Durante la settimana siamo sempre di corsa, terminata la giornata a lavoro o in università si vola a casa a recuperare la borsa d’allenamento. L’agenda scoppia di “allenamenti all’ora x”, “chiamare dirigente squadra y”, “partita alle ore z”.

Quella dell’allenatore è una vita del tutto frenetica. 

Puoi farlo di mestiere, come hobby, per passione, perché alla fin fine lo sport è parte integrante della tua vita. Insomma… qualunque sia il motivo di fondo, la musica che suona è sempre la stessa. 

Si pensa a specifici obiettivi e tutto si trasforma in una continua corsa per arrivare alla meta o “semplicemente” per abbozzare una risposta a domande importanti di chi ti sta difronte. 

Perché non riesco ad attaccare meglio? 

Mi dici perché oggi non mi viene niente di quello che faccio?

Perché mi sento così fiacco?

Sul campo, in ogni partita o allenamento, ci misuriamo per capire da uno sguardo dell’atleta se i suoi occhi ci stanno dicendo stammi vicino oppure oggi proprio lasciami in pace

Sembra facilissimo da fuori. Un cronometro, il fischietto in bocca, qualche esercizio di tecnica e due parole prima del grande inizio. Magari! Dietro a  quelle due ore o poco più di allenamento e partita c’è un mondo in continuo fermento.

SIAMO PERSONE

Ogni tanto ce lo dimentichiamo, così come se lo dimentica chi ci guarda dagli spalti. Gli allenatori sono delle persone, fatte di dubbi, fragilità, domande a cui dare obbligatoriamente una risposta. A volte rispondiamo a tutto ciò che ci viene richiesto tranne a quelle domande che ci poniamo noi stessi, ma questo è un po’ il nostro compito: essere un punto esclamativo in mezzo a tantissimi punti di domanda. Diciamo ai nostri ragazzi che non si molla fino al fischio finale, e così non dobbiamo farlo noi. Incitiamo, urliamo, ci arrabbiamo quando non va come abbiamo progettato, passiamo il tempo a sperare nel bene del singolo atleta e a volte sbattiamo la faccia contro l’incomprensione. Siamo guide su una via importante, spettatori speciali di ciò che abbiamo contribuito a creare. 

Siamo umani e proprio per questo non possiamo essere compresi da tutti, le stesse critiche che ci vengono rivolte ci rendono sempre più pronti a difendere il nostro mondo e i nostri atleti.

Anni e anni di sport mondiale hanno condotto alle orecchie di coach e mister la stessa domanda:

MA CHI TE LO FA FARE? 

Perché vogliamo essere allenatori? Chi ci ha spinto a voler essere parte attiva e speciale nella vita di un atleta in crescita?

Tante amiche, conoscenti e genitori delle mie atlete mi hanno posto almeno una volta ciascuno questa domanda, ed anche se sembra la più difficile non ho mai dubitato della risposta. Non esistono soddisfazioni pari a quelle provate dentro quella palestra, dietro a quegli attimi fugaci che rimangono impressi nella mente. Inseguiamo le nostre soddisfazioni e siamo responsabili anche di quelle altrui, le emozioni vissute quando eravamo atleti ci spingono a dare agli altri quella forza che abbiamo avuto noi quando eravamo nelle loro vesti. 

Perché chiunque può fare l’allenatore, ma esserlo è diverso.

 

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