Storie Olimpiche- La questione razziale

Anche quando si considerano questioni legate al razzismo o alle persecuzioni, lo Sport e la storia olimpica entra prepotentemente e di diritto nella Storia. Lo Sport è quanto di più meritocratico possa esistere, ed è per questo che più di una volta è stato in grado di piegare intenzioni ed ideologie della volontà politica, quando questa vuole piegare manifestazioni come quelle sportive per legittimare il suo potere.

Atleti neri cominciarono a farsi vedere dopo qualche edizione. Gli americani furono i primi a rendersi conto che i loro ragazzi afroamericani avevano delle capacità fisiche superiori nella corsa e nell’esplosività, fu per questo che cominciarono prima di altri a privilegiarli.

Il primo a vincere una medaglia fu Constantin Henriquez de Zubiera, atleta francese di origini haitiane. Ha partecipato alle Olimpiadi di Parigi in due specialità: il rugby e il tiro alla fune. Considerato il primo atleta di origini africane ad aver disputato i giochi olimpici, è sicuramente il primo ad aver vinto una medaglia d’oro, anzi, ad aver vinto due medaglie olimpiche. Nel 1900, infatti, ottenne il primo posto con la nazionale francese di rugby, mentre si classificò secondo nel tiro alla fune a squadre.

Un altro momento particolare di questo percorso è a Saint Louis nel 1904. Gli americani vollero mostrare all’occidente tutto quello che di solito non si vede. Affiancano alle gare sportive gli Antropogical’s day: gare riservate a uomini di pelle nera, nativi americani, minoranze europee, pigmei e filippini. Il vero protagonista è il leggendario guerriero Apache Geronimo, che viene mostrato in uno stand, ma nessuno si poneva il problema di chi fosse (uno dei più grandi guerrieri della storia) e perché lo chiamassero così (gli abitanti della zona degli Stati Uniti tra Arizona e New Messico di origine ispanica ogni volta che lo vedevano apparire, terrorizzati si affidavano a San Geronimo, il loro santo protettore).

Arriviamo alle Olimpiadi di Berlino del ’36, un altro momento importante che racconta la dimensione culturale e ideologica della razza a quel tempo. Furono le ultime olimpiadi che vedrà il Barone (morirà l’anno dopo), e sono ricordate come le Olimpiadi più politicizzate di sempre. L’idea che Hitler volle dare della manifestazione e del Nazismo era quella di un’ impero grande, sfarzoso ed aperto a tutti. Nel film dedicato a Jesse Owens per esempio, si vede chiaramente come gli alloggi dedicati agli atleti non fossero divisi per razze, come Jesse era abituato a vedere negli Usa, ma misti senza distinzioni.

Non è neanche vero che Hitler non volle stringere la mano intenzionalmente ad Owens, per questo non lo faceva con nessuno. Quando vinse la finale dei 100 m salutò Jesse Owens e venne ricambiato. Chi non salutò sono Cornelio Johnson e Dave Albritton, primo e secondo nel salto in alto, dicendo a tutti i suoi uomini: ”Non capisco perché gli Americani si servano di negri per vincere le Olimpiadi”. L’amicizia tra Owens e Luz Long, tedesco ariano secondo nel salto in lungo dopo Jesse, è una delle pagine più interessanti di questa edizione: a Berlino campeggiano manifesti che paragonano gli afroamericani a scimmie, il primo giorno di qualificazioni, Luz si avvicina a Jesse dicendogli:” Non pensare che qui tutti la pensino così”. Amici per anni, hanno avuto più in comune di quanto si possa immaginare: entrambi erano privati della loro libertà. Jesse non poteva salire su un bus, neanche Luz poteva scegliere, era il regime che gli comandava cosa fare, con chi stare e chi sposare.

Grazie ad una legge approvata nel 1935 dal partito nazionalsocialista che regolamentava la presenza dei tedeschi di origine ebraica in ambito pubblico (le norme razziali di Norimberga), e dato il fatto che non volevano mostrare che esistessero discriminazioni, vennero aggiunti dei tedeschi di origine ebrea all’interno delle competizioni.

Un caso fu quello di Hellen Mayer (la madre ariana, il padre ebreo, quindi da un punto di vista ebraico non lo era proprio, avendo la madre ariana), che scappata per andare in America venne fatta rientrare per apparire ai giochi. Gretel Bergmann invece era ebrea in tutti i sensi e tedesca, provenienza Stoccarda. Avrebbe potuto vincere l’oro nel salto in alto ma qualche tempo prima dei Giochi le venne comunicato non solo che non poteva prendervi parte, ma anche che sarebbe stata destinata ad un campo di concentramento. Un altro caso di boicottaggio forzato arriva invece dagli Usa: Avery Brundage, responsabile del comitato organizzatore americano e antisemitista, fece fuori dalla finale di staffetta 4×400 due atleti americani ebrei con una scusa, andando poi a riferire al terzo Reich che li aveva esclusi per evitare incidenti diplomatici. Questi ragazzi, Sam Stoller e Marty Glickman, avrebbero vinto l’oro.

Un altro episodio significativo che rievoca l’intreccio tra sport, politica ed ideologia, arriva a Messico ’68. Era il 17 ottobre, una data rimasta impressa nella storia delle Olimpiadi per quanto accade, durante la premiazione dei 200 metri maschili. La vittoria, nella finale disputata il giorno precedente, è andata allo statunitense Tommie Smith che grazie ad un impressionante rettilineo finale, ha vinto a braccia alzate, stabilendo il nuovo primato del mondo della distanza in 19″83.

Questo record resisterà 11 anni e sarà battuto da Pietro Mennea che firmerà il suo celebre 19″72, durante le Universiadi del 1979, proprio sulla stessa pista. Alle spalle di Smith si classificano l’australiano Peter Norman ed il connazionale John Carlos.

Al momento della premiazione, i due atleti afroamericani si presentano scalzi (con calze nere). Smith indossa una sciarpa nera intorno al collo (per rappresentare l’orgoglio dei neri americani), Carlos ha la parte superiore della tuta aperta (per mostrare solidarietà con tutti gli operai Stati Uniti) e una collana. Entrambi anno una mano guantata di nero.

Avrebbero dovuto essere due ma Carlos dimentica il suo paio di guanti al villaggio olimpico e così, è Smith a darne uno al suo compagno di squadra che, pare su suggerimento dell’australiano Norman (che aderisce alla protesta, mostrando sul petto, come gli altri due medagliati, il distintivo del Progetto Olimpico per i Diritti Umani) lo mette sulla sua mano sinistra (per questo motivo Carlos alza l’altro pugno, rispetto al vincitore e al saluto del Black Power).Appena iniziano a risuonare le notte dell’inno statunitense, Smith e Carlos, con le medaglie al collo, chinano la testa ed alzano il pugno guantato di nero al cielo. L’immagine è fortissima, finisce immediatamente su tutte le prime pagine mondiali rappresenterà il più importante gesto di protesta mai avvenuto durante un edizione delle Olimpiadi. Il messaggio che Smith e Carlos vogliono mandare al mondo è chiaro per dimostrare contro la situazione dei neri in America ed i diritti negati.

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