindi a quella parte del cervello responsabile del movimento. I coach ritengono che questa sollecitazione permetta di potenziare i risultati di ogni allenamento perché aumenta la forza e l’esplosività, la resistenza e la memoria muscolare. Questa tecnica è stata messa a punto per preparare gli atleti in partenza per Pyeongchang, unitamente ad una giacca particolare. Quest’ultima non migliora certo le performance in pista, consente però di stare bene anche con le rigide temperature di Pyeongchang. Realizzata da Ralph Lauren per la squadra statunitense, si riscalda come una termocoperta. Può sembrare pericoloso per l’atleta, ma in realtà non lo è perché per veicolare il calore non sfrutta fili elettrici, ma un inchiostro particolare mescolato al tessuto. Grazie ad un’applicazione del cellulare, infine, gli atleti possono regolare la temperatura così da non dover aggiungere dei vestiti in caso abbiano freddo o togliere la giacca qualora sentano caldo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *