Sport in carcere: l’evasione dietro le sbarre

Da sempre siamo abituati a guardare grandi produzioni cinematografiche americane con scene di carceri in cui i detenuti praticano ogni tipo di sport, dal basket al rugby fino al sollevamento pesi. La situazione nelle carceri italiane non è mai stata vicina a rappresentazioni filmiche di questo tipo. Tuttavia le cose cambiano, il 2013 aprì infatti la via ad un progetto importante quando Il ministero della Giustizia siglò un protocollo insieme al Coni dal titolo “Sport in Carcere”. Questa è una iniziativa che puntò a convertire in fatti tutte quelle norme riguardanti la funzione rieducativa e sociale della pena previste dalla nostra Costituzione.

L’intesa firmata mirò a portare l’attività sportiva stabile e organizzata in tutti gli istituti di pena. Il carcere femminile di Rebibbia e la Casa circondariale di Bologna sono i due motori principali del progetto che si estesero in altri istituti, fino ad arrivare all’espansionismo totale. Questa intesa affonda le sue radici negli anni ’80: “l’Unione italiana sport per tutti” si batte infatti da tempo per introdurre nelle carceri italiane questo mezzo di socializzazione, le iniziative erano inizialmente isolate, sono ora sempre più stabili.

Il progetto ha avuto quindi il fine di migliorare le condizioni dei detenuti ed il trattamento attraverso la pratica e la formazione sportiva. Oltre al beneficio che ne ricevono i detenuti, voglio sottolineare come il progetto si sia rivolto anche al benessere del personale della Polizia Penitenziaria che ha un contatto più che diretto e soprattutto quotidiano. Il Ministro Annamaria Cancellieri ha dichiarato: “L’impegno, in ogni carcere, è che ci siano impianti sportivi, anche se è un cammino che si preannuncia molto lungo. Vogliamo che di questi impianti possa goderne anche la Polizia Penitenziaria. E dove ci sarà la possibilità di ingressi esterni, questi impianti dovranno essere messi a disposizione della collettività. Bisogna che la società civile viva in simbiosi con il carcere, che è una risorsa e non solo un problema. La Costituzione dice che il detenuto debba espiare la pena, ma la detenzione deve essere un momento di crescita e non di regressione. Lo sport è un grimaldello che permette di rompere certe catene. Lo sport è un insieme di regole, di forza, disciplina e quindi portare i principi dello sport all’interno delle carceri significa dare alle carceri gli strumenti di crescita civile”.

“Educare attraverso lo sport” non vuole essere più solo uno slogan, ma un’opportunità da realizzare. Imparare a gestire l’aggressività e ad avere un confronto con altre persone è un obiettivo importante; insegnare a saper vincere e a saper perdere è fondamentale a livello educativo. Lo sport è uno strumento potente perché, più che in ogni altro comportamento dell’individuo, identifica la necessità di competere con se stesso e con altri. Riponendo l’attenzione sul progetto, le finalità, a mio parere più importanti, sono quelle di cercare di sviluppare una educazione corporea e motoria, così da poter permette l’affermazione di abitudini sane, uscendo dal sedentarismo, il recupero del corpo stesso porta alla valorizzazione della propria salute psicofisica. Valorizzare la dimensione del gioco la vedo come un’opportunità sociale e di allentamento della tensione prodotta dalla condizione detentiva, fa acquistare una cultura sportiva fondata sui valori della continuità pratica, dell’autodisciplina e dell’aggregazione.

Lo sport non deve essere solo una pratica disciplinante, una educazione alle regole, ma il carcerato attraverso ciò valorizza se stesso, riacquista autostima e socializza con i compagni.

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