Una storia di sport al contrario. Gianmarco Tamberi e il sogno olimpico.

Come si decide quale sport praticare? Si deve seguire la passione, il talento, i genitori? Da bambini è difficile avere già le idee chiare e così si sceglie aiutati un po’ dalle circostanze, magari si sceglie lo stesso sport dei compagni di classe per non essere tagliati fuori dal gruppo; o si sceglie lo sport che amano o praticano i propri genitori, quasi come per evitare di procurargli un dispiacere. Insomma i fattori che determinano la scelta sono multipli ed eterogenei.
Capita anche che si provino anche sport diversi per capire meglio quello in cui si è più portati o quello che piace veramente.
Poi si può decidere di non fare nessuno sport, oppure se ne sceglie finalmente uno. Una volta individuato, comincia tutto. Allenamenti, partite, gare; si porta avanti la propria passione fino a che la capacità e la voglia lo permettono.
In sintesi è questo il modo in cui ci si avvicina allo sport, e, per tutto il tempo successivo, il vero motore trainante della vita di un atleta (di qualsiasi livello) èla passione per il proprio sport.
Ci si allena, ci si dedica anima e corpo e si affinano le capacità, si migliora, si diventa bravi e così via.

Ebbene, quella di Gianmarco Tamberi, classe 1992, già campione mondiale indoor a Portland quest’anno, è una storia di sport al contrario.
Disciplina: salto in alto.
Recentemente, l’astro nascente dell’atletica italiana si è raccontato in una bell’intervista a tutto tondo su Sportweek; parole, quelle dell’atleta, che uno non si aspetta perché dichiara fin da subito una verità alla quale, se si pensa ad un atleta olimpico, non si è abituati: “a me il salto in alto non piace!”. Come scusi??

Eccola qui la storia al contrario. La domanda è legittima quindi, quasi obbligata: perché il salto in alto? La risposta è spiazzante: “lo faccio perché sono bravo, non perché lo amo”.
Affermazioni che meritano di essere approfondite.

La vera passione di Gianmarco è il basket, ma, casualmente, scoprì di essere un portento in salto in alto. Spesso a scuola, nelle ore di educazione fisica, ci si cimenta in sport diversi; così, per provare qualcosa di diverso oltre ai tre grandi classici (calcio, pallavolo, basket); e Tamberi scoprì di avere un talento naturale. Nel 2008, a 16 anni,vinse i campionati italiani studenteschi di salto in alto senza aver mai fatto atletica. Quando si dice (ma non si dovrebbe dire) “nascere imparati”.
Il salto in alto sembrava essere stato inventato apposta per lui, ma a lui non piaceva per niente: voleva giocare a basket; così, il Tamberi adolescente era diviso in due, da una parte l’amore per il parquet, dall’altra uno sport che non amava ma che incredibilmente gli riusciva benissimo. A complicare le cose anche il fatto che, in realtà, Tamberi non era proprio un estraneo al mondo dell’atletica, suo padre e suo attuale allenatore è un ex saltatore, (olimpico a Mosca ’80). Un motivo in più per pensare seriamente al salto in alto.
Da un lato forse il timore di deludere il padre e dall’altro i consigli e i moniti degli amici che, dice Gianmarco: “mi dicevano che mi sarei mangiato i gomiti se non l’avessi fatto perchè ero molto dotato” ; fatto sta che Gianmarco Tamberi nel 2009 decide di intraprendere la carriera da saltatore.

Ci tiene a ribadire, nell’intervista, che non è mai stato obbligato a fare salto in alto, è stata una sua scelta autonoma, semmai ammette di essere stato leggermente “spinto” a scegliere tale disciplina.
Una scelta che, inizialmente, sembrò dare i suoi frutti perchè Tamberi era veramente formidabile: “avevo appena iniziato e battevo gente che si allenava da una vita”, afferma.
Nel giro di tre anni migliorò di 30 centimetri, che in questa disciplina è un’enormità, guadagnandosi il biglietto per Londra, dove fu il più giovane saltatore delle Olimpiadi.

Risultati del genere possono dare alla testa, ovviamente, ma danno soprattutto grande euforia e carica; entrambe però devono continuamente essere alimentate e c’è solo una cosa che lo può fare: la mente. Si sa, se il corpo non è supportato dalla testa non si va da nessuna parte, e Gianmarco all’inizio di testa non ne aveva proprio.
Alternava allenamenti pomeridiani con lunghe uscite notturne: “fino a tre anni fa uscivo tutte le sere e tornavo a casa alle sei del mattino, mi svegliavo alle due del pomeriggio, pranzavo, e dopo un paio d’ore mi presentavo all’allenamento che ero uno straccio”.
Non esattamente quella che si dice una vita da atleta.
Una capacità innata buttata via, un enorme talento sprecato. Ci pensarono altri a farlo ragionare, e tre anni fa ci fu la svolta vera e propria, sia del Tamberi uomo che del Tamberi atleta.

Alla fine del 2013 la situazione era diventata ingestibile, si allenava poco e male, non era minimamente contento e terminava ogni gara praticamente in lacrime. Impegno zero, costanza poca, determinazione nulla: il padre era infuriato, Gianmarco fu convocato a Roma dalla federazione e, afferma, “mi hanno fatto un mazzo così. Mi hanno detto che se non avessi cambiato il mio stile di vita mi avrebbero mollato tutti quanti”.
Fu suo padre quello più pesante di tutti: gli giurò di non allenarlo più se avesse continuato così, si sentì crollare il mondo addosso.
Ebbe di fronte due scelte, cambiare allenatore o cambiare testa.
La prima equivaleva di fatto a smettere perchè avrebbe significato ricominciare tutto daccapo, poiché con il padre lavoravano diversamente da tutti gli altri, migliorando la velocità e non la potenza. Cambiare era una scelta impensabile.

Scelse la seconda opzione. Scelse di diventare un vero atleta: niente più serate, a letto presto e al mattino sveglia alle 9.
Passarono 5-6 mesi duri, ma fu il tempo necessario per cambiare tutto, stile di vita e punto di vista.
Il Tamberi di adesso, quello che si prepara a Rio 2016, è un altro.
Non rivela se ha scoperto o meno di essersi innamorato del salto in alto, ma sicuramente ha imparato ad amare se stesso, ha messo la propria abilità al servizio di un ideale: essere il più bravo di tutti.

Magari questa non è una storia romantica, non è la storia di chi ha lottato per inseguire una passione ma è la storia di chi la passione se l’è costruita da solo. Adesso Gianmarco Tamberi è uno sportivo vero, con un unico obiettivo: l’oro a Rio; e per lui, dopo tutti questi anni è un sogno così grande che, afferma: “non ho neanche più voglia di fare qualcosa che non sia per lo sport”.

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