Una miss in miniatura

Una miss in miniatura

Alana Thompson, conosciuta come Honey Boo è la mini donna più famosa d’America. E pensare che ha solo sei anni, ma ha già partecipato a un concorso di bellezza, canta, balla, recita, sempre e solo, ovviamente, con tacchi e trucco.

È il fenomeno del momento, o forse, come molti non stentano a dire, un fenomeno da baraccone, più terrificante che carina.

Riccioli d’oro, capelli boccolosi, forse non del tutto naturali, come del resto è questa bambina, che di certo sta vivendo una vita fuori dal comune. Alla sua età i bambini vanno a scuola, giocano con gli amichetti, vanno alle feste di compleanno e si sporcano di cioccolata.

Lei, invece, si esibisce in tv, ha partecipato a Little Miss America, il concorso di bellezza più famoso d’America e ha firmato un contratto, decisamente vantaggioso economicamente, per un reality show che porta il suo nome e che segue le giornate più interessanti di questa bambina-fenomeno, accompagnata dalla madre, che ha di certo scelto lei questa vita per la sua bambina, che la segue ad ogni passo a suon di bibite energizzanti.

C’è, forse, da chiedersi se sia questa la vita giusta per una bambina di sei anni, che vorrebbe solo giocare con i suoi amichetti e divertirsi, stando insieme, ma la risposta la sappiamo già…

Anche l’Hollywood reporter ha definito il fenomeno “terrificante”, e in Italia il sociologo Franco Ferrarotti ha commentato su Panorama: “Sentir parlare di questi programmi mi fa venire in mente certe nostre vecchie trasmissioni in tv, con gare canore ed esibizioni varie. Del resto non è una novità che si copino dagli Stati Uniti solo le cose peggiori”.

Certo è che, il successo che sta avendo questa bambina è innegabile, ha partecipato come ospite su reti come la Cnn, Ferretti ritiene che il ciò sia dovuto al fatto che: “Gli Stati Uniti hanno molti meriti, ma sono anche il paese della fretta senza scopo, che ha fatto della fretta e della precocità un vero mito”.

Ferrarotti critica duramente il fenomeno delle baby lolite, che non esiste solo negli Stati Uniti, ritenendolo: “Una violazione dei diritti umani verso persone che non sono in grado di difendersi”.

E come non dargli ragione…

 Gaia Golfieri per Ment&Sport

 

 

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