Un giorno nella mia Scuola Calcio

Il gioco del calcio è lo sport nazionale della nostra amata penisola, chiunque, bene o male, riesce a dire la sua su questo sport, esempio lampante sono state le convocazioni del commissario tecnico della nazionale Antonio Conte per EURO 2016. “Ma perché non ha convocato Tizio o Caio?”, “Secondo me gioca con il 4-3-3”, “Con questa rosa non vinceremo mai”. Insomma, chiunque vorrebbe provare a fare l’allenatore, molte persone riescono, complice il fatto che in Italia esistono 7.000 scuole calcio, con una media di 300/400 iscritti, e una moltitudine di squadre in cerca di allenatore. Basta avere passione e aver giocato per poter far crescere dei bambini?

Sono un istruttore qualificato della scuola calcio, questa comprende i bambini dai 6 ai 13 anni, personalmente mi occupo delle fasce di età più piccole, delle categorie Piccoli Amici (6 – 7 anni) e dei Pulcini (8 – 10 anni), è fondamentale conoscere la fascia di età su cui si andrà a lavorare, non solo tecnicamente, ma anche fisicamente. Le tappe evolutive del bambino sono da considerare sacre, come le fasi sensibili di Martin, che ci spiegano il motivo per cui non si potranno MAI allenare alcune capacità condizionali (forza, resistenza e rapidità) in un bambino di 6 anni.

È inoltre necessario porre l’attenzione sui dati statistici dei piccoli giocatori che riescono a sfondare nel mondo professionistico, in serie A giocherà (forse) solo 0,2% dei 300.000 bambini che ogni anno iniziano a dare calci al pallone, la percentuale tende a salire nelle serie minori, ma non di tanto.

Nella scuola calcio è essenziale che i bambini imparino a GIOCARE, attraverso l’attività ludica il bambino cresce e migliora tutte le sue abilità: COGNITIVE (percezione, attenzione, osservazione), EMOTIVE (controllo delle emozioni, autostima), SOCIO-RELAZIONALI (rispetto delle regole, gestione dei conflitti, collaborazione), CAPACITA’ MOTORIE (schemi motori di base, capacità condizionali e coordinative, abilità tecniche), VALORI (onestà, rispetto, amicizia). Il gioco aumenta lo spirito di competizione del bambino, che cercherà le strategie giuste, rispettando le regole, per vincere. Ma quindi la VITTORIA è importante?

I pareri sono contrastanti: sicuramente la vittoria non deve essere l’obiettivo primario del giorno della partita, sicuramente per l’allenatore sarà un’ossessione, e di conseguenza lo diventerà per l’allievo. Motivo per cui i ragazzi abbandonano precocemente l’attività sportiva.

Il mio parere è che se la vittoria viene interpretata come il raggiungimento di obiettivi del singolo e della squadra, come ad esempio la realizzazione di tot. passaggi con il piede debole, a quel punto diventa educativa, e sicuramente un mezzo di allenamento. Aggiungo inoltre, come detto in precedenza, che la vittoria in palio accresce la competizione nel fanciullo, che ovviamente deve essere sana, rispettando le regole e l’avversario.

Durante la mia esperienza da istruttore il gioco ha sempre occupato la maggior parte del tempo durante la seduta di allenamento, dalla fase della messa in moto (riscaldamento), per passare dalla fase analitica (allenamento del gesto tecnico), dalle situazioni di gioco, per giungere alla partitella (che già di per sé è un gioco). Anche il “riscaldamento” pre-partita è costituito da un gioco: “Mago ghiaccio”, il mio preferito.

È importante variare la tipologia di giochi e la difficoltà, ripetere per tante volte un esercizio (seppur carico a livello didattico) potrebbe diventare controproducente, in questo modo il bambino verrà costantemente sollecitato dal punto di vista cognitivo e difficilmente si annoierà. Per fare ciò si deve tornare bambini, ricordare i giochi che hanno segnato la propria fanciullezza, ridefinire le regole, e adattarli allo sport che si sta insegnando.

Vorrei consigliare un libro che ha segnato il mio percorso da istruttore, l’autore è Juan Carlos Mogni, in collaborazione con la psicopedagogista Lucia Castelli, e il responsabile dell’attività di base dell’Atalanta B.C. Stefano Bonaccorso, il titolo è “Un Mondo di Giochi”.

Ogni giorno che lavoro sul campo con i bambini, non esco mai stanco, o arrabbiato. Loro riescono a trasmettermi la loro felicità, i loro valori, e questo mi dà la carica per impegnarmi a fondo per creare per loro allenamenti sempre più divertenti e propedeutici allo sport che vorranno praticare in futuro, che diventino dei professionisti, o rimangano dilettanti.

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