Ritiro sì, ma dove?

(giornalenuovo.it)
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È luglio.
Luglio nel mondo del calcio vuol dire tantissime cose. Luglio significa calciomercato, significa aspettative, speranze di comprare qualche top player, ma soprattutto, luglio significa preparazione estiva.

Le squadre della nostra Serie A hanno iniziato gli allenamenti per l’inizio della stagione, e fra acquisti in via di definizione, giocatori che recuperano dagli impegni con le nazionali (coppa America) si ricomincia a correre.
Ma dove ci si allena? E soprattutto come?
Da sempre, chi gioca a calcio o solo semplicemente lo segue con passione, associa questo momento con il più classico ritiro in montagna, fra sentieri e ruscelli. Presto tutto questo potrebbe diventare solo un ricordo dei più nostalgici.
Anche sui ritiri sta iniziando a imporsi la legge del denaro, per cui si preferisce ridurre il numero dei giorni da passare in alta quota per favorire tournèe all’estero, per fare cassa con amichevoli di lusso e per esplorare nuovi mercati.

Già da qualche anno esiste la diatriba su quale sia il miglior modo per allenarsi durante la preparazione.
Il ritiro in montagna voleva dire carichi di lavoro imponenti, poca palla e molta corsa. È dove si gettano le basi per costruire la squadra, soprattutto a livello fisico. In montagna si migliora la parte aerobica della preparazione, si pone l’attenzione sulla potenza e sulla forza.
Ma i tempi cambiano, e le preparazioni pure.

Oltre alla questione “tournèe”  si stanno facendo sempre più largo le attività di Teambuilding, come testimonia la Roma che qualche giorno fa è andata a fare rafting, ma soprattutto la possibilità di allenarsi anche giocando. Chi non si ricorda dei primi allenamenti di Mourinho all’Inter? Sempre e solo con la palla. Lo storico “fondo” per fare fiato è abbandonato.
Franco Combi, direttore del Dipartimento di Scienze medico-riabilitative e dello sport dell’Università Ludes di Lugano ed ex responsabile medico dell’Inter afferma: “Ci si può allenare anche giocando, non è sempre necessario un ritiro come si faceva negli anni passati. L’importante è saperlo fare e in Italia sono in pochi. Per i giocatori poi è uno stimolo più interessante e si divertono di più. Mourinho, Leonardo o Cooper sono alcuni degli allenatori che applicano questa filosofia. La loro capacità è di usare le partite come un vero allenamento, quindi con variazioni di gioco, cambi di ritmo e sedute specifiche per i reparti. Questa preparazione durante il match stimola molto di più il giocatore, che si diverte e questo è un bene per il suo aspetto psicologico”.

Ma tutto questo è possibile, e diventa un bene per l’atleta solo se l’allenatore è veramente in grado di farlo. Se è carismatico, se è un bravo insegnante allora sarà in grado di farsi seguire dalla squadra anche con sistemi di preparazione diversi e più moderni rispetto al passato. “Allenare giocando è più difficile ma chi è in grado può davvero riuscirci, anche perché il canone della preparazione atletica per il calcio è più o meno quello da anni, non è cambiato molto”.

Tuttavia c’è l’aspetto emotivo da non sottovalutare.
Andare in ritiro e rimanerci per molto tempo aiuta come pochissime cose a cementare il gruppo (“Si vive con i propri compagni di squadra 24 ore al giorno, tutti i giorni!” (semi-cit.).
Un conto è allenarsi insieme, altra storia è vivere insieme. Forse è una pratica che non dovrebbe essere dimenticata, si vince soprattutto se si è uniti, e si è uniti come squadra anche perché si impara a condividere le piccole cose quotidiane di tutti i giorni. Dovrebbe meritare più attenzione.

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