“Ti ricordi? Eravamo lì insieme!”

E’ così facile ricordarsi dove eravate la notte del 9 Luglio 2006, non trovate? Un po’ come il primo bacio rubato alla donna della vostra vita o alla notte prima degli esami di maturità. Del resto “I Mondiali di calcio hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno i tempi che verranno” come recitava Federico Buffa, o come disse Caressa “Guardate chi avete di fianco a voi, perché non ve lo dimenticherete mai”. Il Mondiale di Calcio è l’evento che qui da noi crea la più grande forma di partecipazione collettiva del paese, quella gioia incontenibile che ti fa abbracciare il primo che hai davanti, magari senza sapere chi sia.

Mi capita spesso di rimirare quei momenti in video, e come un film ho provato a ripercorrere partita per partita ricercando gli ingredienti che hanno costruito la formula esatta, quell’incredibile mix vincente che ci ha portato a Berlino ad alzare la coppa più bella (o se vogliamo a riportarla a casa, perché se non lo sapete la Coppa del Mondo viene prodotta a Paderno Dugnano, provincia di Milano, ed è stata ideata nel 1971 dallo scultore italiano Silvio Gazzaniga!).

C’è un modo per spiegare come abbiamo vinto i Mondiali del 2006? Forse si. Proviamo a raccontarlo attraverso considerazioni calcistiche e non.

MARCELLO LIPPI

Il Commissario tecnico della Nazionale cominciò quell’avventura due anni prima non nel migliore dei modi. Sconfitta due a zero in Islanda e conseguente massacro della stampa sportiva. Ma Rino Gattuso racconta le sue straordinarie doti di leader: “Non c’è mai stata una polemica nemmeno sulle condizioni pessime dell’albergo in cui ci trovavamo perché era uno che si faceva rispettare. Dal primo giorno ha ribadito l’importanza del gruppo sul campione”. Ed è proprio questo il principio di base su cui si fondò quel successo. L’altro aspetto da considerare riguarda la sua straordinaria capacità di leggere le partite: ad esempio i cambi di Iaquinta in Italia-Ghana e di Totti in Italia-Australia che hanno rispettivamente chiuso e risolto la partita, e la capacità di individuare in Fabio Grosso “l’uomo del destino” che ha calciato l’ultimo rigore in finale: “Fabio tu ci hai procurato il rigore contro l’Australia all’ultimo minuto, hai segnato alla fine dei supplementari contro la Germania, quindi l’ultimo rigore lo batti tu”.

IL GRUPPO

Numerose sono le sfaccettature da considerarsi per esprimere la forza di questo collettivo. Parlando della fase difensiva la Nazionale ha subito 2 gol (un autogol ed un gol su rigore) in tutto il torneo escludendo i rigori finali di Berlino. Non ce lo ricordiamo ma abbiamo vissuto delle partite davvero terribili a livello di sofferenza: con gli Stati Uniti abbiamo dovuto gestire l’espulsione di De Rossi per almeno 20 minuti insieme alla frustrazione di non riuscire a soprassedere gli americani, con l’Australia agli ottavi abbiamo sofferto fino all’ultimo anche a causa dell’espulsione di Materazzi. Questo gruppo ha avuto una eccezionale capacità di gestire diversi momenti di crisi durante il Torneo. A livello offensivo siamo riusciti ad andare a segno con ben 11 giocatori diversi (ricordiamoli: pirlo, Iaquinta, Gilardino, Materazzi, Inzaghi, Totti, Zambrotta, Toni, Grosso, Del Piero, De Rossi), segno di una squadra capace di valorizzare il gruppo ed allo stesso tempo di far esaltare i singoli.

Un ulteriore aspetto decisivo è l’intercambiabilità dei giocatori e il loro spirito di sacrificio: durante la terza partita del girone si infortuna Sandro Nesta, una delle colonne portanti della nostra difesa. Al suo posto Marco Materazzi lo sostituirà egregiamente e non solo, sarà uno dei protagonisti del successo azzurro segnando alla Repubblica Ceca, alla Francia di testa e su rigore. Ma non si può dimenticare l’incredibile prestazione di Alessandro del Piero contro la Germania che giocò praticamente da terzino aggiunto, e fu protagonista di un gol che racchiude lo spirito di sacrificio citato precedentemente: 80 metri di corsa al galoppo, quell’urlo a Gilardino che con la coda dell’occhio gli cede la palla in contropiede, e con le ultime forze in corpo piattone ad aprire sul palo opposto ad incrociare. Il resto è storia: ”Chiudi le valige Beppe, andiamo a Berlino!”.

Non si può infine non citare il carattere di questa squadra: l’emblema e protagonista non può che essere Gattuso. Finale con la Francia: dopo qualche minuto rigore inesistente concordato ai transalpini e gol di Zidane con cucchiaio che prima di varcare la linea di porta bacia la traversa. Una partita al cospetto di una Nazionale che annoverava tra le loro fila grandi giocatori a livello tecnico e mediamente più forti di noi a livello fisico insieme ad un gol del genere: taglierebbe le gambe a chiunque. Riportata la palla a centrocampo per la ripresa del gioco Rino cacciò un urlo che ammutolì tutti. Pure i Francesi, di cui la maggior parte parlava italiano, assistettero alla scena. Si racconta che lì maturò in tanti singoli una nuova consapevolezza: ”No cazzo questa non la perderemo!”.

MOTIVAZIONI e OBIETTIVI

Un Mondiale di per sé è la conseguente maturazione di grandi motivazioni: rappresenti il tuo paese, vuoi portare a casa quella meravigliosa coppa ed entrare nella storia.

Ma quei ragazzi se vogliamo, avevano ancora più motivi degli altri per poter dare il massimo: il 2006 è l’estate di Calciopoli: il processo di giustizia sportiva che coinvolse dirigenti di società sportive, arbitri e organi sportivi italiani, che agli occhi del mondo dipingeva il nostro calcio come malato. Mentre Marcello Lippi andava in conferenza stampa a fare la guerra con giornali e tv, il gruppo della Nazionale si rinchiuse nel silenzio, compattandosi e sognando la sua rivalsa: ”Gliela faremo vedere chi siamo”.

I giorni precedenti la semifinale di Dortmund caricarono non poco i nostri: le lettere della comunità italiana che viveva in Germania diedero un senso ancora più rotondo a quella sfida: era quello di dargli la soddisfazione di festeggiare in una terra a noi ostile, che durante quel periodo promuoveva campagne di boicottaggio della pizza e che scriveva sui giornali “Arrivederci Italia”.

Per non parlare della finale: quell’odiata Francia che ci ha buttato fuori da un Mondiale ed un Europeo e che si sentiva naturalmente superiore a noi. Gli andava data una lezione.

Vicende dentro e fuori dal campo hanno partecipato alla creazione del principio di base voluto da Lippi sin dal primo giorno: un gruppo unico con una simbiosi irripetibile. E’ proprio Alessandro Del Piero a descriverlo: ”In quello spogliatoio si creò un senso di rispetto reciproco e di unione che è raro vedere in Nazionale. Lo puoi trovare in una squadra di club, è più facile perché hai più tempo per stare insieme, di analizzare, studiare e conoscere i compagni. E’ vero che ci conoscevamo da tempo ma venivamo da esperienze diverse. In quel momento probabilmente tutta una serie di situazioni che si sono concentrate nel nostro spogliatoio hanno permesso una esplosione che si è propagata fino alla fine.”

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