Surf culture: stato mentale, prima ti perdi e poi ti ritrovi

Siamo ormai abituati all’immagine del surfista che cavalca con nonchalance, sguardo cool, muscoli abbronzati e capelli lunghi, onde di dimensioni enormi. Lo sport, il rischio, la libertà e la ribellione regalata dalla natura: tutto è perfettamente inserito in quella interpretazione di una disciplina ormai sagomata non solo nella pop culture, ma divenuta espressione di uno stile di vita provocante e modaiolo.

Il surf con il suo cliché rappresenta un veicolo pubblicitario e un frangente importante dell’arte pop, se si escludono gli albori di questo sport scoperto da Cook nel 1776 in uno dei suoi viaggi nel Pacifico. Con il tempo, il surf ha cancellato la sua etichetta di pratica indecente e suicida, entrando così subito nella lista dei copywriter e art director. Le tavole originali lunghe che scivolavano con grazia sulle onde vennero sostituite da mezzi più corti e leggeri destinati a sfidare la natura invece che a seguirne il flusso; il diffondersi degli sponsor, dei premi, la divisione tra atleti e soul surfer hanno via via contribuito alla formazione della cosiddetta surf rage ovvero l’ossessione che spinge un surfista a considerarsi padrone di un’onda e del localismo che incoraggiava i surfisti a proteggere le loro spiagge allontanando in modo violento qualunque estraneo.

Il surf è una cultura unica e trasversale che unisce adolescenti gasati, quarantenni con figli, avvocati e chi più ne ha più ne metta. Sulle spiagge di casa nostra, pare che sia iniziato tutto nell’alto Tirreno, c’è chi dice a Bogliasco, in Liguria, c’è chi dice a Pisa, dove alcuni pionieri hanno iniziato alla fine degli anni 70 con tavole autocostruite e non sapendo nemmeno loro bene come. In Italia molti surfisti si sono formati in zone vicino a basi militari americane e i marines hanno loro spiegato le varie tecniche. La storia del surf in patria italiana è giovane, ma viva e con diverse sfaccettature a seconda delle regioni e del luoghi. Quando pensiamo al surf subito ci figuriamo su una tavola tra le acque di Santa Cruz, ma credo sia anche importante parlare del surf italiano e viverlo, farlo aiuta ad avere una percezione diversa del mare come bene comune da vivere durante tutto l’anno, non solamente nei due mesi estivi.

Che cosa è successo al surf? Si è davvero snaturato diventando mainstream?

Il surf? Ormai è annidato tra lo yoga e il golf ha detto Finnegan, premo Pulitzer, a un giornalista del Guardian che lo intervistava. Eppure, a livello culturale, la risposta è no, non si è snaturato. E Finnegan stesso lo spiega benissimo in un’altra intervista ad Outside: Se parliamo di libri, il surf rimane una piccola cosa, considerando quante persone ormai surfano e sono interessate al tema. Sono felice di dirlo, ma il surf è tuttora una sottocultura e ricca di arcani, difficile da spiegare agli outsider.

Fino agli anni novanta il surf è stato praticato da pochi atleti, negli ultimi dieci anni ha vissuto invece un’evoluzione enorme. Sebbene l’industria del surf sia esplosa, credo che esso resti ugualmente una sottocultura, per quanto sia al giorno d’oggi più facile avvicinarsi; esistono scuole sulle coste italiane, ma sono comunque dei piccoli punti di riferimento. Sono in parte convinta che il surf sia una cultura unica e trasversale, affermo così perché non mi viene in mente nessun altro sport che abbia una platea così varia.

Alla fine, sono tutti d’accordo nel dire che il surf non è diventato, nonostante tutti gli sforzi dell’industria, “uno sport da spettatori”. Il surf, dice Alessandro Masoni, surfista e storico dela disciplina, è fondato proprio sulla libertà e allo stesso tempo sul settarismo: senso di appartenenza a un gruppo da una parte e animo gitano del freesurfer dall’altro.

Perché il paradosso del surf è un po’ questo: da un lato la voglia di rimanere fuori dalla società, su un furgoncino dipinto a mano in spiaggia, in una parola selvaggi, dall’altra l’esigenza di un pubblico, il desiderio di essere visti. Perché i surfisti fanno quello che fanno? Perché è una cosa pura. Sei solo. Quell’onda è talmente più grande e più forte di te che sei sempre in minoranza. Ti possono sempre fare a pezzi, eppure accetti tutto questo e lo trasformi in una piccola, breve forma d’arte senza molto senso.

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