“Rush” è una delle parole migliori che abbiamo a disposizione per esprimere l’essenza più pura dello sport.
“Rush” sta a significare infatti, quello sforzo finale dell’atleta verso il traguardo. In quattro lettere è contenuto tutto ciò che bisogna sapere.

Fare sport è una sfida, una sfida che è condotta su un doppio binario; da una parte la sfida è con noi stessi, con le nostre forze e il nostro corpo, dall’altra è con gli avversari, che dobbiamo superare; così, in ogni allenamento e in ogni gara, in qualsiasi sport, ciò che anima gli atleti è la voglia di continuare a migliorarsi, e così facendo, battere i propri rivali.
Queste sono le due molle dello sport ed insieme contribuiscono a definirne l’essenza.
Ecco che allora davvero la parola “rush” è totalmente in grado di racchiuderle insieme: lo sforzo ( e quindi allenamenti, sudore, fatica, impegno) per superare il traguardo (quindi vincere, battere gli avversari, trionfare). Rush però, è anche il titolo di un film di Ron Howard che parla precisamente di questi due aspetti dello sport, perché il film racconta la vicenda e la rivalità di Niki Lauda e James Hunt. Non è stata una rivalità particolarmente “lunga” perché, di fatto, il momento topico del loro scontro si è avuto durante il Mondiale del 1976.

Ma è stata una storia emblematica quella di Lauda e Hunt, due atleti agli antipodi per modo di correre e di vivere.
Hunt è un uomo che amava le feste, amava bere e amava le donne, nel mondo dell’automobilismo era soprannominato “the Shunt”, lo “schianto”, a causa del suo stile di guida altamente spericolato e pericoloso: cercava spesso di oltrepassare i limiti, i propri e quelli della macchina, in un periodo in cui era estremamente pericoloso farlo. Le norme di sicurezza erano ben distanti da quelle attuali e la possibilità di rimetterci la vita ad ogni gran premio era una costante in ogni gara; basta pensare che in 10 anni (dal 1966 al 1976) morirono 12 piloti durante il Mondiale di Formula 1.
Lauda è invece l’opposto, riservato e di poche parole, il pilota austriaco è famoso per la meticolosità nel mettere a punto ogni singola parte della macchina, ossessionato dal lavoro e della perfezione; se Hunt era “the Shunt”, Lauda fu presto conosciuto come “il computer”, preciso e rispettoso della regolare condotta di gara.
Uno stile di guida decisamente aggressivo, e spesso poco vincente, il primo; una guida poco avvincente ma tuttavia efficace, il secondo.
Proprio a causa del suo rigore nella messa a punto della monoposto, Lauda si rivelò essere anche un ottimo collaudatore tanto che è diventato leggendario l’episodio in cui, appena approdato alla Ferrari ed esasperato dai continui problemi della vettura, esclamò rivolto proprio ad Enzo Ferrari: “questa macchina è una merda!”.
Sebbene Howard nel film insista a mostrare una certa inimicizia tra i due, la realtà dei fatti è che entrambi si rispettavano molto, fin dagli esordi in Formula 3, per poi diventare veri amici anche dopo il ritiro dalle corse. Lauda, commentando il suo rapporto con Hunt, disse: “Potevi guidare a due centimetri dalle ruote della sua auto ed essere certo che non avrebbe mai fatto una cazzata. Era un grande pilota”.
Ma la rivalità è un’altra cosa rispetto all’amicizia, e la molla della rivalità è stata quella che ha spinto le carriere di entrambi.

Dagli esordi alla Formula 1.

l modo in cui entrambi si avvicinarono al mondo delle corse automobilistiche rivela gran parte della loro differenza caratteriale e permette di intravedere anche il motivo dell’epilogo così diverso delle due carriere.
Lauda nacque da una ricca famiglia di banchieri austriaci, quando si interessò alle macchine i genitori si opposero ferocemente temendo che avere un figlio pilota gli avrebbe screditati agli occhi dell’alta società e decisero di non supportare economicamente Lauda. Senza appoggio economico della famiglia ma deciso a perseguire il proprio scopo il giovane Niki abbandonò l’università nel 1968 per dedicarsi alla conquista del proprio obiettivo: la Formula 1.
Poteva contare solamente sulle proprie forze, e così Lauda scommise sull’unica cosa sulla quale poteva scommettere: se stesso.
Iniziò in Formula Vee e Formula 3, chiedendo un prestito ad alcune banche austriache per comprarsi la prima macchina. Approdò poi alla Formula 2 (team March) nello stesso modo, chiese un altro prestito inserendo come garanzia una polizza sulla propria vita. Con la March e la sua abilità di collaudatore e pilota arrivò anche l’esordio in Formula 1, ma era una scuderia debole e poco competitiva, che non permise a Lauda di affermarsi a pieno titolo.
Il 1973 è l’anno della sua terza scommessa: si compra ancora una volta il posto in un’altra scuderia, la BRM, arrivarono i primi punti e finalmente, nella stagione successiva, il grande salto: un contratto con la Ferrari.

Hunt si appassionò invece al mondo dell’automobilismo quasi per caso, prima del suo diciottesimo compleanno conobbe il fratello (pilota di Mini) del suo compagno nelle gare di doppio di tennis. Si recò a Silverstone a vedere una gara: rimase folgorato. Iniziò con le Mini, poi Formula Ford e nel 1969 debuttò in Formula 3. Era talentuoso, irruento e sfrontato, qualità che gli permisero di approdare ben presto in Formula 2; ma forse era “troppo” irruento e sfrontato, a parte qualche fugace vittoria, la sua carriera sembrava destinata all’anonimato soprattutto quando la March (la sua scuderia in Formula 2) nel maggio del 1972 gli comunicò di aver scelto un altro pilota al suo posto per la stagione successiva. Potè continuare a gareggiare per un fortuito caso: conobbe il ricco Lord Alexander Hesketh il quale nutriva grandi ambizioni per la propria avventura nel mondo dei motori ed assicurò ad Hunt posto e macchina per la Formula 2.
C
on il team di Hesketh arrivarno la tanto agognata Formula 1 e i primi successi, chiuse la stagione ’73 all’ottavo posto nella classifica piloti, piazzamento eguagliato nel 1974, e nel 1975 invece sfiorò il podio finale classificandosi 4°.
Ma la carriera con il team di Hesketh era destinata a finire; trovatosi in gravi difficoltà economiche a causa della ferma volontà di correre senza sponsor sulle monoposto, il team del ricco ed eccentrico Lord non gli garantì un posto per la stagione 1976. Ma James Hunt evidentemente era un predestinato, perché la sorte gli sorrise nuovamente: Emerson Fittipaldi poco prima dell’inizio della stagione abbandonò il suo team per raggiungere quello del fratello, la Fittipaldi Automotive.
Il posto vacante fu preso da Hunt, la scuderia era la McLaren, e il 1976 fu l’anno del suo unico titolo mondiale.

L’anno della rivalità. Il 1976

Le storie così diverse dei due piloti, amici e rivali fin dagli esordi, si intrecciarono inesorabilmente proprio nel 1976; Hunt correva per la prima volta con una macchina competitiva e Lauda si accingeva a bissare il titolo mondiale della stagione precedente. Hunt, che aveva visto trionfare l’austriaco l’anno prima, era ossessionato dall’idea di batterlo e Lauda d’altro canto, era nel suo stato di forma migliore. Superare l’altro e non farsi superare dall’altro, questo era il mantra che animava i due per tutte le gare di quella stagione. La Ferrari però era di una categoria superiore, la macchina sembrava perfetta e Lauda si stava avviando verso il secondo successo consecutivo…
Lo spartiacque fu il Gran Premio di Germania, sul circuito del Nürburgring. 1 Agosto 1976.
Pista tra le più difficili nel panorama automobilistico, 22,8 chilometri di curve strette a ripetizione: su quel tracciato in poco meno di 50anni sono morti 131 piloti.
Il 1 Agosto del 1976 sul circuito del Nürburgring pioveva.
I due caratteri così diversi emersero nuovamente: Lauda organizzò una riunione pre-gara con gli altri piloti per proporre di non correre: le condizioni di guida erano al limite e i rischi per la vita erano troppo altri. Non aveva senso gareggiare. Hunt, dal momento che Lauda godeva di un ampio vantaggio in classifica generale, volle pensare che quella dell’austriaco fosse semplicemente una tattica (una gara in meno, più possibilità di vittoria del titolo) riuscì a convincere la maggior parte dei piloti. La proposta di Lauda fu bocciata: corsero.

Successe ciò che Lauda aveva previsto, e successe proprio al pilota che aveva proposto di non correre. Qualche minuto prima della partenza smise di piovere, Lauda scelse comunque di correre con le gomme da bagnato, scelta che lo penalizzò rispetto agli altri e già dal primo giro perse numerose posizioni.
Si fermò ai box per il cambio gomme e ripartì, tentando di recuperare.
Durante il secondo giro, in una curva con asfalto ancora bagnato le gomme fredde persero aderenza e Lauda
sbandò, colpendo a tutta velocità una roccia a bordo pista e rimbalzò nuovamente nel circuito. La monoposto prese fuoco.
Lauda rimase intrappolato senza casco (che era stato sbalzato via dall’impatto) e fu tamponato prima da Ertl e e poi da Lunger che non riuscirono ad evitarlo.
Rimase per quasi un minuto in un inferno di lamiere e fiamme, fu estratto semivivo e trasportato in elicottero all’ospedale di Mannheim. La corsa fu sospesa.

Le condizioni erano disperate, Lauda presentava gravi ustioni su gran parte del corpo ma soprattutto sul viso, ma il danno più grave non era visibile perchè quando era bloccato all’interno dell’auto il pilota austriaco aveva inalato un grandissimo quantitativo di elementi chimici prodotti dalla combustione della benzina: i polmoni erano in uno stato drammatico. Pochi credettero, nei giorni successivi, che sarebbe potuto sopravvivere all’incidente tanto che addirittura un prete gli diede l’estrema unzione.
Invece si riprese. Miracolosamente Lauda non morì, i medici riuscirono a drenargli i polmoni e gli trapiantarono parte della pelle della gamba sul viso, devastato dalle ustioni. Fu trasferito in un altro ospedale per il recupero.
Intanto però il Mondiale proseguiva, con Hunt che recuperava punti in classifica generale mentre il diretto concorrente lo guardava trionfare dal letto dell’ospedale.
Qualcosa scattò, nella mente di Lauda. Era sopravvissuto incredibilmente ad un incidente terrificante ed era oramai fuori pericolo, lo aspettava solamente un graduale, lento, sofferente recupero che però lo avrebbe tagliato fuori dalla lotta per il titolo. Per lui era inaccettabile.
Non volle in nessun modo che la Ferrari cercasse un sostituto, doveva risalire su quella macchina, doveva tornare a correre contro Hunt che lo stava raggiungendo. In una situazione del genere la volontà conta di più del corpo, e se il fisico sente di non farcela allora deve intervenire la testa: Lauda non volle sentir ragione delle ferite ancora sanguinanti, della difficolà a respirare o delle palpebre che non gli offrivano una visione corretta: doveva tornare in pista.
Lo fece.

Gran Premio d’Italia, circuito di Monza. Lauda si presentò nello sbigottimento generale ai nastri di partenza, ampia fasciatura per proteggere le parti ancora ustionate e casco modificato apposta per tentare di contenere gli ampi strati di stoffa che sanguinavano a contatto con la pelle. Erano passati 42 giorni dalla Germania, dopo un incidente che sarebbe potuto essere mortale Niki Lauda era tornato in pista.
I due rivali tornavano a correre insieme, e se fino ad allora era Hunt che inseguiva Lauda, adesso era il pilota austriaco ad essere “spinto” metaforicamente a correre per non perdere il vantaggio. Battere l’altro e non farsi battere dall’altro. Il motivo ritorna. Lauda f
inì la gara al quarto posto, ottenendo importanti punti per il titolo.

Il campionato si decise infine all’ultima corsa, proprio ad un passo dal traguardo finale, con Lauda in vantaggio di tre punti su Hunt in classifica.
Gran Premio del Giappone, 24 ottobre 1976.
Sembrava un’ esatta replica del Nürburgring: sul circuito del Fuji pioveva abbondantemente. Per Lauda ritornarono i fantasmi della Germania ma decise di salire lo stesso sulla macchina, pronto a dare battaglia contro il rivale storico. Come accadde in Germania, anche in Giappone la gara di Lauda terminò al secondo giro, ma questa volta fu una sua decisione: le condizioni in pista erano troppo pericolose, si ritirò dalla corsa. In conferenza stampa disse: “Quanto è accaduto in Germania non c’entra per nulla nella scelta che ho preso in Giappone. Non ci sono remore psicologiche o condizionamenti, no. Semplicemente ho giudicato che fosse assurdo continuare a correre su quella pista, titolo in palio o meno. È una decisione che avrei preso un anno fa e che ripeterei anche domani. Subito dopo il via, mi sono trovato fra muri di acqua. Sulla pista c’era un velo di liquido tale che la mia vettura pareva galleggiare. È l’effetto “aquaplaning”. Un giro, e non riuscivo più neanche a capire dov’ero. Ho pensato: è una pazzia, è un correre oltre ogni ragionevole rischio. E mi sono fermato. La Ferrari mi paga per guidare una sua macchina, è vero, ed io l’ho dichiarato più volte, ma non mi paga perché mi ammazzi. Non sarebbe neanche nel suo interesse.”
Hunt arrivò terzo, vinse il Mondiale.

Con questo epilogo si chiuse il Mondiale 1976, e parallelamente la vittoria di Hunt pose incredibilmente fine ad una rivalità sportiva che sarebbe potuta continuare a lungo. Hunt aveva raggiunto il proprio scopo, aveva battuto Lauda. Aveva chiuso il proprio cerchio. Si ritirò dalle corse in anonimato, 3 anni dopo il suo primo ed unico mondiale, mentre Lauda tornò per due volte sul tetto del mondo, nel 1977 e nel 1984 (con la McLaren).
Due persone diverse, due modi di intendere lo sport diversi, due carriere diverse.
La rivalità, la volontà di battere l’altro sono ciò che ha portato Hunt a gareggiare in Formula 1 cercando assiduamente una macchina, ed è dello stesso sentimento che si è nutrito Lauda quando decise di risalire in macchina dopo il Nürburgring. Entrambi hanno sfruttato l’altro per correre al meglio, per migliorarsi e per vincere.

Ma Hunt aveva bisogno di un rivale più di quanto ne avesse bisogno Lauda, aveva concentrato tutto se stesso nell’obiettivo di battere l’austriaco: quello era il suo fuoco.
Quando ci è riuscito quel fuoco si è spento e Hunt non ha trovato dentro di sé le motivazioni per riaccenderlo. Aveva raggiunto il traguardo.
Lauda aveva spostato il proprio traguardo più avanti, il rivale del 1976 era Hunt e le vittorie di Hunt erano state il motivo del suo ritorno immediato alle corse, ma l’anno successivo trovò altri stimoli, e ne trovò altri di diverso tipo nelle stagioni successive nella continua, ossessionante ricerca della perfezione sportiva.
Hunt aveva raggiunto la sua, il 24 ottobre del 1976.

Due storie diverse, due mentalità diverse che si sono intrecciate veramente per un’unica, emozionante, occasione.

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