Riparte la serie A: Riflessione sulle 5 squadre più importanti del nostro Campionato.

È ri-iniziata la Serie A.
Che cosa ci hanno detto le prime giornate di campionato?

Nonostante la debacle contro l’Inter le cose non sono molto diverse dalla stagione scorsa, la Juve è lassù in cima e la folta schiera delle contendenti al trono si scontrano le une contro le altre nel tentativo di insidiare l’egemonia della Vecchia Signora, egemonia che dura da 5 anni consecutivi.
Come si fa a spodestare i bianconeri? È questo il leitmotiv della serie A targata 2016/2017.

Tranne forse il Milan, l’obiettivo in Italia di Roma, Napoli e Inter è quello del primo posto; tattiche mediatiche e scaramanzie poi vietano ai vari ambienti di ammettere di pensarci, ma è indubbio che sulle pareti degli spogliatoi e nei campi di allenamento campeggi a lettere cubitali la parola “scudetto”.
Ma dal momento che il campionato lo vince una squadra sola, esistono anche obiettivi secondari che impediscono alla stagione di diventare fallimentare se non si dovesse riuscire a centrare il titolo.
Napoli e Roma l’anno scorso non hanno vinto ma hanno ottenuto l’obiettivo della Champions; l’Inter è comunque riuscita ad entrare in Europa League.
Come vengono decisi gli obiettivi stagionali? Come dosare energie mentali e fisiche per riuscire a ottenerli?
In altre parole, come si prepara una stagione?
Per quanto durante l’estate si parli sempre e solo di calciatori, procuratori, trasferimenti e prestiti, il vero primo motore immobile (Aristotele docet) di qualsiasi squadra è sempre l’allenatore.
Se fossimo Sarri, cosa avremmo detto alla squadra il primo giorno di ritiro? E se fossimo Allegri? Come si fa a tenere alta la concentrazione della squadra e vincere ancora? Come può Montella mettere ordine al caos che domina in casa Milan da qualche stagione? E de Boer?

Cerchiamo di fare il punto, squadra per squadra, delle principali squadre della serie A, (Juve, Napoli, Roma, Inter e Milan) e di come i rispettivi tecnici debbano gestire e motivare i propri giocatori.

Allegri e le nuove motivazioni.
Per quanto assurdo possa essere, il compito più difficile è proprio quello dell’ex mister di Cagliari e Milan.
La Juve ha dominato per cinque anni di fila, prima con Conte e da due stagioni con Allegri.
Nel naturale ricambio generazionale la Juve ha visto andar via il vecchio centrocampo titolare; ha perso Tevez e Morata, sebbene a stagioni alterne, e quest’estate ha completato la cessione più onerosa della storia del calcio, facendo tornare a casa quello che (dopo Iniesta) è il più forte centrocampista attualmente in circolazione.
Ma Marotta ha agito da mostro del mercato, per tutti questi anni e soprattutto in questa stagione, acquistando, fra gli altri, Gonzalo Higuain e Miralem Pjanic.
Così la Juve e Allegri si sono presentati ai blocchi di partenza della Serie A avendo privato le dirette concorrenti per lo scudetto dei loro giocatori più rappresentativi; si sono assicurati le prestazioni di Dani Alves, uno che fino alla stagione scorsa duettava sapientemente con la MSN (Messi-Suarez-Neymar), e la rosa è stata irrobustita sfiorando la perfezione.
Ed è qui che inizia il difficile.
Una squadra così costruita deve vincere il campionato, lo si dà quasi per scontato, la Juve è, ancora una volta, la candidata numero uno. 
Lo deve vincere non solo perchè la rosa della Juve è di un gradino superiore alle altre, ma perchè se vincesse anche quest’anno entrerebbe nella Storia (mai nessuno ha vinto 6 scudetti consecutivi).

Ma nessuno fa un mercato come quello della Juve solo per vincere il campionato: i bianconeri hanno puntato il grosso delle loro fiches nel tavolo dell’Europa che conta.
La Juve si trova così divisa, con Higuain e Pjanic (che si aggiungono ai tre centrali, Alves, Sandro, Dybala, Khedira e compagnia bella) la Champions sembra essere la priorità, ma Allegri deve essere in grado di dosare le forze e soprattutto, deve saper lavorare sulla testa dei suoi giocatori per non perdere terreno in campionato.
Se Allegri puntasse tutto sulla Champions e riuscisse a vincerla, la stagione sarebbe definita come ottima.
Ma se la Juve non riuscisse a salire sul tetto d’Europa? Si potrebbe definire fallimentare la sua stagione?
La delusione sarebbe ovviamente grande, ma un eventuale tracollo a Cardiff può essere sanato e curato solo attraverso la vittoria del campionato.
E se la Juve, puntando tutto sulla Champions, non riuscisse a vincere nemmeno il campionato?
La Juve, in altre parole, si trova nella scomoda posizione di avere lo stesso piede in due scarpe; e questa stagione nella scarpa della Serie A vogliono entrarci altre squadre, meglio attrezzate rispetto all’anno scorso.

Sarri e il dopo-Higuain.
Il compito del secondo Napoli di Sarri è meno complicato del previsto; in primo luogo perchè nessuno chiede al Napoli di vincere la Champions, e poi perchè il Napoli ha perso il suo giocatore di punta (di nome e di fatto).
La cessione di Higuain ha prodotto nel Napoli un duplice effetto.
Da una parte ha de-responsabilizzato tutto l’ambiente, perchè è molto più difficile vincere senza quello che l’anno scorso ha segnato 36 gol in campionato, è pertanto perfettamente plausibile che il Napoli non vinca lo scudetto, non lo deve più necessariamente fare; il Napoli senza Higuain è quasi giustificato ad arrivare solo secondo.
Ma la cessione di Higuain ha anche distribuito in maniera più omogenea la responsabilità dell’esito delle gare; l’anno scorso il pipita risolveva, sostanzialmente quasi tutte le partite, e quando steccava lui il Napoli nel complesso difficilmente trovava alternative vincenti. Quest’anno Higuain non c’è, così tocca ai vari Callejon, Mertens, Insigne e Hamsik caricarsi la squadra sulle spalle, e questo è indubbiamente un fattore positivo. Il Napoli senza Higuain ha la scusa per non vincere ma è, forse, addirittura più forte del Napoli con Higuain.
Poi c’è la questione delle punte del Napoli: Milik e Gabbiadini.
L’italiano deve decidere in questa stagione che giocatore vuole essere, l’anno scorso è stato destinato a ritagli di gare e all’Europa Leage da un fuoriclasse assoluto, ma in questa stagione si preannuncia la staffetta con il polacco classe ’95. Manolo deve assumersi più responsabilità, e questo vuol dire anche far capire a Sarri di essere pronto ad assumersele.
Milik, dalla sua parte, ha il vantaggio dell’età ma anche il pesante fardello dell’eredità del pipita. È una mezza scomessa, sebbene gli esordi del polacco siano stati promettenti.

Il resto del Napoli non è cambiato, qualche discreto innesto in difesa e a centrocampo hanno permesso a Sarri di avere la panchina più lunga; sebbene il solito sobrio De Laurentiis abbia esaltato la lungimiranza delle proprie strategie di mercato il Napoli ha speso una barcata di soldi per un panchinaro (Maksimovic) e si è fregiato dell’acquisto di uno dei centrocampisti più promettenti della Serie A, Diawara. Il resto è nelle mani di Sarri, che deve essere in grado di non far pesare la partenza del capocannoniere della passata stagione, cementando il gruppo e contribuendo a rafforzare l’idea complessiva che oramai, il Napoli, è la seconda realtà più forte del nostro campionato.

Spalletti, il bel gioco e la difesa.
La situazione dei giallorossi sembra essere uguale all’anno scorso, con la piccola differenza che hanno perso il loro playmaker (o falso playmaker, visto che Pjanic non giocava proprio davanti alla difesa).
Spalletti si è trovato di fronte la stessa squadra dell’anno scorso, perlomeno dal centrocampo in su, con delle eccezioni come il rientro di Paredes.
È la difesa il vero banco di prova della Roma, con Spalletti che deve essere in grado di registrare un reparto che ha visto l’arrivo di Bruno Peres, Vermaelen e Juan Jesus.
La difesa della Roma è sempre stata “ballerina”, molto più di quanto le ambizioni societarie lo possano permettere, se Manolas centrasse una stagione perfetta e costante, se Rudiger tornasse dall’infortunio e stabilisse il proprio livello delle prestazioni ad un gradino sufficientemente alto la Roma potrebbe effettivamente dire la sua quest’anno.
Davanti la Roma vanta un tridente che sulla carta è spaventoso, con Dzeko che, segnante o meno, libera spazi alle incursioni di Salah e Perotti (ed El Sharaawy,che siede in panchina).
A livello delle motivazioni il compito di Spalletti è continuare il processo iniziato l’anno scorso: è dai tempi dell’Inter di Mourinho che la Roma non ambisce a posizioni elevate, il terzo posto dell’anno scorso deve essere la base per poter puntare a spodestare la Juventus.
Il gioco è consolidato, e Spalletti non ha grande bisogno di impartire grosse lezioni tattiche.
Il più è saper giostrare gli uomini e dosare le forze, l’uscita dai preliminari di Champions può inoltre essere letta come un’opportunità più che una delusione: Spalletti sembra andare quasi in all-in sul campioanto.
Se spodestare la Juve è difficile, è più probabile che Spalletti abbia chiesto ai suoi giocatori di posizionarsi se non davanti, almeno subito dopo i bianconeri: una posizione alla volta. La Roma c’è, il Napoli è avvisato.

Nuovi tecnici e nuove mentalità: le due milanesi.
Inter e Milan si trovano quasi nella stessa situazione.
Due mister nuovi, due modi nuovi di giocare.
Ma la verità è che la situazione delle milanesi è più complessa di quello che appare.
Partiamo dalla metà rossonera.
Montella è stato scelto perchè portatore di un bel calcio e di idee chiare, è l’uomo con il quale aprire un ciclo.
Ma, complici i problemi societari, il Milan ha fatto un mercato molto semplice, addobbato dal capocannoniere della serie B (Lapadula), da qualche scommessina (Sosa) e da giocatori di medio-basso livello (Mati fernandez faceva panchina alla Fiorentina).
Il primo obiettivo di Montella però, quello per cui è stato scelto, non è vincere.
Quello che conta è indubbiamente restituire identità e dignità ad un club che ha cambiato allenatori con la stessa frequenza con la quale si va a fare la spesa.
Così, quasi per forza di cose, ciò su cui puntano i rossoneri si chiama “gioco”; il Milan deve avere in primo luogo e soprattutto un gioco attraverso il quale poter essere identificato, ed è forse dai tempi di Allegri che al Milan manca un’identità tattica.
Successivamente, e solo dopo lo step tattico-identitario, potranno arrivare trofei e coppe. Rientrare in Europa è importante per questioni economiche ma io ritengo che se prima il Milan non riordina le idee su quale tipo di squadra voglia essere non avrà la possibilità di ritornare ad essere un club serio.
Il compito di Montella è rifondare. Gli deve essere lasciato il tempo di farlo.

L’Inter, dal suo canto, si è resa protagonista di una scelta societaria discutibile, quantomeno dal punto di vista della tempistica.
Il mercato estivo è stato pensato da Mancini, che aveva il compito dichiarato di tornare in Champions. 
Per la verità, a Mancini sono stati dati pieni poteri decisionali già dall’anno scorso dal momento che era stato scelto come l’allenatore con il quale ritornare vincenti.
Preferendo l’allenatore ai giocatori, e essendo Mancini un allenatore che antepone il modulo ai calciatori a disposizione, l’Inter ha, secondo me, compiuto un autogol in sede di calciomercato simile a quello della cessione di Coutinho: grazie alla lungimiranza del tecnico jesino l’Inter ha ceduto Mateo Kovacic, che per il club nerazzurro rappresenteva il più giovane e promettente acquisto dell’era recente, insieme al capitano Mauro Icardi.
Ma andava bene così, Mancini era l’allenatore e la squadra doveva essere come lui la voleva.
Poi, lo shock: a due settimane dall’inizio del campionato Inter e Mancini annunciano il divorzio e il club (che ha appena cambiato gestione societaria) ingaggia un allenatore promettente, giovane, che non ha mai allenato in Italia e che si ritrova una squadra progettata da un allenatore che gioca agli antipodi rispetto alla propria idea di calcio.

Infatti l’inizio dell’Inter è stato drammatico. Sembra che dalla vittoria di Pescara la squadra di de Boer abbia cominciato a capire i nuovi principi tattici, ma la strada è lunga e non ha senso parlarne ora.
Se Mancini aveva il compito di motivare i giocatori che già conosceva, de Boer ha più difficoltà, deve prima conoscerli, farsi conoscere e insegnare all’Inter il proprio calcio.
I nomi che compongono la rosa dell’Inter impongono però di essere vincenti subito, e la vittoria a San Siro contro i bianconeri potrebbe aver acceso la miccia dello scudetto della mente dei nerazzurri. Ma la riflessione deve essere rimandata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *