Sliding doors. Che Nazionale sarebbe la Jugoslavia?

Nell’intervista più famosa della storia del calcio un Diego Armando Maradona bambino rivela, profeticamente, di avere solamente due sogni: giocare nel Mondiale e diventare campione.

Nella poetica che circonda il calcio queste parole rimbombano nella leggenda perchè i due sogni si realizzarono veramente, quando da adulto, nel pieno della maturità sportiva, sollevò da capitano la Coppa nell’estate messicana del 1986.
Ma cosa vuol dire disputare un Mondiale di calcio? Significa far parte della selezione della propria nazionale, considerazione banale ma che spesso passa sotto traccia.
Perché avere addosso la maglietta della propria nazionale è, probabilmente, il massimo livello di riconoscimento sportivo possibile (insieme ai vari premi individuali): perchè in quel momento si sta rappresentando la propria nazione, la propria patria.

Calcio e nazionalismi quindi. Sentimento di appartenenza ad una bandiera, ad un territorio che lega fra di loro i compagni di una nazionale.
Non può essere la stessa cosa giocare per il Barcellona o il Manchester City e giocare per l’Argentina, o la Spagna.
La nazionale è la nazionale, è una seconda pelle, è casa. Già, casa…
Si intreccia a questo discorso però una riflessione di secondo livello, perché che cos’è una nazionale di calcio?
È la squadra che rappresenta la nazione, quasi tautologicamente; ed è proprio questo il punto, perchè una nazionale di calcio esiste fino a che esiste la nazione di riferimento: se uno stato dovesse subire ridimensionamenti o dovesse addirittura cessare di esistere?
Non stiamo parlando di qualcosa di assurdo, perchè è già successo. Durante la guerra fredda, la Germania non esisteva come “Germania”, ma ne esistevano due, quella filo-americana e quella filo-sovietica.

Questo vuol dire che fino alla caduta del muro di Berlino esistevano due nazionali di calcio tedesche, la Germania Ovest e la Germania Est.
Se i progetti indipendentisti dei baschi avessero successo, probabilmente assisteremmo alla nascita della Nazionale Basca (che poi equivarrebbe all’Atletico Bilbao).
Avventurandoci ancora di più nel bizzarro, se la Lega avesse veramente portato a termine la fondazione di uno Stato del Nord (la famosa Padania), che fosse riconosciuto giuridicamente come uno stato indipendente, cosa accadrebbe alla Nazionale italiana?

Discorsi di fantacalcio e fantapolitica, indubbiamente, discorsi che però trovano una radice di verità nella vicenda (drammatica, dal punto di vista umano) dell’ex Regno di Jugoslavia, ovvero, di quando una nazione cessò di esistere.
1 dicembre 1918.
Al termine del primo spaventoso conflitto mondiale nacque il “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni” che sarebbe diventato il Regno di Jugoslavia undici anni dopo, 1929.
A partire dal 1990 una serie di movimenti indipendentisti dei gruppi etnici che co-abitavano in Jugoslavia ne determinò il crollo e nacquero gli stati autonomi della Slovenia, della Croazia, del Kosovo e della Bosnia.
La Jugoslavia rimase viva fino al 2006 ma gli stati che ne facevano parte erano solamente la Serbia e il Montenegro, che scelsero strade separate ponendo fine al progetto politico di uno stato Slavo.

Dal punto di vista calcistico questo rappresentò l’esistenza di una nazionale Jugoslava dal 1920 al 1992, che collezionò 8 partecipazioni ai campionati del Mondo e 4 agli Europei, conquistando un terzo posto e due secondi posto, rispettivamente nel mondiale del 1930 e agli Europei 1960-1968.
Cessando l’esperienza politica, si trasformò anche la natura calcistica della Jugoslavia, dalle sue ceneri emersero progressivamente la nazionali balcaniche che conosciamo oggi; la Croazia nel 1990, Slovenia nel 1991, Macedonia nel 1993, Bosnia Erzegovina nel 1996.
La Serbia e Montenegro invece rimase un’unica nazionale fino al 2007, quando nacque come rappresentativa calcistica autonoma la nazionale del Montenegro e, conseguentemente, quella della Serbia.
Ci fu un giocatore che ebbe l’incredibile destino di giocare per 3 di queste nazionali, ed è l’ex centrocampista di Lazio e dell’Inter, l’indelebile amore dei nerazzurri: Dejan Stankovic.
Giocò per la Jugoslavia fino 2003 (dal 1992 la Jugoslavia calcistica non esisteva più, mantenne il nome ma di fatto era composta dalla Serbia e dal Montenegro), per poi collezionare 23 presenze con la Serbia e Montenegro e infine chiudere la carriera in Nazionale dopo 42 presenze con la sola Serbia.

Ma se tutto questo non fosse successo?
Se la Jugoslavia fosse ancora viva come nazione, quale sarebbe lo scenario calcistico?
Delle nazionali balcaniche attuali è sicuramente la Croazia quella che accoglie il maggior numero di fuoriclasse.
Doveva essere il crack degli ultimi mondiali, dal momento che il centrocampo croato è, potenzialmente, uno dei tre più forti al mondo.
Forse la mancanza di una guida tecnica carismatica ha fatto sì che il potenziale della Croazia non venisse mai espresso, e da nuova promessa del calcio mondiale si sta avviando inesorabilmente ad eterna seconda, a squadra incompiuta; seguendo un cammino già tracciato dall’Olanda di Van Persie e Sneijder.

Però, a guardarla, la Croazia fa paura.
Prendiamo una delle ultime partite giocate, quella contro l’Islanda, partita valevole per la qualificazione ai prossimi mondiali.
La croazia era schierata in campo con un 4-2-3-1, a difendere i pali il portiere del Monaco Subasic e davanti a lui, l’ex neroverde Vrsalijko (oggi all’Atletico Madrid) a destra; Corluka e Vida (Lokomotiv Mosca e Dinamo Kiev) in mezzo e a sinistra Privaric della Dinamo Zagabria.
Poi, il pezzo forte, il centrocampo: i due pivote erano Modric e Badelj (Real Madrid e Fiorentina), ai loro lati i due nerazzurri Brozovic e Perisic e a fungere da raccordo con l’unica punta giocava Kovacic, che sta scalando posizioni a Madrid, sponda Real.
Davanti a tutti loro a correre e a dannarsi l’anima, uno dei giocatori al quale Allegri non rinuncia quasi mai (nonostante Higuain), l’ex bavarese Mario Mandzukic.
Difficile dire come mai non abbia raccolto qualche soddisfazione in più questa squadra, che può vantare una panchina di tutto rispetto, a cominciare dal nuovo membro del terzetto del Barcellona Ivan Rakitic.

Se la Jugoslavia non fosse mai morta politicamente questa nazionale, già di per sé assolutamente competitiva, avrebbe rincalzi sufficienti per diventare una delle tre più forti del mondo.
Cominciando dal portiere.
La maglia numero 1 se la contenderebbero il bosniaco Begovic (Chelsea) e lo sloveno Handanovic, croce e delizia dell’Inter del dopo Julio Cesar.
La difesa sarebbe rinforzata e il potenziale CT sarebbe quantomeno in imbarazzo a scegliere; spazio a destra per l’inossidabile Ivanovic del Chelsea (altro serbo) mentre a sinistra un potenziale titolare sarebbe l’ex biancoceleste Kolarov (ora al City di Guardiola).
Corluka e compagni avrebbero la concorrenza di Savic (Montenegro) e di Maksimovic, l’eterno amore di De Laurentis che finalmente è riuscito a strapparlo al Torino e a regalarlo a Sarri.
Ci sarebbe da schierare anche il serbo Subotic, ora in forza al Borussia Dortmund.
La difesa a 4 potrebbe, in definitiva, essere composta da Ivanovic, Maksimovic, Savic, Kolarov; con sostituti decisamente all’altezza dei titolari.

Ma il dramma vero si consuma a centrocampo.
A meno che non si voglia inventare un modo per far giocare insieme 5 centrocampisti centrali là in mezzo bisogna fare delle scelte, perché i nomi sono tanti.
Probabilmente si accomoderebbe in panchina il buon Milan Badelj, perché bisogna far giocare indubbiamente Pjanic (Bosnia), nuovo re del centrocampo juventino.
Ma a contendere il posto non ci sarebbe solo lui, Rakitic, Modric, Brozovic e Kovacic accoglierebbero Matic (Serbia) del Chelsea, rinvigorito dalla cura Conte, e il fiorentino Ilicic (Slovenia).
8 giocatori per 3 posti.
A sinistra sarebbe più che confermato Perisic, al quale inspiegabilmente Mancini preferiva Eder ma che resta una delle ali pure più forti degli ultimi anni.
A destra, nel 4-2-3-1, oltre ad adattare Brozovic o Rakitic è possibile far giocare il redivivo Ljajic, forse finalmente ai suoi livelli più alti grazie a Mihajlovic, in quel di Torino.
Davanti il posto sembra essere comunque di Mandzukic, ma se prima il posto dello juventino era insediato dal misterioso Kalinic ora avrebbe la concorrenza di Dzeko (Bosnia), che sta impallinando i portieri con la stessa frequenza con la quale solitamente ci si lava i denti.
Troverebbero sicuramente un posto in rosa l’attuale numero dieci dell’Inter Jovetic e il serbo Mitrovic, ex Anderlecht ora al Newcastle.

Quella drammatica guerra segnò anche la fine della Nazionale jugoslava di Basket. Quella formazione annoverava alcuni tra i giocatori più talentuosi non solo di quella regione, perchè questi grandi campioni giocavano anche in NBA. Avversari nella lega americana, amici nella vita: ogni qualvolta che si riformava la reunion della nazionale era una festa, e tutto questo lo dimostravano anche in campo: i serbi Vlade Divac e Žarko Paspalj, ed i croati Toni Kukoč, Dino Rađa erano guidati dal  croato  Dražen Petrović, guardia di 195 centimetri, considerato il Maradona del parquet, e prematuramente poi scomparso all’età di 28 anni a seguito di un incidente stradale. 

Quella formazione di amici e campioni fu seriamente compromessa dalle tensioni politiche e nazionalistiche della guerra balcanica: dopo una partita vittoriosa, un tifoso ebbe la malaugurata idea di scendere in campo ed avvolgere il gruppo di giocatori festanti con una bandiera croata. Vlade Divac, il serbo Vlade Divac, d’istinto, strappò di mano quella bandiera al tifoso e la mise in disparte, per dimostrare che lì quelle divisioni non esistevano. I croati in squadra, che erano assai numerosi, non la presero benissimo. Ancora oggi Divac vive ancora nel ricordo di quella grande squadra e nel dolore per non essere stato in grado di spiegarsi con il fratello di una vita Drazen. Oggi di quel ricordo rimane una statua in Zagabria che raffigura l’eroe nazionale dei croati.

Se quella guerra non fosse esistita forse ancora oggi parleremo della leggendaria partita tra il Dream Team USA e la talentuosa nazionale della Jugoslavia alle Olimpiadi di Barcellona 92. Chissà come sarebbe finita. Invece quella finale si giocò tra americani e croati. Questi ultimi persero con dignità, ma ancora adesso il pensiero di esserci persi la più grande partita della storia cestistica rimane.

Questo è quello che sarebbe potuto essere.
Una nazionale portentosa, con l’età e la potenzialità di essere la padrona della scena internazionale per molto tempo nel 1992 come nel panorama attuale.
Si può solo maledire il destino, quel destino che ha consegnato  alla storia nazionali meno prestigiose, senza basi per poter vincere mai veramente qualcosa.
Lo spirito della ex Jugoslavia se ne è andato, ma è ancora in cerca di pace.

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