Se giochi male ti fischio. James Pallotta e il problema degli ultras

(laroma.it)
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Con tutto il caos che ci ritroviamo ad avere in Italia da qualche anno a questa parte (e non solo nel calcio) c’è un particolare aspetto del “sistema calcio” che desta più di una preoccupazione: gli ultras. Sono un bene? Sono un male per il nostro calcio? Queste le domande fondamentali.
Come al solito la risposta è piena di sfaccettature, per cui è impossibile stabilire univocamente se gli ultrà siano da condannare in toto oppure no.
Ma che essi costituiscano un problema di fondo questo è fuori di dubbio.
In un paese che sembra girarsi dall’altra partesu questo tema il presidente della Roma è stato il primo a parlare chiaramente.
Via chi non si comporta da tifoso, alla Roma non serve, non servirà mai. Via chi insulta, scrive frasi orrende, organizza gogne, minaccia tutti, anche i giocatori che dovrebbe sostenere. Via, sciò, fuori: un tifoso deve incoraggiare la squadra che ama, criticarla certo, e soffrire con lei e per lei. Ma non può pretendere di diventare un giustiziere unico e impunito, non soggetto a leggi o regole, libero di sfogare i propri istinti. In questo modo si riassume il pensieto di James Pallota a proposito degli ultrà.

E in questo Pallotta ha compiuto una piccola rivoluzione: potrà vantarsi di essere stato il primo presidente a dire parole così chiare e dirette sugli ultrà.
Pallotta dice quello che pensiamo tutti, dice ciò che sembra scontato. Chi tifa non dovrebbe mai danneggiare la propria squadra, dovrebbe sempre e comunque volerne solo il bene, anche quando le cose vanno male. Anzi, è proprio quando vanno male che si manifesta veramente chi è tifoso e chi usa questa scusa come pretesto per dar sfogo a proprie frustrazioni. Perché non c’è altro modo di catalogare le risse, i fischi e gli insulti; scene da isteria collettiva come a Genova qualche anno fa, quando “i tifosi” hanno obbligato i giocatori del Genoa (e già dire che i tifosi hanno obbligato evidenzia quanto il sistema calcio sia schiavo di questa mentalità) a togliersi la maglia perché non degni di indossarla.
Ritorna alla memoria di tutti la curva del Borussia Dortmund. Quest’anno ha disputato un campionato praticamente anonimo, e lo stadio comunque era sempre pieno. Tutti i tifosi uniti, un tutt’uno con la squadra.
Robe dell’altro mondo.

Anche perché il clima di stress generato dalla contestazioni è doppiamente dannoso. I giocatori, che sono uomini, inevitabilmente non riescono più a giocare serenamente ma devono tener conto anche degli ultrà: doppia tensione e doppio stress.
E Pallotta parla sapendo esattamente ciò che dice, dal momento che la curva della Roma è una delle peggiori sotto questo punto di vista.
Non dovrebbe mai, un tifoso che ama la propria squadra, metterla in difficoltà avvolgendo i suoi giocatori in un clima di paura, intimidazione, stress insostenibile, il clima che – unito al calo fisico e tecnico – ha ridotto i giocatori della Roma a fantasmi terrorizzati di scendere in campo nel proprio stadio.

Forse Pallotta è stato il primo a scoperchiare la pentola-ultras perché è l’ultimo arrivato del nostro calcio. Proviene da un altro paese, un’altra mentalità sportiva, un’altra cultura.
E ancor più fa impressione il silenzio dei colleghi e il timido appoggio delle istituzioni. Nessuna solidarietà da nessuno, affari di Pallotta, se la sbrighi lui la grana con i suoi ultrà. D’altra parte, Juve, Milan e Inter, per citare i club più importanti, hanno sempre accuratamente evitato di mettersi in contrapposizione con le loro teste calde, i loro idiots di turno: gente pericolosa, meglio stare zitti e semmai prevenire sottotraccia qualsiasi problema.

Allora forse il problema è nell’Italia. C’è un sostanziale atteggiamento di pressapochismo, di menefreghismo diffuso in qualsiasi aspetto della vita pubblica di questo paese. Gli italiani tacciono, la Lega tace, i presidenti tacciono, gli allenatori tacciono. Anzi no, non tutti: c’è pure chi ha detto che farsi fare la ramanzina dagli ultrà, tutti zitti e a testa bassa, è stato un bello stimolo. Un vecchio, saggio allenatore italiano, appunto.

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